Al Dio ignoto - Cinematographe.it

“Ho sempre visto nella fragilità e nell’emarginazione la Potenza dell’Essere nella sua piena manifestazione spirituale, così come la vedo nei bambini molto piccoli. Quando una persona abbassa la ‘cresta’ perché è arrivata al traguardo e non deve più dimostrare niente a nessuno, si aprono nei sui occhi mondi che mi hanno sempre commosso, la struggente condizione dell’impermanenza, il mistero della vita nella sua tenerezza. Ed è bellissimo. Doloroso, ma bellissimo”: con queste parole il regista Rodolfo Bisatti spiega quale esigenza l’abbia portato a dirigere un film come Al Dio ignoto, pellicola di inusuale bellezza disponibile sulla piattaforma Chili.

Al Dio ignoto: Rodolfo Bisatti e i temi della sua opera

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Intervistato insieme ai due attori protagonisti del suo film, Laura Pellicciari e Paolo Bonacelli, il regista padovano Rodolfo Bisatti ci racconta quali sono i temi sollevati dalla sua opera che, forse, assumono una rilevanza ancora maggiore dato il periodo che stiamo vivendo. “In questi giorni mi fanno orrore le certezze, i dispensatori di verità scientificamente approvate” – afferma Bisatti – “Con Al Dio ignoto abbiamo voluto soltanto avvicinarci al dolore con il dovuto riguardo, senza fare troppo rumore, per dire ‘ci siamo, con il dolore è possibile dialogare'”.

E continua: “Il film risponde a due domande: La Vita? La Morte? La Vita va vissuta e non vegetata, la Morte va vissuta e non subita. E ancora: la medicina va utilizzata per ciò che può offrire, ma nessun medico avrà mai il diritto di diventare proprietario di un corpo; ogni corpo ha una sua sacralità inviolabile. Se osservate con attenzione il film, vi accorgerete che c’è un sottotesto che consiglia alla medicina di umanizzarsi. In questo senso è un film drammaticamente realistico. Il Dio Ignoto è inconoscibile, semmai si può percepire di tanto in tanto il suo calore nel petto”.

Al Dio ignoto: l’importanza dei luoghi e degli insegnamenti di Ermanno Olmi

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Importanti, nelle dinamiche raccontate in Al Dio ignoto, sono anche i luoghi: non soltanto quelli della clinica che accoglie i malati terminali, ma anche quelli della splendida natura del Nord Italia dove Lucia, Gabriel e gli altri si trovano a vivere. La natura è, in fondo, la Terra stessa, e “per prepararci al gran salto nell’Ignoto è necessario aprire una conversazione con lei. Oggi c’è bisogno soprattutto di tenerezza, di avvicinamento sociale, attenzione, riflessione e sentimento del sacro. In tutto questo la natura, anche se addomesticata dalla mano dell’uomo, è il fondamento, la madre. In fondo noi sopravviviamo perché esistono 20 centimetri di humus che ci danno da mangiare. Quindi ho cercato dei luoghi che restituissero questa dimensione”.

Allievo di un regista come Ermanno Olmi, con lui Bisatti ha “condiviso il desiderio della ricerca e della sperimentazione dei linguaggi e il sentimento della meraviglia”, imparando il mestiere nella sua bottega – apprendendo come montare i film guardando come faceva lui in moviola – e ampliando il pensiero al Dams di Bologna con Eco e Omar Calabrese, con il quale si è laureato. La lezione più grande che Olmi ha lasciato, però, a lui come al cinema tutto, è la “creazione di ‘un cinema Povero’ che va oltre il neorealismo. In Olmi, nel primo Olmi, soprattutto nel Tempo si è Fermato, nel Posto, nei Recuperanti, nei Fidanzati e in Venne un uomo, c’è qualcosa di sacro, non tanto di religioso, ma proprio di sacro. C’è un tempo sospeso che va oltre la ragione. C’è un respiro del cosmo depositato nelle cose umili di ogni giorno”.

Al Dio ignoto: Laura Pellicciari tra recitazione e produzione

Laura Pellicciari - Cinematographe.it

Laura Pellicciari interpreta Lucia, la protagonista di Al Dio ignoto, una donna che ha perso la prima figlia a causa della leucemia e che lavora nell’hospice dove si accolgono i malati terminali. Un ruolo sicuramente difficile, che l’ha portata nel concreto a vivere il dolore di una perdita così grande. “Quando Rodolfo Bisatti andò a Milano a incontrare Paola, una madre che aveva perso la figlia a sedici anni appena compiuti in seguito a un anno di ricoveri per leucemia, io non sono voluta andare” – ci racconta Laura Pellicciari – “Non mi sentivo all’altezza di abbracciare un dolore simile. Al contempo sentivo che da quell’incontro non si sarebbe potuti tornare indietro. E infatti fu così. La testimonianza di Paola entrò prepotentemente nel mio cuore e si fece spazio perché nella sua voce incontravo anche la voce della figlia e tutto il suo mondo negato dalla malattia. Abbiamo tutti condiviso la necessità di modificare la sceneggiatura per parlare di questa storia. Così abbiamo deciso di riportare la testimonianza di Paola sotto forma di monologo teatrale. E questa è stata la mia iniziazione al ruolo di Lucia”.

Non solo attrice però: Laura fa parte anche di Kineofilm, che ha prodotto, tra gli altri titoli, anche quest’ultima opera che la vede protagonista, pur tra diverse difficoltà. “Credo che il punto focale intorno al quale si costruisce la difficoltà” – ci spiega – “stia proprio nel voler rispondere a delle reali imprescindibili necessità umane, trattando tematiche scomode, nel senso filosofico del termine, in modo poetico, ovvero non fornendo delle risposte bensì sollevare negli spettatori delle ‘sacrosante’ domande”. E aggiunge: “Quando le porte battute da tutti i produttori indipendenti si richiudono, si procede e si tentano altre strade. Strade trasversali che mettono insieme ambiti diversi, che apparentemente non hanno nulla da spartire, ma quando si tratta di questioni universali, di poesia, di arte, non c’è comparto stagno che tenga.

Al Dio ignoto: l’esperienza di Paolo Bonacelli nel ruolo di Giulio

Al Dio ignoto - Cinematographe.it

A dare voce e corpo a Giulio, l’ex professore di filosofia che entra nella clinica dove lavora Lucia poiché malato terminale, è Paolo Bonacelli, attore con una vasta carriera alle spalle, sia teatrale che cinematografica, che l’ha portato a lavorare con alcuni dei più grandi direttori italiani e internazionali. Gli anni di esperienza non hanno mutato però il suo approccio al ruolo da interpretare: “Di solito non arrivo sul set con il personaggio già ben delineato, anche perché, recitando, trovo delle cose che magari da solo non avevo realizzato. E poi chi ti sta vicino, attori o comparse, ha un comportamento che ti influenza, che tu puoi accompagnare con adeguate controproposte sul set”. Nessun bisogno di rifarsi a modelli o performance passati, dunque, ma fondamentali restano l’interpretazione del testo della sceneggiatura e i colloqui con il regista per capire appieno il personaggio.

E sull’attuale situazione del cinema italiano ci dice: “Non sono di certo io a dover dare un giudizio sull’attuale situazione, ma di certo il numero di film italiani che esce ogni anno parla da sé. Si punta molto oggi a fare televisione, fiction… anche con parecchi registi giovani e capaci. Al limite posso dire che io non ho avuto alcuna esperienza di fiction, e sarebbe interessante provarci”.

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