La chiave di Sara: l’atroce storia vera del film con Kristin Scott Thomas

La pellicola è tratta dall'omonimo romanzo di Tatiana de Rosnay ed è ambientato nel 1942, quando gli ebrei parigini vennero arrestati dalla polizia nazista.

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Di film sulla Shoah ce ne sono a bizzeffe. Ognuno di questi esplora un capitolo oscuro e pieno zeppo di orrore, proprio per non dimenticare quello che l’umanità ha subito durante il periodo nazista. Anche La chiave di Sara racconta un aspetto della Shoah e, forse, uno di quelli meno noti all’opinione pubblica: l’occupazione nazista a Parigi e la morte di migliaia di francesi ebrei.

Il film di Gilles Paquet-Brenner ha tra i protagonisti Kristin Scott Thomas e la bimba prodigio Mélusine Mayance. La pellicola è tratta dall’omonimo romanzo di Tatiana de Rosnay ed è ambientato nel 1942, quando gli ebrei parigini vennero arrestati dalla polizia nazista. Tra i prigionieri c’era anche la bambina Sarah Starzynski, che aveva chiuso il fratello a chiave in uno sgabuzzino, affinché non venisse catturato dai nemici. Sessant’anni dopo alla giornalista Julia Jarmond viene affidato proprio un servizio su quel rastrellamento, e così la donna si metterà sulle tracce di Sarah, molto probabilmente ancora viva.

la chiave di sara cinematographe

Come accade con tutti i film che raccontano di questo evento atroce quale è l’Olocausto, anche La chiave di Sarah è una testimonianza reale messa prima su carta e poi sullo schermo: quella del rastrellamento del Velodromo d’Inverno. L’evento narrato nel libro prima e successivamente anche nel film fa riferimento agli arresti in massa compiuti dalla polizia nazista francese il 16 e 17 luglio del 1942. A differenza delle atrocità accadute sul suolo tedesco, questi arresti francesi non furono voluti da Hitler, ma attuati su iniziativa dello stesso esercito francese e, solo dopo, autorizzata da Adolf Eichmann, il funzionario tedesco, braccio destro di Hitler e maggiore responsabile delle deportazioni degli ebrei.

La chiave di Sara: l’atroce storia vera del film

Il Velodromo d’Inverno, inizialmente, era una pista ciclabile adibita per le gare di ciclismo, divenuto poi luogo del terrore durante l’occupazione nazista. Nell’estate del 1940 – quando la Fracia fu divisa nella parte settentrionale e quella meridionale – i francesi dovettero sottostare a un censimento, per capire quanti ebrei costituivano la popolazione. Il 4 Luglio, René Bousquet, capo della polizia del governo di Vichy, incontrò i capi delle SS tedesche affinché questi ultimi vedessero le condizioni dei campi di internazione creati nelle zone di Parigi.

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Due anni più tardi, nel 1942, ebbe inizio l’operazione Vento di Primavera. Furono innanzitutto catturati i bambini ebrei, successivamente gli adolescenti, fino ad arrivare agli uomini e alle donne di massimo quarant’anni. Furono arrestati, in soli due giorni, più di tredici mila persone messe nel Velodromo d’Inverno, in attesa di essere deportati negli ufficiali campi di concentramento. Il Velodromo fu improvvisato a luogo di tortura: finestre sigillate, i bagni furono dimezzati e fu messo a disposizione un unico rubinetto dell’acqua. Ovviamente, molti francesi cercarono di fuggire, senza successo. Molte dei fuggitivi furono trucidati; dei tredicimila arrestati, soltato poco più di cento persone sopravvissero al campo

Una pagina della storia francese che ha scosso l’opinione pubblica tanto quanto le due guerre mondiali. Una Francia che ha sterminato la sua stessa popolazione e che per decenni non ha mai neanche chiesto scusa per il ruolo della polizia o per il suo coinvolgimento in queste atrocità. Bisogna aspettare solo il 1995 affinché il presidente della Repubblica Jacques Chirac ammettesse la colpa della nazione, affermando che era arrivato il momento di riconoscere i propri peccati e, benché potesse essere inutile, chiedere scusa a tutte quelle persone morte solo perché ebrei.

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