Da Working Girls a Madame Claude: 10 film sulla prostituzione da vedere

Dall’Austria al Giappone, dal coming-of-age al documentario fotografico, il racconto della vendita del corpo al cinema si fonda sugli opposti e i film sulla prostituzione capaci di cogliere gli aspetti umani e sociali più interessanti sono diversi. Ecco alcuni titoli.

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Di autodeterminazione e coercizione, di abuso e gratificazione, la rappresentazione della prostituzione al cinema passa sempre tramite opposti. La mercificazione del corpo nell’ambito sociale, culturale e politico si plasma infatti nel dualismo, aprendosi ad un ventaglio infinito di narrazioni antitetiche, proiettate sul grande schermo nei loro aspetti diseguali sorretti, comunque, da un filo comune. In ordine puramente cronologico, Madame Claude è solo l’ultimo dei film sulla prostituzione, incentrando in ottica biopic sulla misteriosa figura della maitresse più famosa di Francia, lo scorcio di una Parigi edonista delle prime escort di lusso degli anni ’60. Ma la Settima Arte offre e ha offerto molto altro, addentrandosi in lavori interessati a guardare al tema con occhi aperti, che indagano un mondo costruito, di fatto, sul reciproco scambio del piacere e del potere. Vediamo, allora, i titoli di alcuni film sulla prostituzione che vale la pena recuperare.

1. Working Girls (Lizzie Borden, 1987)

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Ispirato dalle esperienze di vere prostitute che la cineasta di Detroit Lizzie Borden ha incontrato nella realizzazione del suo film punto di riferimento della cultura underground e femminista Born in Flames del 1983, Working Girls rivela una giornata tipo nella vita di Molly (Louise Smith), fotografa di giorno e prostituta part-time in un bordello di Manhattan. Tra un viavai costante di clienti, la routine con le colleghe tra chiacchiere e pettegolezzi, Molly e le altre call girls sono chiamate per assecondare le fantasiose richieste di uomini che a loro modo pensano di essere unici, ma che in verità sono uguali a tutti gli altri. Con un piglio immersivo e ricco di dettagli autentici sui riturali e i ritmi della professione più stigmatizzata della società, Working Girls è il film sulla prostituzione che vuole guardarla tramite una lente priva di ogni sensazionalismo, offrendo la rappresentazione in chiave empatica e umanista di donne in cui la prostituzione è trattata come un lavoro come tanti.

2. Paradise: Love (Ulrich Seidl, 2012)

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Primo capitolo di una trilogia che comprende anche Paradise: Faith e Paradise: Hope, il film di Sedl presentato a Cannes nel 2012, racconta il turismo sessuale e il privilegio economico seguendo il viaggio di Teresa (Margarete Tiesel), corpulenta cinquantenne austriaca, alla ricerca dell’amore in tarda età tra le assolate spiagge del Kenya. Lì, la donna entra in contatto con un gruppo di giovani e scultorei ragazzi africani, pronti a regalare alle donne bianche ed europee alcune ore di piacere in cambio di poco denaro. In una sorta di sfruttamento subdolo e reciproco, Teresa vorrebbe essere “guardata negli occhi”, mentre loro si prestano ad interpretare una parte a favor di sguardo occidentale, offrendo mere illusioni simil-romantiche e carnali, che ben presto sfiorano l’illecito. Tra cinico umorismo e dialoghi parzialmente improvvisati, Paradise: Love offusca i contorni tra dramma, commedia e documentario, in un ‘paradiso’ bianco e nero sempre più lontano, in cui sesso, libertà e (osceno) capitalismo si fondono nell’ambiguo messaggio finale sulla natura e la morale dell’abuso.

3. Sauvage (Camille Vidal-Naquet, 2018)

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Esordio dietro la macchina da presa dell’accademico di studi sul cinema Camille Vidal-Naquet, Sauvage sfrutta il magnetismo disperato di uno degli attori feticcio del cinema queer francese e contemporaneo Félix Maritaud (120 battiti al minuto, Jonas) per ridefinire i confini sulla rappresentazione della prostituzione maschile sullo schermo. Braccato dallo sguardo onnipresente della telecamera sul volto e sul corpo messo in vendita nei vicoli di Strasburgo, Léo si espone, si lascia guardare per poi farsi veicolo del piacere altrui, prestandosi a marchette di fantasie omoerotiche ora violente, ora più pudiche proiettate su di lui. Elettrico, anti-voyeuristico e deliberatamente a tratti grafico, il film presentato a Cannes 2018 guarda al corpo in vendita con occhio umano e malinconico, riflettendo sul significato di intimità alternando la brutalità e il vigore, l’erotismo e la commozione; racchiudendo nell’anima indomabile del suo protagonista l’essenza di chi ha scelto di condurre questa vita.

4. Irina Palm (Sam Garbarski, 2007)

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Per racimolare i soldi necessari alle cure del nipotino affetto da una malattia rara, l’ultracinquantenne Maggie (Marianne Faithfull)  non ha sufficienti ‘skills’ per poter trovare facilmente un’occupazione e, disperata, s’imbatte in un annuncio per un locale di Soho che ricerca una hostess. Il tipo di assistenza richiesta dal gestore slavo in realtà è un tipo di “manualità” che poco ha a che fare con la nobile arte inglese di servire il tè, e cioè quella di prestazioni di piaceri maschili attraverso il foro in un muro. La paga è discreta, l’operazione poco impegnativa e una volta appresa la tecnica e appurato il talento, Maggie in nome d’arte Irina Palm, s’imbarca in un lavoro che necessariamente dev’essere nascosto alla famiglia, finché la curiosità delle tante assenze della donna a casa la metterà difronte alla rivelazione della cruda e sconcertante verità. Diretto dal regista e sceneggiatore belga Sam Garbarski, Irina Palm ha tutte le premesse narrative per un film grottesco, facilmente declinabile alla ridicolizzazione e al bigottismo. Ma sfidando il politically correct e scegliendo un tono iperrealista, l’operazione ha tutt’altra resa finale.

5. White Noise (Antoine D’Agata, 2019)

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Fotografo e documentarista italo-francese classe ‘61, Antoine d’Agata, allievo in gioventù di Larry Clark e Nan Goldin, di vite e sesso notturno ai margini della società ne aveva già fatto soggetto primario con i suoi precedenti Aka Ana (2008) e Atlas (2013), nel primo filmando 120 notti in un bordello giapponese, nell’altro riprendendo i corpi e le anime perse tra Cambogia, Russia e India. Con White Noise, l’eclettico provocateur marsigliese chiude il cerchio e fa di 25 monologhi fuori campo e assembramento di materiale d’archivio la firma autoriale di un saggio in capitoli nel cuore oscuro degli incontri sessuali a pagamento dal Brasile alla Norvegia, dall’Ucraina fino agli Stati Uniti. Riconsegnandoci le immagini fuori fuoco, crudeli, agonizzanti, ma di rara bellezza, di donne e uomini in vendita e prestati alla droga, White Noise è il viaggio attorno al mondo delle declinazioni erotiche di sesso e morte, nel ronzio costante del rumore bianco nei quali sono posti i suoi molteplici soggetti.

6. Storia di una prostituta (Seijun Suzuki, 1965)

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Ambientato nell’Asia della prima metà del 900, afflitta dalla seconda guerra sino-giapponese conclusasi nel settembre del ‘45, Storia di una prostituta mescola melodramma romantico e war movie, ponendo al centro di un mondo ultra-maschile una prostituta. Abbandonata dal marito, Harumi (Yumiko Nogawa) viene introdotta nel bordello di un avamposto militare, diventando la “donna di conforto” dell’esercito giapponese. Abusata e manipolata dall’ufficiale, la donna instaura una relazione clandestina con il soldato Mikami (Tamio Kawac), ma lo spettro dell’occupazione cinese e della potenza tragica della guerra arriva a sconquassare l’abbraccio perduto di una relazione consumata in gran segreto. Diretto da Seijun Suzuki più volte accolto con l’appellativo di regista di B-movie, Storia di una prostituta stavolta si muove fra sequenze oniriche e crudo realismo, inserendo i codici sentimentali ed erotici di un legame totalizzante ma proibito in quelli del western più cinematografico.

7. Lilja 4-ever (Lukas Moodysson, 2002)

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Un tempo parte dell’Unione Sovietica, la Paldiski estone impressa nel film di Lukas Moodysson è una città fatta di palazzi fatiscenti e periferie in degrado, di adolescenti truffati dagli stessi genitori e di attività clandestine per sbarcare il lunario. Lì Lilja (Oksana Akin’šina) è protagonista di un coming-of-age vagabondo e crudele, che la vede prima abbandonata dagli unici parenti rimasti, poi vittima di una violenza di gruppo e infine prostituta per necessità in Svezia, obbligata a clienti maturi e depravati. Terzo lungometraggio dopo Fucking Amal e Mammoth, Lilja 4-ever è il film sulla prostituzione dei primi anni 2000 che mostra con brutale veridicità la parabola adolescenziale di una ragazza segnata dalla consapevolezza della solitudine e dalla sottomissione al maschile, in un dramma sociale e politico che, dopotutto, non ha paura di infondere speranza.

8. L’Apollonide – Souvenirs de la maison close (Bertrand Bonello, 2011)

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Candidato a otto Cesar, tra cui una vittoria per i migliori costumi, il film sulla prostituzione  diretto dal regista di Nocturama, Saint Laurent, Le pornographe ci apre le porte di una ‘maison close’ della Parigi all’alba del XX secolo, abitata da ragazze ‘del mestiere’ e frequentata da uomini sfuggenti. Creato attorno all’enigmatica figura una di loro, Madeleine, sfregiata in viso da un cliente in un tentativo di fuga, L’Apollonide si fa affresco amorale e decadente sulla prostituzione nella Belle-Époque raccontando la vita in un bordello di cinque ragazze (protagoniste anche Jasmine Trinca, Adèle Haenel ed Esther Garrel) e tessendo tra le loro esistenze chiuse alcune tragedie personali di malattie, violenze e sogni sentimentali. Salotti, decòr, tessuti e costumi impeccabilmente ricostruiti con occhio scenico, il film nonostante alcune critiche piuttosto tiepide, è un ritratto naif e bohemian della vita dei postriboli francesi tanto cari all’arte di Toulouse Lautrec.

9. Or – My treasure (Keren Yedaya, 2004)

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Studentessa di giorno e cameriera la sera, la (forse) quasi diciottenne Or (Dana Ivgi), ricicla lattine in cambio di soldi per impedire a sua madre Ruthie (Ronit Elkabetz) di tornare per le strade di Tel Aviv. Uscita dall’ospedale e dipendente dalle sostanze, la figlia le trova un lavoro come donna delle pulizie, ma il richiamo dei soldi facili è molto difficile da ignorare. Mentre si prende cura della madre e mentre il denaro non basta mai, Or è costretta lei stessa a prostituirsi, fino a diventare vera e propria escort. Vincitore della  Caméra d’Or a Cannes nel 2004, il film franco-israeliano di Keren Yedaya racconta la travagliata e complessa relazione tra una madre e una figlia, dipingendo le sue protagoniste con sguardo realista nella loro vorticosa spirale infernale sullo sfondo di una città contraddittoria ma affascinante.

10. Madame Claude (Sylvie Verheyde, 2021)

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Dura, algida, cinica. Il ritratto di Madame Claude che emerge dal biopic a lei dedicato dalla regista Sylvie Verheyde per Netflix, è quello di una donna lucida e imperturbabile, forgiata su una carriera in rapida ascesa fino alla rovinosa caduta finanziaria. Nel film Karole Rocher è Fernande Grudet, la maitresse di Francia che in piena era gaullista gestì il bordello più prestigioso del 16 ° arrondissement, emancipando la prostituzione dei bassifondi e dei marciapiedi all’interno di lussuosi alberghi della città dell’amore ed oltre. L’operazione della regista, nella ricerca evocativa di atmosfere d’epoca guardando al burlesque e ai fumosi locali di Pigalle, pecca di non aver raccontato in profondità la storia vera, o comunque mitologica, di una donna tuttora contraddittoria e misteriosa. Ma Madame Claude è di certo un ritratto interessante sulla nascita delle cosiddette escort di lusso, inserendosi appieno nella nostra lista dei film sulla prostituzione della contemporaneità.

Leggi anche Madame Claude: recensione del film Netflix 

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