Dante: intervista al regista Pupi Avati

È in sala dal 29 settembre Dante, uno dei progetti più ambiziosi e riusciti di Pupi Avati

Pupi Avati è un regista che non (si) fa sconti. Il suo è un cinema di cuore, ma che va diretto e non prende scorciatoie. Ed è un autore purissimo, nel suo lavoro, in ogni suo film si sente palpabile l’affetto per quello che racconta.
È, oltretutto, un affabulatore sopraffino, di quelli che sentiresti parlare per ore ed ore, e grazie ad una dialettica preziosa ma mai didascalica riesce a rendere le sue storie affascinanti e coinvolgenti. Lo abbiamo incontrato in occasione dell’uscita in sala del suo Dante, la sua regia n.42 (o 62, se consideriamo anche i lavori per la tv, dove è molto prolifico).

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Dante era un progetto che Lei inseguiva da tantissimo tempo. Ora è in sala: il risultato è aderente a quello che voleva fare in principio?

Direi di sì, assolutamente. Anzi, anche qualcosa di più: nel senso che tutti questi anni di attesa hanno fatto sì che i miei studi, le mie ricerche, le mie frequentazioni con il mondo accademico e dantesco mi hanno arricchito di una sorta di familiarità con il tema, con il personaggio, con il suo contesto storico e sociale, umano soprattutto.

Per cui nel momento in cui mi son trovato a girare queste scene, queste sequenze del film, mi sembrava di vivere una sorta di rientro a casa, di riconoscere tutto quello che avevo maturato dentro di me, capisci?

È stato tutto di una fluidità -che poi mi auguro si veda nel film- che porta ad una vicinanza, anzi a raccontare la vicinanza tra Boccaccio e Dante, la devozione che questo grande poeta che è stato Boccaccio (qua parliamo di Dante, ma non dimentichiamo che quest’altro grande poeta è stato una delle tre colonne dell’arte insieme a Petrarca).

Quest’amore di Boccaccio per Dante è stato un viatico che ci ha accompagnato per tutto il film in un modo struggente.

Lei ha una filmografia sterminata e con una “media qualitativa” altissima. Ma quando si tratta di tuffarsi nel passato, di raccontare in particolar modo il Medioevo, sembra che lei ne sia particolarmente felice, ritrovi una sua vena più autentica. Come se il Medioevo toccasse delle corde più coinvolgenti. È vero? Come mai?

Fin da bambino, la mia educazione, la mia cultura, il mio mondo fantastico, era tutto lì: si risolveva in quei volumi della Scala D’Oro, una collana della Utet con volumi illustrati da un artista austriaco, che raccontavano il ciclo di re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda. Tutto è iniziato con quella fascinazione lì, con quel fantasticare su quei personaggi.

E da allora questo mondo medievale mi è entrato dentro: e una volta diventato io più adulto e più consapevole, la scoperta attraverso gli storici francesi che sono stati i primi ad indagare e a restituire luce a quel periodo buio che è l’alto medioevo, mi ha affascinato al punto poi di fare Magnificat, I Cavalieri Che Fecero L’Impresa e adesso Dante.

E di avere anche tre riconoscimenti accademici: non cinematografici, proprio accademici, che sono tra i più importanti in Italia (premio Chevalier Des Artres e des Lettres, del Ministere de La Culture de France – Jack Lang; premio Riccardo Francovich nel 2016 attribuito dagli Archeologi Medievisti Italiani per l’opera di divulgazione della storia e della società del Medioevo; Premio Jacques Le Goff Il Portico D’Oro nel 2018, conferito dal Centro Internazionale di Didattica della Storia e del Patrimonio del Dipartimento di Scienze dell’Educazione come figura nella diffusione didattica e della storia, nda), quindi mi sento anche legittimato in qualche misura a raccontare quel Medioevo che mi sta a cuore.

Come vero e proprio Maestro del Cinema italiano, c’è una cosa che ci ha sempre affascinato nel suo cinema: nel momento in cui si vede anche solo un trailer, si capisce che è un film di Pupi Avati fin dalla pasta dell’audio che poi si amalgama al cromatismo della pellicola. Fa qualche lavoro particolare sul suono?

Beh, grazie. Probabilmente, il fatto che io venga dalla musica, da quel mondo lì influisce; è un mondo dove è evidente che la colonna sonora non è fatta solo dalla musica ma, soprattutto in questo ultimo film, dai versi di Dante, che sono anche musica.

Pupi Avati e il suo rapporto con la musica

I sonetti di Dante sono una colonna sonora fantastica: sentire recitare “Guido, i’ vorrei che tu Lapo ed io fossimo presi per incantamento” è montare sopra delle immagini ci si sente veramente trasportati in qualcosa che va oltre il cinema. In una dimensione che non vorrei dire spirituale, ma proprio altissima.

È evidente che probabilmente siamo totalmente disabituati ad una proposta cinematografica di questo genere, il cinema che si fa adesso si fonda molto sulle concretezze.

Ovviamente parlo del cinema italiano, quello di fuori è tutt’altra cosa: ma il cinema italiano è un cinema che è rimasto fortemente ancorato alla realtà, e quindi la poesia fa fatica a trovare un suo spazio. Questo è il primo film di poesia che faccio nella mia vita dopo 54 anni di cinema.

Sergio Castellitto e i suoi prossimi progetti

Come si è trovato a lavorare con Sergio Castellitto, uno degli attori più significativi del nostro panorama, che è anche un regista… come avete lavorato insieme?

Con Sergio avrei dovuto fare già diversi film in diversi momenti delle nostre vite, che poi sono tutti regolarmente saltati. Adesso lui mi ha dato un Boccaccio con uno sguardo, una tenerezza, una sacralità che credo pochi attori italiani avrebbero potuto dare.

Durante la pandemia, il cinema si è trovato in una crisi che è sbocciata anche nella dualità con lo streaming. Adesso sembra che le cose si stiano assestando, per quanto riguarda la distribuzione dei film in sala, ma ancora è tutto molto fluido: anche se sembra assodato che per portare il pubblico al cinema servono dei grandi eventi, c’è bisogno in sala di grandi film.

Però un po’ di ripresa c’è. Ho letto degli articoli in cui i giornalisti facevano delle riflessioni nelle quali consideravano il pubblico ai suoi livelli più bassi: invece occorre fare al contrario, immaginare che c’è un potenziale pubblico che ha voglia di qualcosa di più alto, di più grande, di più ambizioso del prodotto medio. Ecco, questo film è un progetto che risponde a questa esigenza.

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