Un’interpretazione calda e vibrante. Piena di tutto (sentimenti, dolori, gioie, anni che passano, corpo che cambia). Un viso reale che non vuole la perfezione – non vuole rientrare a tutti i costi nei cliché hollywoodiani -, ma punta all’urgenza della verità. Fa questo Patricia Arquette, angelo biondo dagli occhi azzurri, lungo tutta la sua carriera che la vede spendersi con determinazione ed energia sia in pellicole mainstream come in quelle d’autore (Strade perdute di David Lynch, Al di là delle vita di Scorsese, Human Nature di Michel Gondry), veicolo di storie sia in serie tv (la Allison DuBois di Medium) sia nei film per il cinema, ma è con Boyhood che dà una delle sue interpretazioni migliori. Il film, uno dei più importanti esperimenti cinematografici del nuovo millennio che racconta la vita della famiglia Evans, lungo dodici anni, è scritto e diretto da Richard Linklater con cui, nel 2015, la Arquette ha vinto il Premio Oscar per la Miglior attrice non protagonista, interpretando Olivia, la mamma del protagonista, Mason (Ellar Coltrane).

Boyhood è una storia dolce e delicata, impalpabile ma robusta che entra dentro con poche immagini, è un film sul tempo, inteso come lo scorrere inesorabile di giorni, mesi, anni, su quello che si spalanca davanti a noi e dove possiamo decidere della nostra vita, quel tempo in cui si cresce, si cambia, si inciampa, ci si rialza, si ricomincia da capo a vivere, a sbagliare e a sperare ancora; il tutto si costruisce come un’affascinante coazione a ripetere in cui e di cui lo spettatore si sente partecipe. Boyhood è un susseguirsi di pagine di diario scritte da chi sta imparando a vivere ma non si tratta solo e soltanto di un romanzo di formazione, c’è di più: si racconta anche la storia di una famiglia americana, di un nucleo sociale, politico, culturale, insomma si racconta la vita. Al centro ci sono i dodici anni dell’esistenza di Mason che vive con la mamma, Olivia, e la sorella, Sam (Lorelei Linklater), in una città americana e, quando capita, passa i fine settimana con l’amato padre, Mason anch’egli (Ethan Hawke), da cui la madre si è separata.

Patricia Arquette è una madre che non molla mai in Boyhood

Patricia Arquette cinematographeLa Arquette dà corpo a Olivia, una madre che ha dovuto fare molto/tutto da sola, con la forza che le è propria. L’attrice riempie lo schermo, dà senso ad ogni piccolo gesto, ad ogni parola e dietro a ciascuno di essi c’è una storia, veste i panni di una donna che, nonostante gli errori, le unioni fallimentari, non si abbatte ma va avanti, si rimbocca le maniche e resiste. Inciampa, cade, si risolleva, è sempre capace di ricostruirsi e ricostruire, e ad ogni pagina di quel diario lo spettatore la ritrova maturata, migliorata, cresciuta – la stessa cosa avviene a Mason Sr. che alla fine del film risulta essere l’uomo che lei avrebbe voluto fin dall’inizio. A sostenere tutto questo bagaglio emotivo c’è il corpo attoriale di Patricia Arquette, solida, una roccia, pronta a donarsi completamente a questa madre che non molla.

Olivia, sola e confusa, delusa e picchiata, non appare mai agli occhi dei figli una vinta, anzi è sempre lì, forte, vitale e vigorosa, pronta sì a offrire loro un’altra possibilità, un’altra casa, altri amici, un’altra vita ma, talvolta, senza la consapevolezza che sta smontando e impacchettando la vita dei suoi figli. Quando Sam a Mason sono piccoli è madre severa e giusta, presente, colei che dà regole e le fa rispettare (il cibo, i compiti), che, lasciando il compagno violento e iroso, insegna ai figli che non si può abbassare la testa in eterno. Mentre crescono partecipa ai loro cambiamenti, gli stessi che modificano il suo corpo, si fa alleata ma non rinuncia mai al ruolo di madre. La Arquette lavora sulle sfumature, alle ombre e alle luci del suo personaggio, aiutata anche dal fisico che si modifica assieme a quello di Olivia, da un volto che prende di intensità, vissuta esperienza. Olivia, nonostante non sia protagonista, acquista grazie ad una meravigliosa interprete, spessore di “anno in anno”, è faro, con la sua magnifica aura, nella vita del figlio.

Patricia Arquette: una figura femminile moderna e piena di senso

Patricia arquette filmOlivia è una madre coraggiosa ma non un’eroina, è una donna che vive i problemi di molte altre donne, è intrisa di tutte le angosce, i timori, i dubbi della donna moderna che lavora a casa e fuori, che è madre e compagna. La madre di Mason spesso non sa stare sola, ha bisogno di condividere con un compagno i suoi giorni, sbaglia gli uomini della sua vita eppure è sempre pronta a rimettersi in gioco, a scommettere di nuovo ponendo però al centro i figli senza essere una madre appiccicosa. Va al college, diventa lei stessa insegnante, gioisce per il diploma del figlio abbracciandolo teneramente come quando era un bambino dai capelli lunghi e con il broncio, ma consapevole che di fronte a lei ha un giovane uomo con fidanzata. Linklater scrive Olivia come un personaggio a tutto tondo che risplende di umana fragilità e Patricia Arquette la indossa, se ne ricopre e la fa sua.

Non è un caso che la Arquette abbia deciso di interpretare questa figura femminile; lei stessa è una donna ed è stata una ragazzina caparbia, tenace, non schiava di vuoti stereotipi, lontana da facili etichette e dagli schemi che la cultura e la società impongono – avrebbero voluto che l’attrice raddrizzasse i denti, non perfetti, ma lei ha rifiutato. Infatti durante il suo celebre discorso agli Oscar 2015, dopo essere stata premiata, ha pronunciato parole che avrebbe potuto pronunciare la stessa Olivia, di libertà, parità (di diritti e di retribuzione) e dignità. L’attrice rappresenta perfettamente, con questa interpretazione e anche con questo discorso – che portava già in nuce le rivolte e le istanze dei movimenti #metoo e del #timesup – una fiera esponente di una femminilità caparbia e consapevole ma anche divertente e divertita che fa parte di un universo policromo.

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