Gli uomini d'oro cinematographe.it

“Altri venti anni qua dentro e mi ammazzo”, così esordisce Giampaolo Morelli in Gli uomini d’oro, il film diretto da Vincenzo Alfieri, nelle sale dal 7 novembre 2019. E a quanto pare in certi casi l’odio verso il proprio posto di lavoro è talmente elevato da indurre un uomo a ideare la rapina del secolo. Insomma: meglio vent’anni in galera che alle poste?! La storia raccontata nel noir italiano, che vede tra i protagonisti anche Fabio De Luigi ed Edoardo Leo, è incredibilmente vera. Non a caso il titolo stesso del film prende in prestito il soprannome che diede la stampa a coloro i quali erano immischiati in questo fatidico colpo: l’autista del furgone blindato Giuliano Guerzoni (che nel film prende il nome del Luigi Meroni interpretato da Giampaolo Morelli), il pensionato ed ex postino Enrico Ughini (nel film è il Luciano Bodini a cui presta il volto Giuseppe Ragone) e l’incaricato dello scambio Domenico Cante (nel film Alvise Zago, interpretato da Fabio De Luigi).
A loro si aggiungono anche l’ex pugile Lupo, interpretato da Edoardo Leo (nella realtà Ivan Cella), Susy Laude (nei panni di Bruna, la moglie di Alvise, al secolo Gabriella Regis), la donna del Lupo Gina, interpretata da Mariela Garriga (nella realtà Cristina Quaglia), l’ambiguo sarto che ha il volto di Gian Marco Tognazzi e l’attrice Matilde Gioli (che interpreta Anna, la fidanzata di Meroni).

Gli uomini d’oro è una storia vera. Ecco come si svolse la rapina alle poste di Torino

La storia vera raccontata nel film Gli uomini d’oro e ambientata a Torino ha inizio giovedì 27 giugno 1996 e il piano sul quale si basa è apparentemente geniale: sostituire i soldi con i ritagli dei giornalini di Topolino (stessa misura, stesso peso) e il giorno dopo sparire. Ma cosa andò storto? Cerchiamo di ripercorrere una delle più rocambolesche pagine di cronaca nera; una rapina che venne a galla quella mattina del 27 giugno quando il direttore degli uffici postali di Porta Nuova si accorge che nei dieci sacchi non c’erano i soldi (i versamenti dell’Ici) ma carta di giornale delle stesse dimensioni delle banconote  da 50 e 100 mila lire.

Cosa era successo? Lo racconta il primo capitolo de Gli uomini d’oro intitolato Il Playboy, che si focalizza sulla figura di Meroni, alias Giampaolo Morelli, che nella realtà corrisponde a Giuliano Guerzoni (36 anni). Era lui la mente del piano (che addirittura fece di tutto per avere quel turno di lavoro, insospettendo il collega), era lui l’autista del blindato, noto nella zona per il suo fare da playboy; amico e collega di Enrico Ughini (40 anni, pensionato), suo socio tutt’altro che scaltro, incaricato di nascondersi nella cassa del furgone portavalori e scambiare le banconote vere con quelle false. Ma loro da soli non avrebbero potuto portare a termine il piano, serviva un complice e lo trovarono in Domenico Cante, l’impiegato che aveva il compito di scendere a ogni ufficio postale per ritirare i pacchi. Alla fine del giro, ormai giunti all’ufficio postale di Porta Nuova, gli scambi sono già stati fatti e Cante scende come di consueto per effettuare la consegna. Guerzoni invece riporta il furgone alla rimessa e nasconde il bottino di circa 5 miliardi insieme all’amico Ughini. Qualcosa però va storto! Durante il frettoloso viaggio in cui doveva realizzare lo scambio Ughini va in confusione e lascia fuori uno dei sacchi originali, perdendo parte del denaro e destando sospetti che portano all’interrogatorio di Cante, presentatosi regolarmente a lavoro il giorno seguente, convinto del suo alibi da uomo per bene. Dopotutto chi avrebbe sospettato di un uomo dalla vita apparentemente normale? Cardiopatico, sposato e con una bambina di 11 anni, Cante aveva l’aria del bonaccione che tirava avanti nonostante tutto e un unico hobby: la caccia (da qui il titolo del secondo capitolo de Gli uomini d’oro, Il cacciatore).

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L’uomo nega ovviamente di essere coinvolto nella rapina e sia Guerzoni che Ughini sono spariti dalla circolazione, il che fa pensare che siano fuggiti all’estero con i soldi, lontani dalla legge. E mentre il 2 luglio viene emesso un provvedimento di ricerca, è la data del 13 luglio 1996 a rappresentare una svolta per le indagini. Un contadino della Val di Susa infatti ritrova i due cadaveri dei postini avvolti in sacchi a pelo e sepolti sotto un albero di nocciole, nella campagna di Bussoleno. A quanto pare i due sono rimasti uccisi in uno scontro con i complici e chiaramente ritorna a galla il nome di Cante che, arrestato dopo diversi interrogatori, fa il nome di Ivan Cella (42 anni), proprietario insieme a Cante di una birreria di Susa, La Frontiera, e di un’impresa di impianti elettrici. Amico d’infanzia di Domenico Cante, il personaggio che nella pellicola di Alfieri ha il volto di Edoardo Leo ha ribaltato le indagini. Noto per il suo temperamento violento, ma tuttavia dedito anch’egli al lavoro, diventa nell’immaginario delle forze dell’ordine la nuova mente del piano. Ma è davvero così?

Fino a quel momento era rimasto fuori dai giochi ma, come riporta un articolo pubblicato su La Repubblica il 15 luglio del 1996, gli investigatori della squadra mobile e del nucleo operativo dei carabinieri di Torino a quel punto si concentrano su Cante, nel camper del quale sono stati ritrovati i soldi falsi usati per riempire i sacchi. A peggiorare le cose anche le dichiarazioni della moglie Gabriella Regis (nel film Susy Laude), la quale ha testimoniato contro il marito, raccontando che era rincasato a notte fonda, nonostante il suo turno di lavoro si fosse concluso nella prima serata. Ivan Cella invece riesce a cavarsela meglio (una denuncia a piede libero): ha in tasca le chiavi del camper, ma nulla più.

Che fine hanno fatto i veri uomini d’oro interpretati da Giampaolo Morelli e Giuseppe Ragone?

Nel film la rissa si scatena per cause calcistiche. Alvise e Luciano iniziano a stuzzicarsi su alcune partite e alla fine uno dei due (Alvise, interpretato da De Luigi) tira fuori una pistola e inizia a sparare, inducendo i due amici a fuggire. Sempre nel film vediamo che per fatalità sia il Meroni interpretato da Giampaolo Morelli che il Luciano interpretato da Giuseppe Ragone cadono giù da un burrone, morendo. Nella realtà è emerso che i due sono morti probabilmente in posti e orari diversi e certamente non per pura fatalità. Giuliano Guerzoni infatti è deceduto a causa di un colpo alla testa. Il suo cadavere è stato avvolto in un sacco a pelo e sepolto, insieme a quello dell’amico e complice, in una fossa distante circa un chilometro dall’abitazione di Domenico Cante. A uccidere Enrico Ughini è stata invece una pallottola al petto.

La verità sul ruolo di Ivan Cella la svela un articolo pubblicato su La Repubblica il 15 gennaio del 1998 che riporta la confessione dell’ex barista il quale, dopo aver convinto la compagna Cristina Quaglia a fuggire in Albania e in Bolivia e dopo averle confessato le sue colpe, decide di svelare la verità anche ai magistrati:

Sono colpevole. Ammetto di essere implicato nel furto e di aver ucciso Giuliano Guerzoni dopo che Domenico Cante aveva già sparato ad Enrico Ughini.

Catturato a Tirana nel dicembre del 1996 grazie alla collaborazione tra la polizia italiana e quella albanese, durante la sua confessione Cella ricostruirà i fatti, raccontando di essere stato informato del colpo da Domenico Cante, il quale gli aveva chiesto di procurargli due passaporti falsi e di aiutare i due a espatriare. Ma visto che i due ideatori del colpo non davano nessuna fiducia, Cella e Cante avevano pensato di farli fuori (pare che la buca per la sepoltura fosse stata scavata intorno alla fine di maggio) e spartirsi il bottino che, a detta di Cella, era stato custodito nella cantina della sua birreria.
Dopo questa confessione Cante, che fino a quel momento si era detto innocente, ha dovuto vuotare il sacco, precisando però che l’omicidio non era stato premeditato, ma che fu la conseguenza di una lite.

Gli uomini d’oro: che fine hanno fatto i soldi?

Il film diretto da Vincenzo Alfieri precisa che parenti e amici dei ladri non subirono conseguenze. Ci svela anche la fine del bottino, sparito tra amici e parenti. Nella scena finale la figlia di Alvise sembra aver trovato qualcosa di stupefacente nella scatola di un suo gioco e tutto ci fa pensare che si tratti dei soldi.

Ma nella vita reale nessuno sa che fine abbiano fatto quei 2 miliardi e 52 milioni in contanti, ai quali si aggiunge anche la scomparsa dei 2 miliardi e 981 milioni in assegni. Né Cella né Cante lo hanno mai svelato, né hanno detto nulla dei due corrieri spediti la sera stessa del colpo da Guerzoni e Ughini per consegnare un centinaio di milioni ai complici che dovevano preparare il loro esilio in Costa Rica e alle due fidanzate dell’autista del blindato. Ma chi erano le due fortunate? A oggi nessuno lo sa!

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