155 inquadrature, ognuna della durata di circa 45 secondi; 7 statuette per 10 candidature agli Oscar; un piano sequenza iniziale della durata di 17 minuti; 716.392.705 dollari al box-office mondiale. Questi sono i numeri principali di Gravity, film di Alfonso Cuaron uscito nel 2013 e proiettato in apertura della settantesima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove ha avuto la sua anteprima mondiale.
Ai premi Oscar, Gravity si aggiudica l’ambita statuetta per la Miglior regia, oltre a quelle per i Migliori effetti speciali, Miglior fotografia, Miglior montaggio (e miglior montaggio sonoro), Miglior colonna sonora e, infine, Miglior sonoro.

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La trama di Gravity ruota alla dottoressa Ryan Stone, interpretata da Sandra Bullock, che si ritrova ad affrontare per la prima volta una missione spaziale insieme ad altri colleghi e al comandante Kowalsky (George Clooney). Durante una passeggiata all’esterno dello Shuttle, però, qualcosa va storto, al punto che l’equipaggio superstite perde i contatti con Houston. La loro unica speranza di salvezza è, adesso, riuscire a raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale.

Gravity: quando è la regia a rendere credibile l’opera

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Non è plausibilità scientifica il punto forte di Gravity: a tal proposito parla il presidente dell’istituto nazionale di astrofisica italiano, Giovanni Bignami, che su La Stampa riporta:

[Gravity] vuole essere simile alla tecno(fanta)scienza di Apollo 13 o di Uomini veri, ma non ci riesce del tutto, anzi. Il segreto per vedere fino in fondo Gravity di Cuaròn senza ridere o senza andarsene è munirsi di sospensione dell’incredulità. Cioè quella cosa per cui lo spettatore deve far finta di crederci..

Aggiungeremmo che la facilità con cui risulta naturale sospendere la propria incredulità, più che nella disposizione dello spettatore, sembra risiedere nello splendido lavoro di regia, che rende possibile per lo spettatore dimenticare (anzi, assecondare) alcune poco realistiche svolte narrative del film. Ecco che quindi Gravity diviene prova concreta di come il mancato realismo possa opporsi, nel cinema, a una credibilità che dipende totalmente dalle mani di chi dà forma al contenuto.

Cuaron realizza uno space movie come nessun altro prima d’ora, un’opera immersiva che coinvolge ogni senso e lo trasporta in un vuoto siderale che concepisce invece infinite possibilità narrative: in film come Gravity, pertanto, la regia ha il doppio compito di sostituire la fallibilità di una sceneggiatura che mira a consegnare un messaggio antropologico al di là della validità di quanto raccontato, e, al contempo, quello di convogliare i sentimenti del pubblico nel cuore del dramma e dell’azione del film, che offre il punto di vista della protagonista femminile in un contesto remoto ai più, se non a chiunque. Far sì che la macchina da presa compia movimenti fluttuanti e iperbolici, spesso talmente roteanti da divenire a malapena sopportabili, si rivela quasi paradossalmente il linguaggio più efficace per sostituire col proprio punto di vista quello dell’astronauta perduta nell’inospitale cosmo.

Gli effetti speciali e la tecnica di Gravity: i luoghi e i mezzi delle riprese

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All’appropriata e personale tecnica del regista si aggiunge la vincente scelta del 3D, con cui è stato possibile sperimentare in sala un’immersione ancora più estrema. Il materiale delle riprese, girato con una Arri Alexa classica equipaggiata con lenti Arri Master Prime, è stato convertito nel 3D che tutti conosciamo solo in fase di post-produzione. Dal mezzo utilizzato per la maggior parte delle riprese del film si distacca, invece, quello adoperato per le riprese della scena finale ambientata sulla Terra: dal digitale, con cui è stata realizzata la maggior parte del film, si passa alla pellicola di una Alexa 765, che offre una gamma di colori più ricca e una maggiore morbidezza dell’immagine, ideale per sottolineare il contrasto tra l’aspra ostilità del vuoto spaziale e la tenerezza del benvenuto da parte del pianeta.

Un’analoga differenza si riscontra tra gli interni delle stazioni spaziali, riprodotti nei Pinewood e negli Shepperton Studios del Regno Unito, e l’esterno della scena sulla terraferma, realizzata davvero sul Lago Powell, lago artificiale situato in Arizona. La “falsa” autenticità di Gravity passa soprattutto attraverso il lavoro sugli effetti speciali, e in particolare quello sull’illuminazione, che riproduce perfettamente le rifrazioni nello spazio: è stato costruito appositamente un intero sistema basato sull’illuminazione orchestrata di ben 1,8 milioni di LED individualmente controllati. L’80% di Gravity è stato realizzato in computer grafica, grazie all’apporto di Tim Webber, supervisore degli effetti speciali. Quella di Gravity è la stessa società, la Framestore, che ha curato gli effetti di film come Superman Returns e Il cavaliere oscuro.

Leggi anche il nostro editoriale su Il Cavaliere Oscuro: filosofia e analisi di un capolavoro

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