Io speriamo che me la cavo: analisi e significato del film

Io speriamo che me la cavo è un racconto tenero e malinconico su una piccola parte di mondo in cui capitano tragedie ma anche piccoli miracoli.

È solo un errore del Provveditorato agli Studi ma cambierà la vita del maestro Marco Tullio Sperelli (Paolo Villaggio). Scende dal treno con tanti dubbi – buttati su una lettera in cui richiederà di ritornare al nord – per iniziare a lavorare a Corzano, in provincia di Napoli, sarà il maestro di una terza elementare complicata e turbolenta, molto turbolenta. Lui è un ligure tutto d’un pezzo, sa di quel mare bizzoso e di quei caruggi strettissimi ma pieni di vita, è un uomo buono e onesto, e si sente un pesce fuor d’acqua in quella classe, in quella scuola di cui tutti pronunciano male il nome, la De Amicis, con l’accento sulla a. Sperelli incontra una situazione disastrosa e triste, appena varca la soglia non trova più di tre allievi in classe, la direttrice scolastica è pressappochista e poco presente. Parte da qui Io speriamo che me la cavo, il film, liberamente tratto dall’omonimo libro di Marcello D’Orta, di Lina Wertmüller che nel 1992 sceglie un Paolo Villaggio finalmente fuori dal suo ruolo feticcio, Fantozzi, per interpretare un uomo diverso, con un portato altissimo di malinconia e dedizione al lavoro, serio ma anche dolce, capace di abbracciare i suoi piccoli allievi e di riprenderli quando sbagliano.

Io speriamo che me la cavo: per me si va nella città dolente…

Direttrice: “E, che, volete aggiustare tutti i guai del sud in qualche settimana? A cominciare dalla “De Àmicis”!?”

Marco Tullio Sperelli: “Signora, mi scusi, ma almeno lei non potrebbe dire “De Amìcis”?”

Direttrice: “[…] Ah, e no, Spere’, qua tutti diciamo “De Àmicis”! Eh, adeguatevi, professo’, mettetevi in sintonia: voi qua volete cambiare troppe cose!”

In quella classe, in quella scuola, il maestro entra in un girone dantesco, è una situazione sconvolgente, un’aula vuota, le strade piene dei suoi studenti, pronti a “faticare” per aiutare le loro famiglie in forte difficoltà economica. Il primo giorno di lavoro è costretto a recuperare i ragazzini qua e là, li trova a fare i camerieri dentro un bar, talmente piccoli da cadere nelle vasche dei gelati, a fare i meccanici, alcune, già donne a otto anni devono occuparsi della casa, dei fratelli più piccoli, perdersi la gita perché non ci sono soldi per andarci. Sono tutti possibili malviventi, a volte il background non sbaglia, hanno fratelli che finiscono in carcere e madri disperate che vorrebbero salvare i loro bambini avendone persi altri.
Punto fondamentale in Io speriamo che me la cavo è lo schiaffo che Sperelli dà a Raffaele, un bambino difficile, bisognoso di ancora più vicinanza, di regole da parte del maestro, proprio a partire da quel gesto deplorevole e giustamente impensabile nel mondo di oggi, qualcosa cambia. Raffaele per Wertmüller è il personaggio perfetto, la regista ama la sua fragilità, il suo tormento, il suo essere fuori posto, fuori tempo, grande già da bambino, violento pur non volendo esserlo, volgare proprio mentre ricerca e desidera candore. Lui è uno sbagliato e lei lo accarezza con il suo sguardo.

La direttrice con fermezza dice all’insegnante che proprio dopo quell’atto i bambini l’avrebbero seguito di più ed incredibilmente succede. Chi conosce un certo linguaggio fa una fatica incredibile a comprenderne altri, sarà lo stesso Sperelli a punirsi, a dire che non sarebbe più tornato a scuola perché chiunque faccia il lavoro dell’insegnante seguendo le regole etiche, della pedagogia, in qualunque epoca, giudica ingiustificabile alzare le mani su un bambino. Gli alunni lo guardano con ammirazione, con stima, lui sa parlare come loro, trovano il metodo giusto per comunicare, per insegnare e per imparare. A poco a poco il maestro riesce a conquistare i suoi studenti, ne capisce le fragilità e le paure, le vite e i talenti. Ci sono bambini furbi, allegri e spensierati come Rosinella, Vincenzino, intelligente e svelto, ma c’è anche Raffaele, il più grande, già implicato con la camorra.

L’importanza della scuola come motore di salvezza

Il maestro Sperelli inizia a comprendere quell’inverosimile magma di folclore e ingiustizie che è Corzano, ma anche intriso di amore – lo accolgono come uno di famiglia -, cerca di usare la grammatica di quel luogo, con la mediazione della sua preparazione, per parlare con questi ragazzi e insegnare l’importanza della cultura per uscire da quel cono d’ombra, della scuola utile per poter sognare in grande.

In Io speriamo che me la cavo, Wertmüller, da grande narratrice e affabulatrice, riesce a immergersi in quel piccolo mondo antico, così lontano da noi da essere per certi versi incomprensibile (alcune parole usate, alcuni gesti, alcuni pensieri, figli di un certo periodo storico oggi sono inconcepibili e da condannare) ma al tempo stesso così vicino per le storture che purtroppo riguardano anche anni diversi (i problemi della sanità, la camorra ancora presente).

La regista è sempre stata protagonista del nostro tempo e, a maggior ragione ora, dopo la sua scomparsa, si dimostra autrice dei personaggi ai margini, di chi è inadeguato, difettato, sbagliato, i ripetenti, gli scarti, gli idealisti che non riescono a farcela, i reietti, lei che è stata sempre così felice nella sua manchevolezza, nei suoi difetti, nella sua smisurata irriverenza. Lei in questo film è ancora più lei, fra le strade di Corzano, in quella provincia di Napoli che grida vendetta, dove già a otto,nove anni si deve decidere da che parte stare e un bambino può essere salvato solo da uno come Sperelli, altrimenti non ci sono molte altre possibilità per uscire dal gorgo dell’inferno.

Villaggio qui è capace di interpretare un maestro alle prese con una delle missioni più difficili ma sicuramente la più intensa e utile, lui ispirerà questi ragazzi e da loro imparerà qualcosa, troverà una nuova strada. Lui è solo, separato, dopo un primo momento di disagio, si trova bene con i suoi alunni e loro con lui: la gita, i piccoli insegnamenti (buttare via le cartacce), i temi fatti in cui il maestro giudica molto di più il contenuto, ciò che raccontano di loro e forse un po’ di meno l’italiano e la grammatica. Si lascia coinvolgere, entra nelle famiglie di quei bambini, cattura le voci dei suoi allievi, intendendone errori, scherzi, sbagli e furbizie, comprendendone anche le esperienze quotidiane e il dolore che spesso si mescola nelle loro carni, nei loro respiri. Tutto sedimentato nella sua classe. Villaggio lavora con i piccoli attori che ora raccontano di lui come di una presenza severa – si narra che quando l’attore genovese era arrivato sul set loro pensavano di trovare Fantozzi, l’icona, invece si erano trovati davanti un uomo serio, malinconico, ligio al dovere – ma anche divertente. Riportano alla memoria le durezze della regista e i giochi che a volte Villaggio faceva per smorzare la tensione.

Un uomo malinconico che scopre di aver fatto crescere e di essere cresciuto

Il maestro: “Che cos’è questo?”
Raffaele: “Il tema. Ci ho provato. Perché la scuola la schifo, ma voi no!”

Arriva come una scure la notizia del trasferimento di Sperelli che dovrà lasciare i suoi ragazzi ma questa esperienza lo ha inevitabilmente arricchito. Consapevole che laggiù, a Corzano, qualcosa che vive davvero, ancora c’è. Quei ragazzini non si scorderanno mai di lui; e grazie a lui la scuola è diventata il modo per salvarsi. Le ultime parole infatti sono quelle dei bambini che gli vorrebbero lasciare i loro temi in cui parlano della parabola per loro più significativa; diventa un foglio manifesto, e quelle parole diventano grido. Proprio il tema del ragazzino più complicato diventa finale perfetto, nonostante il maestro non saprà probabilmente più nulla di quei bambini lasciati alla stazione. Sarà indelebile però nei suoi occhi l’immagine struggente di quel binario pieno, di Raffaele che corre sul motorino per salutare il suo maestro.

Raffaele: “Corzano scoppierà, le stelle scoppieranno, il cielo scoppierà… i bimbi del limbo diventerano farfalle!”

Proprio nel Giudizio Universale descritto da Raffaele sta tutto il film: Napoli fatta di luci e ombre, di concrezioni pericolose e di paradisi meravigliosi in cui perdersi e poi c’è Raffaele che guarda verso il futuro, titanico e speranzoso come solo i bambini sanno essere. Nel piccolo Raffaele e nel suo “io speriamo che me la cavo” c’è il desiderio di non affogare in quel mare mosso ma navigare in esso.

Wertmüller ci ha regalato un film pieno di umanità che parla di bambini speciali, bisognosi di punti fermi per rialzarsi e salvarsi, di una scuola che costruisce e non distrugge, attraverso un maestro che vuole fare bene il suo lavoro, per lui una vera missione, di un luogo che non è sempre all’altezza dei suoi figli.

Io speriamo che me la cavo è una carezza per chi crede poco, è una favola che insegna l’importanza dell’individuo (il maestro in questo caso) per cambiare le cose, è un racconto tenero e malinconico su una piccola parte di mondo in cui capitano tragedie ma anche piccoli miracoli.

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