Io non ho paura Cinematographe.it

Ci sono film che ritraggono la vita di persone realmente esistite, aggiungendo artifici narrativi e modificandone i dettagli per volontà stilistiche in modo da accentuare l’interesse dello spettatore; ce ne sono altri che rappresentano un determinato periodo storico attraverso le storie vere di singoli individui che lo hanno davvero vissuto, per raffigurare la vicenda in generale; infine, ci sono alcuni film che preferiscono creare dei personaggi immaginari per mettere in luce la realtà senza soffermarsi a raccontare una singola storia vera tra le tante medesime accadute ma arrivando a rivelare l’avvenimento nella sua interezza. Quest’ultimo esempio è il caso del film Io non ho paura di Gabriele Salvatores, in cui i protagonisti Michele e Filippo sono personaggi di finzione, così come la città di Acqua Traverse in cui si svolgono gli eventi, ma che riescono a rappresentare appieno il dramma dei tanti bambini che in quegli anni hanno subito la stessa triste sorta, anche se probabilmente con un finale non così lieto.

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Il protagonista Michele insieme ai suoi amici durante una scena del film.

Io non ho paura: la storia vera che ha ispirato il film

Ci troviamo nel sud Italia, in un periodo caratterizzato da una tale instabilità sociale e politica da far sembrare atti di terrorismo e stragi urbane come vicende ordinarie e facente parte della vita quotidiana. Un momento storico conosciuto come gli “anni di piombo” durante il quale era ormai diventata pratica comune, considerata quasi naturale e necessaria per la propria sopravvivenza, rapire i bambini di famiglie facoltose, soprattutto delle regioni del nord, per poi richiedere ed ottenere un generoso riscatto per la loro liberazione. Non è un caso che le vicende rappresentate nel film si svolgano proprio nel 1978, l’anno più disastroso in questi termini in cui si raggiunse il picco di 600 rapimenti, un numero impressionante e che rende chiaro quanto fosse abituale sequestrare un bambino per farlo vivere in condizioni disumane per mesi finché i genitori non si decidevano a pagare per riaverlo indietro. Piccoli pargoli usati come merce di scambio, privati della propria umanità e dignità, lasciati a sé stessi nello sporco in cantine, caseggiati abbandonati, caverne, luoghi impervi e isolati in mezzo a boschi o campagne, in una situazione così drastica da farli quasi impazzire e renderli dei cadaveri che camminano.

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Michele e Filippo hanno il loro unico momento di gioia e di libertà in mezzo ai campi di grano.

Il sud Italia, comprese le isole, era il luogo perfetto per i rapimenti, in quanto gli sterminati spazi isolati, le innumerevoli zone impervie, sperdute in mezzo al nulla, e i piccolissimi paesi con poche decine di abitanti in cui tutti si conoscono tra di loro e nessuno oserebbe tradire il proprio vicino, rendevano difficile alle forze dell’ordine la localizzazione del possibile luogo di detenzione del piccolo. Il trasferimento del bambino dalle grandi città settentrionali al sud rappresentava anche una lotta di classe e di potere, con un nord considerato come sede dei più agiati e popolato da famiglie benestanti che non si rendevano conto dei problemi del vivere tra i campi, in case piccole e diroccate con solo lo stretto necessario, e in borghi in cui si potevano trovare ben poche prospettive di lavoro (più volte nel film, la madre di Michele lo incita ad andarsene dal loro paese sperduto per trovare fortuna altrove). Non è un caso, inoltre, che il capo della banda sia Sergio, un milanese interpretato da Diego Abatantuono, che tiranneggia sui suoi complici trattandoli come se non fossero in grado di fare nulla senza di lui, tanto meno di gestire una situazione complicata come quella di un rapimento.

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Michele e suo padre si sfidano a braccio di ferro in una delle prime scene del film.

È allarmante pensare come la finta vicenda di Filippo, bambino di 10 anni portato via dalla propria abitazione di Milano, sia la vera storia di tanti che hanno dovuto sopportare privazioni tali da fargli perdere l’innocenza e la giovialità tipiche dell’infanzia. Ammaniti mette in scena non una singola vicenda tra tante realmente accaduta realmente accadute, ma un evento fittizio capace di rappresentare il fenomeno del rapimento nella sua totalità attraverso un volto senza nome. Non ci si focalizza sulle sfortune del bambino Filippo, ma piuttosto sulle privazioni che egli ha dovuto sopportare giorno dopo giorno, sui metodi che venivano utilizzati per l’esecuzione del rapimento, sulle decisioni che venivano prese dai rapitori e sull’attesa estenuante che tutto finisse nel migliore dei modi. Alla fine dei conti, come ha affermato il regista Gabriele Salvatores, l’importante non è tanto la storia del rapimento in sé ma tutto quello che esso comporta e il mistero che lo avvolge. In questo modo si ha l’opportunità di evidenziare non il singolo bambino che ha subito il sequestro ma tutti coloro che hanno vissuto la medesima terribile esperienza.

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La disperazione di Michele in una toccante scena del film.

Io non ho paura: Ammaniti mostra l’innocenza dell’età infantine contrapposta alla crudeltà del mondo degli adulti

Il film modifica alcuni dettagli della storia originale raccontata nel romanzo di Ammaniti, ma riesce perfettamente nel suo intento di tenere incollato lo spettatore e affezionarsi ai due piccoli protagonisti. Nonostante siano stati scelti dei ragazzini che non avevano mai recitato prima, entrambi risultano assolutamente perfetti nella loro relazione di amicizia e di complicità e nel rappresentare una storia particolarmente difficile da sopportare. È impossibile non intenerirsi di fronte all’ingenuità di Michele, tipica dei bambini, i quali non riescono a comprendere i motivi che risiedono dietro gli atti di crudeltà caratteristici del mondo degli adulti. Salvatores riesce a mostrare con sensibilità la vita attraverso uno sguardo infantile, innocente e scherzoso, sempre con un atteggiamento positivo e le cui preoccupazioni sono solo quelle di scambiarsi favori e segreti in cambio di macchinine, non imbrattato dai problemi e dal bieco modo di pensare dei grandi, in cui i soldi sono una necessità e se non si ha la possibilità di trovare un lavoro normale, bisogna ricorrere a un’altra maniera pur di sopravvivere.

Il regista riprende gran parte dei concetti del neo-realismo, attraverso delle inquadrature che ci fanno sentire sempre al fianco di Michele come se fossimo suoi complici, sia nel bene che nel male, e li sfrutta degnamente per rappresentare al meglio la storia tanto da riuscire a calarsi in un periodo storico crudele che deve essere ricordato.

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