È stato tra i titoli più apprezzati del Trieste Science+Fiction Festival 2019, dove è stato presentato in anteprima nel concorso lungometraggi. Si tratta di In the Trap, opera seconda di Alessio Liguori, che attraverso un mix tra horror e thriller psicologico racconta la lotta feroce di un uomo alle prese con i fantasmi di un passato che non lo hanno mai abbandonato. A gennaio arriverà nelle sale italiane con Zenit Distribution, nel frattempo abbiamo incontrato il regista nel corso della kermesse giuliana, cogliendo l’occasione per rivolgergli alcune domande sui temi e gli stilemi del film.

Ti sei confrontato con un genere dove la violenza fisica e psicologica è normalmente il fattore dominante e portante. In che modo sei riuscito a evitare che prendesse derive di violenza gratuita?

È molto soggettivo e quindi la risposta che ti sto per dare è un’opinione assolutamente personale. Detto questo, la storia della Settima Arte ci mostra che c’è tanta violenza manifesta e non manifesta. Per quanto riguarda In the Trap, invece, c’è l’intenzione di non mostrare mai la violenza in maniera gratuita. Quando dico non gratuita è perché per fortuna esistono film come ad esempio Salvate il soldato Ryan che da questo punto di vista hanno rappresentato un vero e proprio spartiacque, facendoci capire in via definitiva quanto può essere non fiction la guerra e quindi in quel senso la violenza portata sullo schermo ha una valenza ai fini della storia narrata e di carattere sociale se il cinema può essere anche questo oltre all’intrattenimento. Ci sono tantissimi casi dove il film arriva a diventare persino sublimazione della violenza, laddove viene proposta come intrattenimento ed è dichiaratamente intrattenimento per offrire uno spettacolo  senza nessun fine altro. Certo il confine è molto sottile perché poi dipende dal tipo di pubblico che vede il film, tanto infatti si può subliminàre la violenza tanto può diventare un’istigazione.

Alessio Liguori su In the Trap: “c’è un grande conflitto all’interno del film tra cosa è giusto fare e cosa non lo è

Poi dipende anche dalla storia che stai raccontando. Nel caso di In The Trap alla fine la vicenda che viene narrata è quella di una trasmutazione e trasformazione del protagonista, che in realtà non deve fare altro che combattere con i suoi demoni del passato, da ragazzo facendosi uomo. E questa trasformazione avviene attraverso la figura di tre donne che sono la madre, la sorella e la sua compagna, quest’ultima occasione per guardare al futuro. Lui è un eterno figlio sotto l’educazione di una madre che non lo vuole fare crescere, non lo vuole fare diventare uomo, lo protegge dai demoni, ma per sconfiggerli definitivamente dovrà combatterli con un enorme atto di fede e d’amore. Per cui c’è una violenza psicologica, c’è un grande conflitto all’interno del film tra cosa è giusto fare e cosa non lo è. Alla fine nel protagonista avviene la trasmutazione dove il vero esorcismo è quello di Philip su Philip”.

Il film è di fatto un kammerspiel claustrofobico dove l’unità spaziale rappresenta un elemento chiave. Come hai lavorato registicamente per diversificare la messa in quadro e non renderla ripetitiva?

Sia in fase di preparazione che di shooting c’è stato un grande lavoro sulla fotografia e la scenografia. Il film è ambientato quasi interamente nella stessa location, ossia un appartamento. L’idea era quella di averne uno che fosse quasi labirintico e dove venissero meno dei punti di riferimento. Di conseguenza nell’arco dei 90’, anche lo spettatore, così come il personaggio principale, doveva avere delle difficoltà a trovare degli ancoraggi topografici ai quali aggrapparsi. Un po’ perché la planimetria dell’appartamento nella pellicola è stata concepita in quest’ottica e muta nel corso della storia. Un po’ perché con il direttore della fotografia si è cercato di fare un lavoro in fase di messa in scena per non avere mai la stessa inquadratura o lo stesso punto di vista. Di fatti da quando avviene l’esorcismo a quando torniamo nella stanza dove è avvenuto, tutto ciò che si verifica nel mezzo è accaduto nella mente di Philip, con la casa che diventa una grande metafora del suo spirito. Questo demone che vuole entrare all’interno dell’appartamento altro non vuole fare che penetrare nella mente del protagonista. Quindi è come se stessimo vedendo sostanzialmente un esorcismo e un tentativo di possessione dall’interno”.

Alessio Liguori su In the Trap: “quello al quale assistiamo nel film è un esorcismo e un tentativo di possessione dall’interno”

L’idea iniziale ha dovuto attraversare una serie di cambiamenti nel corso delle stesure, ma come siete riusciti a non snaturare il progetto?

Prima della messa in quadro c’è stato un lavoro molto attento da parte dello sceneggiatore Daniele Cosci che è stato bravissimo durante tutto il processo pre-produttivo precedente all’incontro con quello che poi diventerà il produttore del film, ossia Luigi De Filippis, nel migliorare e affinare sempre di più lo script attraverso un processo di riscrittura su riscrittura, passato per 16 revisioni dal 2014 alla versione definitiva. Nonostante questo continuo rimescolamento il film non ne è uscito impoverito, al contrario è arrivato alle riprese asciugato e con un’identità ben precisa, tanto che rivedendo tutto a posteriori – a mio avviso – lo potevamo girare solo in quell’anno e solo in quel modo. E l’incontro con il montatore Jacopo Reale ha infine, con un lavoro in completa autonomia, rimesso le carte in tavola nella terza fase di scrittura del film chiudendo il cerchio nel migliore dei modi”.   

È stato più o meno difficile lavorare con un cast internazionale e in lingua inglese?

Per me è stata un’esperienza di crescita professionale e umana che mi ha insegnato tantissimo. Mi sono subito trovato a mio agio con loro, perché sono rimasto piacevolmente colpito dai primi incontri fatti sulla sceneggiatura, che sono stati minuziosi e utili alla causa, animati da un confronto e da un continuo scambio di idee. In tal senso, penso che la costruzione dei personaggi vada fatta insieme agli attori. Per cui è un lavoro che inizia prima sulla base della sceneggiatura e poi prosegue sul set. E devo dire che sia con gli interpreti stranieri tra cui David Bailie e Jamie Paul, che con Miriam Galanti, l’unica attrice italiana all’interno del cast, c’è stato un processo continuativo che non si è mai fermato e anche sul set la decisione di alcune posizioni piuttosto che la sostituzione di alcune battute sono state fatte di comune accordo. Uno dei ricordi più belli che ho della lavorazione di In the Trap è, infatti, proprio il lavoro con gli attori. Non ci sono mai stati personalismi, non c’è mai stato divismo, tutti sono stati enormemente generosi nei confronti del progetto e la cosa che più ho adorato è stato lo spirito di collaborazione  fuori e dentro il set”. 

Alessio Liguori su In the Trap: “per me è stata un’esperienza di crescita professionale e umana che mi ha insegnato tantissimo”

Nel momento in cui tu e lo sceneggiatore Daniele Cosci avete deciso di confrontarvi con un genere che ha una storia personale assai lunga e degli elementi ricorrenti, qual è secondo te il o i motivi d’interesse che dovrebbero convincere lo spettatore a vedere l’ennesimo horror-psicologico ambientato in un’unità spazio-temporale, che chiama in causa elementi religiosi e un certo tipo di iconografia?     

Abbiamo cercato di non essere ossessionati dall’idea di risultare originali a tutti i costi. Abbiamo cercato di raccontare una storia che ci piacesse e che pensavamo di potere realizzare. Per quanto riguarda il pubblico, invece, vanno tenuti presenti due aspetti. Il primo è prettamente commerciale: sono del parere che un certo tipo di horror hanno funzionato, funzionano e presumibilmente continueranno a funzionare. Di conseguenza la voglia di provare grandi emozioni in sicurezza come sulle montagne russe non smetterà mai di esistere. Quindi l’aspetto ludico di questo tipo di film non morirà mai. In tal senso, quello che abbiamo provato a fare è di girare una pellicola che in un certo senso rispondesse anche a questa semplicissima voglia ludica di trascorrere due ore piacevoli in sala e poi magari dimenticarsene pure il giorno dopo. In seconda battuta abbiamo cercato di fare un film dove potessimo raccontare una storia e metterci dentro qualcosa di nostro”.

A questo punto viene da chiederti qual è o dov’è la peculiarità di In the Trap?

È nella storia: sembra il classico film sugli esorcismi, che parla di esorcismi e che il suo centro sia l’esorcismo, quando poi in realtà potrebbe essere, tolta la componente horror, semplicemente un drama. Quindi nient’altro che l’odissea umana di Philip. Secondo me la peculiarità del film sta proprio nella storia di Philip e il fatto che, in questa tipologia di progetto, dove normalmente il baricentro è l’esorcismo che arriva a un certo minutaggio, qui invece rappresenta la molla che arriva più in là nella timeline, non nel momento massimo di climax, per rimescolare le carte in tavola, rimettendo in discussione tutto”.       

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