Jordan Peele Cnematographe.it

Dopo i fasti del suo esordio con Scappa! il regista Jordan Peele era atteso al varco dell’opera seconda. Sia i fan che la critica, estremamente incuriosita da questo nuovo diavoletto dietro la macchina da presa, hanno prestato un’attenzione particolare a colui che, inaspettatamente, l’anno scorso giunse al Kodak Theater con 3 candidature, uscendo dalla Notte degli Oscar con una Statuetta per il suo film costato soltanto 4,5 milioni di dollari ma capace di generare incassi nel mondo superiori a 255 milioni. Lui non ha tradito le aspettative confezionando un nuovo horror, Us, Noi per il mercato italiano, che intanto ha già vinto con i suoi numeri. Stavolta con un budget quadruplicato, 20 milioni di dollari, dopo soli due weekend dall’uscita in Usa e spalmata su una trentina di paesi nel mondo ha totalizzato ben 175 milioni al box office. Con la prima americana, il 22 marzo, è stato incoronato terzo film horror di sempre a incassare di più durante il primo fine settimana. Non è da escludere che questo nuovo Re Mida del brivido, arrivando in Italia il 4 aprile, faccia ben tintinnare anche le casse dei nostri cinema.

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Jordan Peele, i segreti del suo successo: l’horror che ride

Tanto horror si è basato sull’ironia e la critica sociale puntata sulla classe dominante, infarcita inoltre di visioni surreali di cui sono stati maestri George Romero, Sam Raimi e Joe Dante. Come loro Jordan Peele nei suoi incubi su grande schermo inserisce innesti umoristici, ma di risate a denti stretti che caricano il pathos dell’esplosione tensiva dietro l’angolo con la scena successiva. Per capire un fenomeno del nuovo cinema di genere bisogna andare innanzitutto alle origini di questo autore. Ai tempi d’oro di Mtv, nel 2002, Jordan Peele faceva il comico. Come stand up comedian ha imitato tra gli altri James Brown ubriaco al telegiornale americano e nel 2008 è stato nominato all’Emmy per una parodia del rapper 50 cent. Poi con il duo Key and Peele, per Comedy Central, è stato protagonista di una serie di video parodistici a partire da un Barack Obama intento a salutare gli ospiti della Casa Bianca. Mentre i bianchi venivano omaggiati solo con formali strette di mano, a ogni fratello nero venivano dedicati abbracci calorosi e saluti personalizzati. Uno spasso. Era già il 2014, e nel frattempo Peele ha recitato anche in diverse serie tv come Mad Tv, SuperNews, Fargo e Modern Family. E non ha tralasciato neanche il doppiaggio, prestando la voce in Rick and Morty e al protagonista di Big Mouth, entrambe creature Netflix.

In Scappa! il suo appoggio comico era l’amico del protagonista interpretato da Lil Rel Howery, altro stand up comedian con parlantina irrefrenabile e battuta semprepronta. L’appoggio alla commedia si fa più amaro, anche più fisico, con il supporto di Winston Duke in Noi, invece. Duke interpreta il padre in questa famigliola travolta dall’aggressione dei loro misteriosi sosia. L’attore nato a Trinidad è emerso al cinema in un ruolo Marvel all’interno della saga Avengers, ma per il secondo film di Peele fa da contrappunto alla tensione con dosate uscite di incoscienza, ingenuità fuori luogo e sarcasmo. Il suo doppio, un armadio tutto rabbia e fisicità, appare come un beota, scatenando altissimi livelli di ridicolaggine quanto d’inquietudine. L’originale invece manifesta una naturale codardia conservativa verso la sua famiglia, nettamente più determinata e coraggiosa di lui. Questi contrasti affondano le radici nei più classici meccanismi comici, ma allo stesso tempo sono magicamente asserviti a una struttura horror che punta alla deflagrazione, allo sconvolgimento. 

Jordan Peele, il segreto del suo successo: la paura fa novanta

Gli effetti disturbanti del cinema di Jordan Peele si basano sullo scambio. Sul dittico tra “noi” e “loro”, il bene e il male contrapposti che si confondono, si scambiano, coabitano a prescindere dallo scontro inevitabile. Dovrebbe essere fuori da noi il male, altrove, ma ce l’abbiamo dentro: siamo noi. È solo una questione di innesco. Questo vale per entrambe le sue pellicole, se così volessimo chiamarle ancora. In Scappa! quanto in Noi, gli scenari hanno un lato oscuro, un doppio. Il primo giocava con il razzismo e il lavaggio del cervello, il secondo preme su zone ancora più ataviche. La realtà che pensavamo viene capovolta in un sapiente gioco di specchi disturbante e spaventoso in primis per i protagonisti. Poi per il pubblico avviene quel miracolo del transfer, il riconoscersi nel disgraziato protagonista di turno sullo schermo e partecipare emotivamente delle sue disavventure.

Ovviamente gli strumenti tecnici sono i colpi di scena, montaggio e inquadrature studiati al millimetro e al fotogramma. Tutto però sotto ritmiche visive non lineari ma sincopate. Così percorrendo strade narrative non battute ma parallele a ciò che conosciamo, il suono, come in ogni migliore sogno e peggiore incubo prodotti dal cinema, trova i suoi bassi assordanti e penetranti sempre al momento giusto. Il doppio di Lupita Nyong’o parla infatti ispirando: il mondo dal quale proviene il suo personaggio sosia è tutto contrario a “noi”. Opposto ma identico. Quindi se “noi” parliamo soffiando aria dai polmoni, “loro” fanno l’opposto. Così tutto diventa più meccanico, rugginoso, non più fluido. Sincopato. Inizia la paura dell’ignoto impensabile, dell’altro da sé. Del Noi. E le musiche, per Peele ancora più spiazzanti, diventano simbolo che potremmo definire già cult. Sempre in questo nuovo film, il laitmotiv I Got 5 On It di Lumiz, un classico rap del 1995, monta come un bolero fino alla lotta/coreografia finale tra la Nyong’o e il suo doppio.

Jordan Peele, il segreto del suo successo: il cinema real black

In un’epoca di nuovi razzismi, muri alzati con il Messico e barconi maldigeriti dall’Europa, arriviamo al cuore del cinema di Peele. Le sue storie presentano protagonisti afroamericani ma si sviluppano su strutture narrative che ricalcano grandi classici bianchi, scritti da bianchi per pubblico bianco, pieni zeppi di culturemi altrettanto bianchi. Scappa! era una versione horror black di Indovina chi viene a cena? In quel caso Peele smantellava l’essenza della razza dal profondo, manipolando storie bianche sì, ma innestandovi personaggi, non semplici protagonisti, ma sia vittime che eroi neri. Sono colpi che soltanto Spike Lee ha saputo fare in precedenza, creando però un cinema diverso da questo. In Noi i neri sono borghesi che non lottano per i propri diritti perché li hanno ottenuti. Non aspirano all’opulenza della classe bianca, sfacciata sprecona e scemotta, ma ne sono nauseati. La stessa storia parte dal capovolgere Alice nel Paese delle Meraviglie. Il sottosuolo labirintico dove vivono i nostri misteriosi doppioni è popolato di conigli ingabbiati, muti, inermi. Il Bianconiglio invece era libero, parlava e conduceva Alice nel suo mondo.

I cunicoli di Noi fungono da sterili serbatoi di corpi condannati all’oscurità, alla bestialità di latrati privi di articolazione verbale. Dentro ci sono bianchi e neri. Tutti uguali in questo oscuro Limbo in terra. Le stesse tute da lavoro ammiccano distorcendo ricordi cinematografici provenienti dal Funny Games di Michael Haneke. Lì i due intrusi erano ragazzi con candide e inamidate polo, qui le tute rosse e i sandali impongono uno stile working class e una essenzialità dei calzari che spiazza tutti. Le grosse forbici di cui ogni sosia malvagio è dotato non sono d’acciaio cromato, ma dorate. Metallo prezioso forse? Chissà. Ammicca anche qui Peele, se pensiamo a quanto oro è ciondolato in catene e bracciali da rapper della West o della East Cost. Sbilancia anche questo nell’estraniante Paese delle Meraviglie di Jordan Peele.

Tanto horror americano ha scavato nel tempo: come prima vittima dell’assassino di turno c’era un nero, sempre personaggi comprimari, narrativamente sacrificabili. Funzionalmente trampolini per l’eroe sempre bianco. Peele si riprende il discorso sulla razza, le razze, e ci gioca con la sfacciataggine di un comico puro, ma illuminato anche dall’arte di gestire magistralmente set e macchina da presa e produrre conseguentemente un grande cinema di azione/emozione. Sfotte quasi anche le major con questi suoi bugdet da cinema italiano. Con cifre del genere in Usa ci si paga giusto il divo o la diva di turno. E per la Universal questa gallina, è il caso di dirlo, ha forbici e uova d’oro. Anche il titolo gratta la società americana. Us è l’acronimo di Stati Uniti. Quindi la critica sociale spietata somiglia per determinazione artistica a quella che fu di Romero con i suoi zombi.

Tutti questi elementi determinano probabilmente il successo esplosivo di questo cineasta newyorkese. Gli attori poi gli danno tutto, e ciò che ne viene fuori è un distillato d’inquietudini e atavici sensi di colpa che ci segue, impunito e per vie traverse, anche fuori dal cinema. Non è neanche un caso che proprio Jordan Peele abbia voluto produrre una storia come BlackKklansman, l’ultimo poderoso film diretto da Spike Lee, che ne ha abbracciato il progetto di scriverne la sceneggiatura e dirigerlo in appena 48 ore dalla consegna del romanzo. Anche qui si parla di razzismo, eccome. Ma questa è un’altra storia.

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