La storia di Letizia Battaglia tra depressione, abuso, fotografia e rinascita

Il 22 e il 23 maggio va in onda su Rai Uno il film che Roberto Andò ha dedicato alla figura dell’amica Letizia Battaglia (1935-2022), conosciuta dai più come “fotografa di mafia”. Ma chi era davvero, al di là dell’iconografia, questa donna ‘nata’ grazie ai suoi scatti?

Il regista palermitano Roberto Andò avrebbe desiderato mostrare in anteprima alla concittadina Letizia Battaglia il film che le aveva dedicato e a cui stava lavorando da anni, la rappresentazione non solo dell’avventura di liberazione di una donna da un sentimento di insignificanza personale e di soffocamento domestico, ma, insieme, anche il racconto di un capitolo particolarmente feroce della Storia del nostro Novecento che, attraverso le sue fotografie, la stessa Battaglia aveva contribuito a scrivere. Per lei fotografare non aveva mai significato andare lontano, procedere in orizzontale in uno spazio sempre più vasto, bensì andare a fondo, inabissarsi, scavare un microcosmo – la città di Palermo, le sue ferite – sempre più giù, fino a sfiorarne la verità indicibile. 

Eppure, nonostante la malattia la stesse consumando, Battaglia aveva chiarito all’amico regista che avrebbe atteso di vedere il lungometraggio in occasione della sua proiezione pubblica, programmata per la vigilia del 30° anniversario della strage di Capaci, l’attentato compiuto da Cosa Nostra in cui, nel 1992, perdettero la vita il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della loro scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Lo scorso 13 aprile, però, la più grande fotografa “di mafia” – ma preferiva si dicesse “contro” e, nondimeno, aborriva si sostituisce “fotografa” con “artista”– se ne è andata: il film in cui Isabella Ragonese assume il compito di restituirle il passato (e che, dopo la presentazione al cinema palermitano Rouge et Noir il 20 maggio, andrà in onda su Rai Uno il 22 e il 23 maggio 2022) per lei resterà sempre e solo immaginato. 

La vita privata di Letizia Battaglia: dalla delusione matrimoniale e le crisi d’angoscia fino all’incontro con la psicoanalisi

La mafia non è più quella di una volta - Cinematographe.it
Letizia Battaglia, nata a Palermo con il nome di Maria Letizia nel 1935 e morta a Cefalù lo scorso 13 aprile

A unire Roberto Andò e Letizia Battaglia fu lo psicoanalista freudiano Francesco Corrao, che il primo intervistò negli Ottanta chiedendogli di ‘psicoanalizzare’ Palermo e i suoi abitanti e a cui la seconda ricorse all’inizio degli anni Settanta, dopo esser stata ricoverata a lungo in una clinica svizzera per un esaurimento nervoso. Lo scivolamento depressivo si era rivelato nella forma di gravi attacchi di panico con vere e proprie crisi di soffocamento, quando aveva trent’anni, già madre di tre figlie e moglie di Franco Stagnitta, un uomo sposato da adolescente per amore e che, nel tempo, si era dimostrato incapace di concederle la libertà che ricercava. 

Nella sua autobiografia Mi prendo il mondo ovunque sia, uscita per Einaudi nel 2020, la fotografa non nasconde nulla della sua delusione matrimoniale: “Sposandomi pensavo che avrei avuto con lui un rapporto partitario e di complicità, sarei stata libera di poter continuare a studiare e crescere. Mi ritrovai invece con un marito che mi voleva a casa, tutta per sé. […] Mio marito amava farmi regali costosi, come una pelliccia di castoro che non ho mai indossato e gioielli che regolarmente perdevo o che qualcuno mi rubava. Non era quello di cui avevo bisogno, non stavo bene, stavo male, molto male. È stato nel 1964, quando avevo quasi trent’anni, che ho cominciato ad avere un dolore fortissimo oppressivo a livello cardiaco, mi crollava il cuore, mi veniva da vomitare, avevo ogni volta una specie di collasso, era come una sorta di infarto. Mi sentivo fallita, annientata, affogare in un’angoscia senza fine, era talmente potente che per cercare di calmarmi bevevo dei cocktail di valium e whisky”.

Nascere a trentanove anni grazie alla fotografia: la lunga giovinezza di Letizia 

Attraverso il percorso di analisi con Corrao, un lavoro di ricostruzione “lungo e molto faticoso”, Letizia Battaglia superò le crisi di angoscia, trovò il coraggio di interrompere il suo matrimonio e di aprirsi nuovamente alla vita. A trentadue anni, conobbe il primo dei suoi due grandi amori ‘adulti’: Santi Caleca, all’epoca, nel 1967, un giovane fotografo ventenne. Il secondo, ugualmente un fotografo di molti anni più giovane, Franco Zecchin, sarebbe arrivato più tardi, nel 1975. 

Con Caleca, nel 1971, Letizia Battaglia, che nel frattempo aveva cominciato a collaborare come articolista con il giornale palermitano L’Ora, si trasferì a Milano – “Nonostante le difficoltà, a Milano è cominciata la mia vera vita e tutta la mia storia fotografica”– in cerca di migliori prospettive. È nella città meneghina che ha appreso a fotografare – “Ho imparato sbagliando, facevo trenta scatti che erano quasi tutti da buttare, per fortuna una foto buona c’era sempre” – e nella quale è ‘nata’ davvero, proprio grazie alla scoperta della sua vocazione.

A Milano è cominciata la mia vita, ma con Palermo il rapporto è viscerale. Siamo entrambe arrabbiate. E disperate.

Quando Palermo – “C’è un legame profondo, viscerale, che mi unisce a questa città, che mi nutre e che io nutro […] un sentimento di rabbia misto a disperazione” – la richiamò indietro perché aveva bisogno di lei per testimoniare la violenza nei suoi giorni e delle strade macchiate del sangue dei suoi morti ammazzati per rappresaglie antimafia, Letizia si scoprì pronta: “Io non ero più la donna smarrita e angosciata di qualche anno prima, ma una donna, nel pieno della sua ‘lunga giovinezza’, che grazie anche alla fotografia stava conquistando faticosamente una nuova identità”.

Le bambine ferite di Letizia Battaglia, l’altro sé attraverso cui rivivere (e correggere) il trauma infantile dell’abuso

Nonostante le due relazioni felici con Caleca e Zecchin, con cui cementò un sodalizio sia sentimentale sia professionale, e la successiva ‘amicizia amorosa’ con un altro fotografo, Roberto Timperi, per il quale negli ultimi anni aveva avvertito, pur platonico, un trasporto intensamente affettivo, Letizia Battaglia non riuscì mai a neutralizzare il sentimento di solitudine che l’accompagnava dall’infanzia: “Nella vita ho sempre avuto necessità di amare con fiducia. Cerco complicità e non l’ho mai veramente trovata”. 

Il successo, anziché mitigare il senso di estraneità, lo aveva esacerbato: “Il successo mi stupisce, non mi piace e, difficile da credere, mi fa piangere, mi fa sentire sola”. Era sempre rimasta, anche da donna adulta e anziana, la bambina di dieci anni che, una volta, mentre camminava da sola per le strade di Palermo, vide avvicinarsi un uomo, il quale, aperto il cappotto, le mostrò i genitali.

L’esibizione di quest’uomo”, scrive già nelle prime pagine della sua autobiografia, “ha segnato profondamente la mia vita, ha fatto nascere, e mettere radici, dentro me un sentimento di sfiducia verso gli uomini. Una sfiducia che devo vedere confermata ogni volta. Da questa chiusura è nata tutta la mia storia, io da quel momento ho perso la spensieratezza, il sogno di un mondo bello, di essere libera: tutto si è tinto di dramma, improvvisamente”. 

“Il successo mi fa piangere, mi fa sentire sola. “

“Dalla sfiducia verso gli uomini è nata tutta la mia storia.”

Nelle bambine che amava, più di ogni altro soggetto, fotografare, quelle bambine “dagli occhi gravi e sognanti”, impugnate da una malinconia sfumata ma pervicace, rivedeva sé stessa: “Ogni volta che incontro una ragazzina di dieci anni mi sembra di rivedere me stessa, per me rappresenta la bellezza assoluta, l’indipendenza e il sogno. […] Quell’età in cui i sogni sono in bilico, possono infrangersi da un momento all’altro sulla realtà”.

A dispetto delle apparenze, la fotografia di Letizia Battaglia non sfida la realtà per fissarla in via definitiva e trasformarla così in documento leggibile, fondamento di verità, ma anzi quella realtà la combatte e la nega, prova a correggerla e a deviarla, a ridisegnare la via del ritorno a quel tempo remoto, insistente nell’archeologia delle memorie inconsce, in cui tutto era ancora possibile e il sogno di libertà della bambina che si affaccia all’adolescenza poteva ancora avverarsi invece di restare soltanto tale.