Figli, Cinematographe.it

In effetti Ennio Flaiano, indimenticabile autore di tanti capolavori di Fellini come 8 e 1/2, I vitelloni e La Dolce Vita, se n’è andato a 62 anni da questo mondo che derideva così bene. Mattia Torre invece ne aveva solo 47. Entrambi hanno scritto tanto, e lasciato il segno con arguta ironia. Entrambi avevano ancora tanto da dire, tanto da scrivere per farci ridere, riflettere e sognare. E chissà se Torre in queste quindici lune che lo separano dal letterato pescarese avrebbe trovato il suo Fellini. Meglio non pensarci.

Meglio concentrarsi sul futuro invece, quello dei vivi, pure se offrono sempre più problemi dei morti. Anzi, meglio ancora pensare ai nuovi nati, e quindi ai figli. Anzi, a Figli. Lo considerava il suo terzo figlio questo progetto, Mattia. Una storia che ruota intorno ai piccoli e grandi problemi dove una coppia unita ma anche un po’ logorata dal tran tran familiare dovrà affrontare l’arrivo del secondo figlio. A Giuseppe Bonito, suo rodato aiuto-regista che in questo caso ha preso in mano il comando del set, Torre suggeriva di diventare il suo “regista di sostegno”, visto che la malattia lo stava indebolendo troppo per dirigere il film. Così questo lavoro è stato realizzato come una grande eredità artistica da una troupe tecnica e un cast d’attori spesso in precedenza compagni di viaggio. In testa al gruppo i due protagonisti, Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea.

Figli: l’ironica elegia della famiglia moderna

figli, cinematographe

Con le sue 400 copie portate al cinema da Vision Distribution e la co-produzione di Sky e Amazon Prime Video, il film tratto dal monologo omonimo ha già assicurato un cammino attraverso i vari device che illuminano le facce degli spettatori tanto nelle sale buie quanto sui patri divani. Anche se, dopo gli italiani, anche all’estero il pubblico sarebbe di certo divertito da questa commedia dove mettere alla berlina l’arrivo di un bebè come evento d’infausta tragicomicità eleva i suoi personaggi da commedianti a improvvisati e irresistibili filosofi urbani. Così i confronti tra padri sotto tiro di Mastandrea, Stefano Fresi e Valerio Aprea danno vita a idealtipi verosimili, vittime e carnefici delle loro stesse ansie. Se Fresi durante le passeggiate al sole si fa picchiare in continuazione dai suoi due bambini ipercinetici e armati di spadoni in plastica con un ritmo più indiavolato di qualsiasi strumento a percussione, Aprea, con il suo genitore single gigioneggia tra giovani amanti e i pensieri in caduta libera verso l’unica soluzione a una società costretta in fin dei conti, secondo lui, tra ristorazione e morte. Allora una “tiella di lasagne in faccia” come finale deflagrazione luculliana dagli echi in stile La grande abbuffata, stilizza in piccoli pensieri apocalittici alcuni vicoli ciechi d’incertezze che avvolgono un po’ tutti noi quarantenni arrivati agli anni venti: nel secondo millennio ma senza ghette. Qual è il senso della vita nascosto tra il vortice del far figli, lavorare, vivere, fare l’amore?

Saltare giù da una finestra quando qualsiasi risposta a una discussione si fa imponderabile è la soluzione visionaria, il leitmotiv che sostituisce forse lo schiaffetto sulla vena del braccio prima di un’iniezione di eroina. Gesto sgradevole che una ventina d’anni fa, la stessa generazione allora ventenne utilizzava per esprimere noia, senso di ineluttabilità, esorcismo d’ansia. La Cortellesi, durante la presentazione stampa ha ricordato che lei di salti dalla finestra ne ha fatti ben 5, mentre il suo compagno sul set soltanto 2. Anche in questo modo buffo e apparentemente strampalato Torre, con molta onestà, riconosce la vita della donna più impegnativa e carica di responsabilità all’interno della famiglia. L’arrivo di un secondo figlio per una coppia che dovrebbe essere già rodata a una vita di pappe, sveglie notturne e staffette tra studi medici e festifici dall’ineluttabilità fantozziana mette alla prova genitori e figli. Ma anche i suoceri.

Beethoven, “l’uovo alla cocca” e la scrittura universale di Mattia

È proprio nello scontro epocale con i suoceri che la scrittura tocca i momenti più alti. Uno di loro, il padre di Mastandrea, lo interpreta un Giorgio Barchiesi ineditamente pasticcione, meglio noto come Giorgione per i suoi programmi di cucina. La nostra malcapitata coppia in cerca di babysitting a buon mercato dovrà vedersela anche con egoismi e colpi di testa di genitori imprevedibili. In proposito, lo scambio tra Cortellesi e Betty Pedrazzi, nel ruolo di sua madre, racchiude in una manciata di secondi decenni di scontri generazionali. Senza dubbio il momento più importante di questo film. Madre contro figlia, le stilettate nel rinfacciarsi brandelli di vita sottratti da necessari impegni traslati in necessità invisibili all’altra danno i brividi. Fanno pensare a quanta verità sia riuscito a mettere insieme l’autore nei suoi scritti.

Ma la verità fa anche ridere. Anzi, fondamentalmente è quel che si fa durante questo film dall’inizio alla fine. Allora ben vengano tormentoni come l’uovo alla cocca riproposto oltre la nausea dalla babysitter ciociara, o quello musicale di Beethoven, il quale con la sua Sonata N.8 Patetique sostituisce il pianto del neonato. Effetti comici sempre dirompenti. Nel crepuscolo di leggerezza intelligente tra umorismo e drammi quotidiani Mattia Torre somiglia a Ennio Flaiano. Mancano entrambi, ma le loro lezioni restano sulle loro pagine e nei film che hanno scritto.

“Bisogna imparare ad accettare. Bisogna imparare a restare”. Questa una delle frasi sfuggenti quanto importanti che scorrono dalla bocca di un personaggio nel film. Chiave risolutoria, ma non autoassolutoria della vita di coppia. Non un tirare a campare, ma un costruire con grazia dissacrante è ciò che suggerisce sottovoce Torre al suo pubblico. Lo faceva in Linea verticale, e lo aveva iniziato a fare, in un certo senso, già da Boris, insieme ai compagni di viaggio Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico, con lui autori e registi di una serie tv che ha fatto storia. O ancor prima con il film d’esordio Piovono mucche. Figli invece tornerà anche in libreria, a maggio, nella sua versione originaria. O meglio, contenuto nella raccolta In mezzo al mare – Sette atti comici, edita da Mondadori. Su questa opera Mastandrea, Bonito e i produttori Lorenzo Mieli di Wildside e Nicola Maccanico di Vision si sono dichiarati possibilisti nell’idea di sviluppare per il cinema anche altri scritti di Torre. La sua eredità artistica è stata aperta e per adesso le persone, i colleghi, gli amici che se ne stanno occupando già a teatro si sono dimostrati all’altezza. Il pubblico ha fame di queste commedie. È tempo che si tornino a girare cose belle come questa, anche con l’amara ironia dei grandi assenti.

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