il filo nascosto cinematographe

La moda e il cinema. Da sempre correlati, da sempre mondi contagiatisi a vicenda per contribuire l’uno al successo dell’altro. Un connubio che ha impreziosito il valore estetico dei due diversi ambiti, pronti ad incontrarsi su di un terreno comune per parlare di estetica e glamour. Indimenticabili, ci sono abiti che hanno reso iconici momenti della settima arte, affascinata dalla bellezza di un mondo che innumerevoli volte ha tentato di raccontare sotto aspetti differenti.

Al suo ottavo film, il regista Paul Thomas Anderson sfrutta l’alta moda e la rinchiude tutta nell’atelier del perfezionista Reynolds Woodcock, indagando il controllo ossessivo dell’artista e raccontandone la natura attraverso la sfarzosità dei suoi abiti. Eleganti, lussuosi, ricercati nel dettaglio e con segreti nascosti nelle rispettive fodere, i vestiti dello stilista sono frutto dell’irrequietezza esistenziale del loro creatore che va a confluire poi nelle sue opere, diventando quest’ultime manifestazione del suo bisogno del bello. Una necessità della meraviglia in cui vedersi e fare in modo di venire riflessi.

La moda come religione ne Il filo nascostoil filo nascosto cinematographe

Operando tra una cucitura e l’altra, il protagonista interpretato da un magistrale Daniel Day-Lewis, riversa nella propria arte i disturbi che come uomo è in grado di tenere soltanto all’interno di se stesso e che cerca dunque di destinare alla parte invisibile dei propri abiti, nelle rifiniture impercettibili che vanno a comporre le vesti. L’essere ingestibile che gli viene da dentro si rispecchia nel lavoro di Reynolds Woodcock che, nel tentativo di creare la perfezione con tessuti e tulle, si illude di poter inquadrare in tal modo la propria vita, incapace di abbandonarsi spontaneamente al flusso degli eventi.

È dunque mistero la moda nel nuovo film di Paul Thomas Anderson, la verità che preferisce celarsi dietro ai merletti preziosi di un corpetto nuziale destinato a quiete certa. Nelle lunghe gonne da ricevimento, nelle mantelline che cingono le spalle pallide delle dame: un’ambiguità che, attraverso la meticolosità ossessiva del protagonista, diventa rituale da eseguire quotidianamente, con le proprie regole e i propri stilemi, con scrupolosità e metodo. La moda vissuta come unica religione, credo a cui affidarsi e in cui confidare, unico barlume di ragione nella confusione che si tenta, invano, di controllare.

Il filo nascosto – Il dio e fedele Reynolds Woodcock e il sacerdote Paul Thomas Andersonil filo nascosto cinematographe

Ed è così che la precisione diventa il principio da intraprendere, lo stile classico dei vestiti de Il filo nascosto che imbastisce l’ambiente dei personaggi in cui vanno a contrapporsi rigore e creatività, questa prodotto non soltanto del talento, ma del tormento apparentemente implacabile dello stilista. Una meticolosità che macina stoffa e procede inesorabile ponendosi sull’altare della devozione, avvolgendo l’esistenza di Reynolds Woodcock che si ritaglia il posto assieme di fedele servile e di bramosa divinità. Un protagonista con l’arroganza di un dio che a sua volta osserva i precetti del suo stesso credo, rendendo la fattura dell’abbigliamento da lui ideato non soltanto meravigliosa merce da indossare, ma testimonianza materiale della propria fede.

La moda non è mai stata tanto sacrale come nella grandezza de Il filo nascosto. La scelta dei colori, la lunghezza delle maniche, la ricerca e l’intuizione del modello ideale. Tappe di un percorso clericale portato ad incanalare le manie del personaggio di Woodcock nell’austera cornice di un atelier immacolata di cui Paul Thomas Anderson è sacerdote e che, con altrettanta attenzione, ne calca il valore, riuscendo a restituirla con raffinatezza grazie al tocco della sua macchina da presa.

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