Ghost Fantasma - Cinematographe.it

Era il 13 luglio 1990 quando nelle sale statunitensi esordiva sul grande schermo Ghost – Fantasma, quello che decenni dopo sarebbe stato ancora considerato uno dei più film più romantici di sempre. Nonostante il tempo trascorso, rimane indelebile il ricordo di quell’amore che dominava la scena in oltre 120 minuti di immagini, di sguardi, di colpi di scena. Un’opera, quella diretta da Jerry Zucker, che ha solcato ancora di più la linea che separa il bene dal male, la luce dalle ombre che possono farsi spazio nei meandri nell’animo umano. Tante sono le cose cambiate da allora: gli splendidi capelli a semi-caschetto di Demi Moore sono ormai più lunghi che mai, Patrick Swayze ha seguito davvero il cono di luce e ci ha lasciati un po’ più soli su questo pianeta e Whoopi Goldberg non è coinvolta in grandi film ormai da un’eternità. Eppure, il film in questione occupa ancora uno spazio d’onore nel cuore di milioni di persone e rappresenta un appuntamento imperdibile quando passa in tv, non importa se tu lo abbia visto dieci o cento volte. Tentiamo allora di ripercorrerne tutti i punti di forza che lo rendono un classico intramontabile.

Ghost – Fantasma e quella sottile linea tra vita e morte

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Iniziamo col dire che al centro di Ghost – Fantasma troviamo un trio eccelso, capace di completarsi e tirar fuori il meglio l’uno dell’altro. Demi Moore risulta perfetta nella parte della giovane vedova, rimasta privata dell’amore della sua vita proprio quando aveva raggiunto il picco massimo della gratificazione sentimentale e professionale. Patrick Swayze nel 1990 era l’uomo che tutte avrebbero voluto al loro fianco, una via di mezzo tra il sex symbol e il divo romantico, e con questo film raggiunge la perfezione agli occhi del pubblico femminile. L’attore arrivava dal successo di Dirty Dancing e venne scritturato per Ghost – Fantasma dopo i rifiuti di attori come Bruce Willis e Tom Hanks. Col senno di poi, ringraziamo questi due grandi attori per non aver accettato la parte, poiché un Sam Wheat senza gli occhi dolci ed il sorriso di Swayze risulterebbe davvero difficile da immaginare. Un ruolo che ha reso ancora più dolce l’immagine dell’attore agli occhi del grande pubblico e più amaro l’addio nel 2009. Whoopi Goldberg da sola aggiunge spezzoni di commedia al mix di thriller e dramma che caratterizza gran parte del film, smorzando un carico emotivo che altrimenti sarebbe complicato da gestire anche per lo spettatore più cinico.

Oh, my love, my darling, I’ve hungered for your touch a long, lonely time…

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Il film ti tiene incollato allo schermo per ciascuno dei 120 minuti che lo costituiscono, durante le quali ti ritrovi a commuoverti, a sorridere, a fare i conti con un senso di ansia che, alla fine, lascia spazio ad una nuova disperazione, seppur alleggerita dalla consapevolezza che giustizia è stata fatta. Al centro di tutto c’è un fantasma che in realtà sullo schermo risulta più vivo che mai. Jerry Zucker, attraverso la sua regia, ci permette di percepire la distinzione tra materia e spirito, tra corpo e anima, quando l’uno attraversa l’altra e viceversa. La scena più emblematica del film appare dopo neanche mezz’ora: Molly soffre d’insonnia e decide di mettersi a lavorare l’argilla. La raggiunge Sam, che si siede dietro di lei e sceglie di condividere quel momento creativo. L’incrocio delle loro mani sporche di argilla rappresenta un gesto tanto semplice quanto capace di far sciogliere lo spettatore di fronte allo schermo e farlo sognare di vivere un momento altrettanto intenso. Ma se dici Ghost dici anche Unchained Melody, il tema principale del film che ascoltiamo per la prima volta proprio durante questa scena notturna e che torniamo ad ascoltare nel momento in cui, circa un’ora dopo, Sam e Molly tornano miracolosamente a percepire il tocco l’uno dell’altra. Il brano riportato al successo dai The Righteous Brothers nel 1965, calza a pennello con la story-line dell’opera, a partire dalle prime parole che iniziano, pian piano, a spalancare i condotti lacrimali: “Oh, my love, my darling, I’ve hungered for your touch a long, lonely time” (“Oh amore mio, tesoro mio, ho tanto desiderato il tuo tocco per lungo tempo, per un triste periodo”).

Sam: “Siamo nei guai”, Oda Mae: Perché dici siamo? Tu sei già morto!

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Whoopi Goldberg subentra dopo 40 minuti di film e riesce magistralmente a spezzare la tensione che lega il principio e il finale del film. Attraverso questa performance si consacrò anche nel genere commedia a distanza di cinque anni dalla nomination all’Oscar come Miglior attrice protagonista per Il Colore Viola, riuscendo questa volta ad aggiudicarsi la statuetta come attrice non protagonista in Ghost – Fantasma. Soltanto la sua esuberanza, la sua risata e quella mimica facciale che siamo poi tornati ad adorare in Sister Act, avrebbero potuto strapparci un sorriso in un film tragico come questo. Alcune scene rimangono di una spassosità intaccabile, che farebbero invidia anche alle più recenti commedie, su tutte quella dell’assegno da 4milioni di dollari donato alle suore e quella in cui entra per la prima volta in contatto con Sam. Per Oda Mae, Sam rappresenta il punto di svolta non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto da quello spirituale. Lei che ha la fedina penale sporca ed un fascicolo alla polizia altissimo, sarebbe stata destinata a farsi portar via dagli spiriti cattivi se non fosse arrivato Sam, capace di riportarla sulla retta via, mostrarle i veri valori della vita e permettendole quindi di redimersi.

Il doppio villain: Carl e Willy, due facce della stessa medaglia

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Nel film il ruolo del villain si sdoppia in due anime perdute: c’è l’omicida materiale ovvero Willy Lopez (Rick Aviles) e quello che in realtà ha architettato tutto, ovvero Carl Bruner (Tony Goldwyn). Ma è soprattutto su quest’ultimo che, alla fine, si riversa tutto l’odio degli spettatori, poiché un tizio che durante una rapina tira fuori una pistola e ti spara a morte può (purtroppo) capitare a tutti in questo mondo che sembra funzionare al contrario ma un migliore amico che fa sì che questo accada, senza mai chiedere scusa ma, anzi, perseverando nell’errore e provandoci anche con la compagna dell’amico morto, beh… non lo si augura neanche al proprio nemico!

Tony Goldwyn si è poi rifatto agli occhi del pubblico femminile oltre vent’anni dopo, con la serie tv Scandal che lo ha visto interpretare il co-protagonista Fitz Grant. Ghost – Fantasma unisce così per ben due volte l’alta società ai bassi fondi newyorkesi: prima lo fa con Oda Mae e Sam/Molly e poi con Willy con Carl. Se Willy è il classico criminale che ha deciso di vivere la propria vita nel segno dell’illegalità, rimanendo emarginato ai confini della società, Carl è invece l’elemento ben accettato dalla società, forse il peggiore tra i due, poiché ha tutto dalla vita (bellezza, buon lavoro, salute e amicizia) ma decide di buttare tutto all’aria per un’insaziabile brama di potere.

Ghost – Fantasma: un amore oltre ogni limite, che sfida la morte e lo scorrere del tempo

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Quello di Ghost – Fantasma non si può definire proprio un Happy Ending poiché, tra una lacrima ed un singhiozzo, ci si rende conto che sì, lui è riuscito a compiere la sua missione, ovvero proteggere la sua amata Molly e rimettere le cose al posto giusto, ma è comunque costretto a dire addio alla persona con cui avrebbe potuto condividere la sua intera esistenza. Il classico cono di luce che ti avvolge quando è il momento di andare. Il film del 1990 ti fa venire voglia di comportarti bene per non essere portato via dalle ombre cattive.

A distanza di tempo rimane vivo nei ricordi un amore puro come se ne trovano raramente nella realtà ed anche sul grande schermo. Una storia che ti prende per mano e ti fa sedere su un’altalena di emozioni: passi dalla commozione iniziale alla tensione che caratterizza i momenti cruciali del film, per poi fare ritorno allo strazio quando Sam torna a vivere attraverso il corpo di Oda Mae, passando per il punto di tensione massimo quando Carl si presenta a casa di Molly e si finisce per crollare e aprire i rubinetti quando arriva il momento del vero addio tra i due protagonisti. Ogni singolo sguardo ed ogni singola parola che caratterizza quel momento ti scava in fondo all’anima: “Ti Amo“, “Idem“, “Addio“, “Addio“, “Ciao“… e “Ciao core”, aggiungono gli spettatori a chiudere, affogando in un mare di lacrime.