Parla con lei: la spiegazione del film di Pedro Almodóvar

Parla con lei, film scritto e diretto da Pedro Almodóvar nel 2002, porta in scena con grazia temi difficili quali il rapporto tra la morte e la vita, interrogando le pulsioni primitive ed esplorando l’anatomia di un desiderio impossibile.

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La trama di Parla con lei vede protagonista Benigno Martín, che ha trascorso l’intera vita ad assistere sua madre, a imbellettarla, ad accudirla, a contemplare la sua bellezza sfiorita e a tentare di contrastare l’inevitabile sciupio del suo corpo con cure meticolose e apparentemente amorevoli. Le cure e il sacrificio di sé non sono, però, sufficienti ad impedire alla donna di andarsene: rimasto orfano e solo al mondo, Benigno consuma i suoi giorni nella monotonia del suo lavoro di infermiere, ostaggio del fantasma di un amore impossibile da replicare nella realtà, quello per una madre idealizzata e mai ‘sostituita’ con nessun’altra. Nello scacco di un’intera esistenza che non ha saputo trovarsi e di una confusione identitaria che non sa risolversi, l’uomo comincia a nutrire un’ossessione per Alicia, una giovane ballerina di cui spia alla finestra le lezioni di danza e di cui frequenta professionalmente il padre psichiatra solo per poter cullare l’illusione di avere con lei un qualche legame.

Parla con lei: l’ossessione di un infermiere per la donna accudita, oggetto inerte su cui, grazie alle sue cure, può sentirsi per la prima volta ‘potente’

Parla con lei, Cinematographe.it
Alicia è interpretata da Leonor Watling, Benigno da Javier Cámara

Quando la ragazza, per una tragica fatalità, si ritrova ricoverata in coma in una clinica privata della città, Benigno ne ottiene per quattro anni il quasi esclusivo accudimento. Per lui è l’occasione di replicare lo schema che aveva caratterizzato il rapporto con la madre: ad Alicia taglia i capelli, lima le unghie, massaggia la pelle, infila l’assorbente nei giorni di ciclo. La cura ospedaliera scrupolosa e, all’apparenza, abnegata è il pretesto (e l’alibi) non tanto per l’espressione di un amore sospirato, quanto per dirottare su un altro oggetto un desiderio impantanato nella pulsione primitiva diretta alla madre, un desiderio che s’impone coercitivamente all’altro, perché l’altro, appunto Alicia, ridotta allo stato vegetale, non può rifiutarlo.

Se Benigno riesce ad amare solo un simulacro, un corpo senza vita, poiché incapace di misurarsi con il desiderio dell’altro e di esporsi al dolore della perdita – e di questa incapacità è sintomo la sua occupazione, più che infermieristica, ‘imbalsamatoria’ –, Marco, uno scrittore argentino di guide di viaggio, di fronte al silenzio del corpo disabitato dell’amata in coma, una donna-torero rimasta infilzata durante una corrida, non può amare più. L’amicizia che nasce tra i due uomini permette a Marco di imparare a parlare anche a chi non risponde, ma la morte della sua donna decreta l’impossibilità che possa esserci amore unidirezionale, che possa esserci un desiderio a voce sola.

Un film delicato, straordinariamente umano e nel contempo elegante pur nell’estrema audacia tematica

Parla con lei, Cinematographe.it
Lydia, la torera amata da Marco, è interpretata da Rosario Flores; Marco dall’attore italo-argentino Darío Grandinetti

A Benigno riesce, invece, di salvare Alicia attraverso il sacrificio della sua vita. Al Cine Doré leggendaria cineteca di Madrid, un giorno vede un film muto in cui un uomo, su cui la sua donna ha testato un farmaco, rimpicciolisce. Mentre lei dorme, l’omino entra con tutto il suo minuscolo corpo  – un corpo ridotto alle dimensioni di un fallo – nella sua vagina senza uscirne più. Parla con lei traspone in immagini un desiderio inconscio di ritorno al grembo materno, un desiderio possessivo e regressivo di fatto mortifero. Benigno, nella sua psicopatia, ispirato dalla visione trasfigurante il suo stesso desiderio inconscio, abusa del corpo privo di vita cosciente di Alicia e la mette incinta. Scoperto, viene allontanato dalla clinica e incarcerato. 

Il feto morto generato da quell’unione coatta simboleggia l’immolazione del desiderio perverso di Benigno e la sua liberazione dal fantasma: l’infermiere, che non concepisce una vita senza Alicia, non viene informato del fatto che la ragazza si è miracolosamente risvegliata dal coma dopo il parto e per questo, di fronte alla prospettiva di non poterla più vedere, si uccide. Ma alla sopravvivenza di lei, alla sua rinascita, non sarebbe comunque potuto sopravvivere, perché il recupero della coscienza da parte dell’oggetto amato lo avrebbe brutalmente costretto a guardare in faccia il suo castello di illusioni, il suo edificio appoggiato sulle spalle di spettri infantili. Solo nella latitanza dello spirito, nella sua momentanea assenza, Benigno è stato in grado di amare e di accudire Alicia, perché non in grado se non di amare e di accudire un feticcio, un surrogato, un oggetto disanimato. Solo nella cura di qualcuno di inerte, Benigno si è sentito potente sull’oggetto d’amore primario, la madre. Solo imponendo l’accudimento su qualcun altro, è riuscito non soltanto a replicare la relazione con la madre ma anche a sottrarsi all’accudimento di lei, a disidentificarsi con lei, a scrollarsi di dosso l’impotenza nei confronti della genitrice.

Parla con lei: mélo diviso in capitoli come nel muto, ma con una struttura circolare

Parla con lei, Cinematographe.it
La scena finale del film: l’incontro tra Marco e Alicia

Così, l’uomo, oramai disperato, passa a Marco, suo unico amico, il sé che avrebbe voluto essere e non è stato, il testimone della sua vicenda: gli regala il suo appartamento e, togliendosi di mezzo, anche la possibilità di realizzare il suo sogno, quello di vivere con Alicia. Il finale di Parla con lei, con l’immagine dello schermo su cui campeggia il titolo di un nuovo capitolo lasciato fuori scena (un titolo che reca i nomi di Marco e Alicia), suggerisce quel che sarà e che eppure resta rigorosamente al di fuori della rappresentazione filmica: la nascita di un amore tra i due unici superstiti di questo tragico quartetto di amanti amputati. L’incontro tra i due sopravvissuti – tra i due ‘rinati’ – avviene, circolarmente, nello stesso teatro in cui il film era cominciato, teatro in cui è in scena il medesimo spettacolo dell’inizio: Café Müller di Pina Bausch. Sul palco corpi danzanti sbattono contro muri reali e metaforici, contro l’incomunicabilità che separa gli uomini. Ora, però, Marco ha imparato a comunicare e Alicia, tornata alla vita dalla morte e grazie alla morte (quella di Benigno e del suo desiderio perverso su di lei), è pronta a rispondere alla parola dell’altro, a corrispondere all’altrui desiderio il suo proprio. 

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