Suburbicon: l’inquietante storia vera che ha ispirato il film di George Clooney

Suburbicon, il film diretto da George Clooney, è ispirato a vicende reali, accadute negli anni Cinquanta

In pochi conoscono la storia vera dietro il lungometraggio Suburbicon, diretto da George Clooney, meglio di Lynda Myers. Dopotutto, furono i suoi genitori, Daisy (interpretata da Karimah Westbrook) e William (Leith M. Burke) che, nell’agosto del 1957, traslocarono a Levittown, in Pennsylvania, scatenando un violento conflitto razziale durato diversi mesi.

Suburbicon: i fatti realmente accaduti

Una scena di Suburbicon

La famiglia Myers, di origini afroamericane, si trasferì in un tipico sobborgo popolato interamente da bianchi quell’estate. Sono le vicende reali da cui è tratto il film drammatico Suburbicon di Clooney, interpretato da Julianne Moore e Matt Damon.

La pellicola mischia due storie di famiglia, una nera, l’altra bianca apparentemente normale, ma che cela un oscuro segreto. Levittown era una comunità di circa 17 mila case pressoché identiche, progettate per costituire il sobborgo ideale rivolto ai residenti in fuga dalle città, costose e affollate.

Ciò, almeno, era il modo in cui lo aveva teoricamente concepito William Levitt, che inaugurò complessi simili lungo l’intero Paese (la Levittown originale e più nota si trovava a Long Island). Ma potrebbe aver pensato pure ad altre “comodità” nel momento di sviluppare questo ambiente più omogeneo: creare un rifugio in cui i bianchi potessero condurre le loro esistenze senza la presenza di minoranze, soprattutto afroamericane.

Bambini in Suburbicon

Il Levitt raccontato in Suburbicon era figlio di un padre aggressivo e intraprendente, scrive David Kushner in Levittown: Two Families, One Tycoon, and the Fight for Civil Rights in America’s Legendary Suburb. Si trattava di un’icona nazionale e un gigante paragonabile a Henry Ford e Walt Disney.

Nonostante non lo dicesse apertamente, l’iniziativa escludeva innanzitutto le persone di colore. E così fu finché i Myers non stabilirono di trasferirsi quel giorno di agosto, dopo che un’altra famiglia (ebrea) vendette loro la casa al 43 di Deepgreen Lane. All’Hollywood Reporter la figlia dei Myers, Lynda, ha spiegato che la madre era un’insegnante, il padre un ingegnere elettrico.

I Myers, al centro della trama di Suburbicon, non sognavano di diventare leader nella causa per i diritti civili e non avevano idea che un giorno Daisy sarebbe stata chiamata la Rosa Parks del Nord. Eppure, è quello che successe quando la gente del posto cominciò a molestarli.

Trascorsi pochi giorni dal loro trasferimento, un movimento li esortò ad andarsene. Dozzine di persone del posto si radunarono fuori dalla casa di giorno e di notte, suonando musica a tutto volume e applicando le maniere forti. Una volta, una pietra venne scagliata contro la loro finestra; in un’altra, una imponente croce fu data alle fiamme.

Suburbicon Cinematographe.it

Le manifestazioni degenerarono al punto da indurre le Forze dell’Ordine ad accorrere sul luogo per sedare gli animi. Ciò malgrado, nemmeno le autorità fermarono gli aggressori. A dispetto della pressione subita, i Myers resistettero. Passate due settimane di scherni, urla e lanci di pietre, le acque si calmarono. I Myers, a cui è dedicato Suburbicon, rimasero nell’abitazione per quattro anni, incuranti delle continue minacce, comprese le telefonate che promettevano di uccidere William. Hanno lasciato Levittown quando il suo lavoro lo portò a Harrisburg, in Pennsylvania.

Il sobborgo è diventato solo gradualmente più integrato. Parecchi anni più tardi, Daisy (morta nel 2011) è tornata sulla scena del conflitto. Levittown l’ha invitata nel 1999 per porgerle delle scuse ufficiali dato l’increscioso accaduto. Ha piantato un albero di fronte al municipio, ribattezzandolo Ms. Daisy, con un grande banchetto e tutto il resto. L’hanno fatta sentire la benvenuta. Ma l’elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti – ha concluso Lynda – ha riportato alla luce l’odio razziale.

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