“Voglio dedicare questo premio a tutti gli storti, tutti gli sbagliati, tutti gli emarginati, tutti i fuori casta e ad Antonio Ligabue e alla sua grandissima lezione che ci ha dato: Antonio Ligabue è ancora qui e ci insegna che quello che facciamo nella vita resta.”

Questo il discorso di ringraziamento di Elio Germano per la vittoria dell’Orso d’argento alla Berlinale 2020 per la sua straordinaria interpretazione del pittore Ligabue nel film Volevo nascondermi di Giorgio Diritti. Una vittoria “internazionale” che arriva a 10 anni esatti da quella al Festival di Cannes per La nostra vita di Daniele Luchetti. A Berlino era dal 1987 con Gian Maria Volonté che un attore italiano non stringeva la statuetta d’argento. E ancora una volta a riportare l’Italia sotto i riflettori dando prestigio al nostro Paese è il “giovane favoloso” del cinema italiano. Lui la lezione di Ligabue sembra averla imparata da tempo perché quello che fa Germano in ogni suo film resta e sempre in maniera positiva.

Elio Germano – Palma d’oro a Cannes 2010

Elio Germano, cinematographe.it

Un talento che mette d’accordo tutti, riconosciuto non solo dal pubblico e dai professionisti italiani ma anche da giurie e platee che superano i nostri confini, in Festival che hanno da sempre uno sguardo attento alla qualità, al talento, alle storie, ai personaggi raccontati. Cannes premiò Elio Germano per il suo Claudio in La nostra vita nel 2010, un uomo distrutto per la perdita della giovane moglie, morta dando alla luce il loro terzo figlio che come “risarcimento” chiede alla vita sempre di più: successo e soldi ottenuti illecitamente che lo getteranno nel baratro prima del lieto fine. La scena madre come un pugno allo stomaco mostra tutta la disperazione di un uomo solo con il suo dolore: Elio Germano con un realismo straziante urla tutto il suo dolore cantando in lacrime al funerale Anima fragile di Vasco Rossi, la canzone preferita dell’adorata moglie. E Palma d’Oro fu.

Elio Germano: il “giovane favoloso” del cinema italiano

Elio Germano, cinematographe.it

A Berlino oggi conquista al primo sguardo, con quello dolente di Antonio Ligabue, pittore naif italiano già immortalato nel piccolo schermo da Flavio Bucci nel 1977, un reietto che riuscì a trasmettere tutta la sua essenza attraverso i suoi dipinti, la rabbia e la frustrazione nell’immagine di bestie selvagge e tutta la sua voglia di esistere negli autoritratti.

Elio Germano si fonde di nuovo in un personaggio dal vissuto complesso, dall’anima travagliata e comunica pienamente l’essenza senza filtri di un uomo tanto semplice quanto oscuro, tanto da essere considerato un pericolo, rinchiuso in manicomi senza umanità, ultimo tra gli ultimi. Anche qui, coadiuvato da un trucco trasformante che non sovrasta il suo talento, l’attore dà conferma di essere una scommessa vincente misurandosi con sfide che per molti si sarebbero potute tramutare in disfatte. Come per Giacomo Leopardi portato sul grande schermo da Mario Martone in quell’opera magnifica che è Il giovane favoloso (2014), film che, come dichiarato più volte dal regista, senza Elio Germano non avrebbe visto la luce. Un successo non solo di critica ma anche di pubblico: un riscontro straordinario per il poeta di Recanati spesso bistrattato dalla storia che con il volto, la voce e l’interpretazione di Germano si tramuta in un eroe romantico e tragico che i libri di scuola non hanno mai raccontato. Una Coppa Volpi mancata alla 71esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Elio Germano – Fonte di ispirazione per i suoi registi

Elio Germano, cinematographe.it

La “fortuna” di Germano è anche qui: nell’essere pensato per ruoli di un certo peso, fonte di ispirazione per registi che rimettono a Germano la parte più ardua di un’opera, quella di trasmettere nella maniera più vera possibile il vissuto di un personaggio. Lui che grazie al suo talento può permettersi di scegliere un ruolo e di rifiutarne altri, che sin dall’inizio della sua carriera ha seguito le sue corde, il suo istinto con coerenza ed intelligenza. Un percorso naturale che dalle numerose esperienze televisive lo porta al primo film importante diretto da Ettore Scola in Concorrenza sleale (2001) fino al primo successo che, dopo tanti ruoli minori, lo porta alla ribalta con Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti nel 2007. È con l’amatissimo Accio in un romanzo di formazione appassionante e toccante che inizia, quindi, per Germano una carriera fatta di continue conferme, riconoscimenti e ruoli memorabili.

Una carriera che gradualmente lo ha posto all’attenzione della critica e del grande pubblico con personaggi che spiccano anche in film “minori”. L’attore, infatti, mantiene sempre il livello altissimo anche in opere con enormi problemi produttivi sicuramente non all’altezza del suo talento. La sua naturalezza e intensità in ogni ruolo “salvano” molti film e non tolgono nulla alla sua carriera. Così passa da un’opera di nicchia e nichilista come Nessuna qualità agli eroi di Paolo Franchi (2007) alla tragicomica Tutta la vita d’avanti di Paolo Virzì (2008), da Il passato è una terra straniera (2008) di Daniele Vicari a Come Dio comanda (2008) di Gabriele Salvatores. Qui è il “fulminato” “Quattro formaggi” tenero e straziante, uno dei ruoli più significativi per Elio Germano. La dolcezza di un “ultimo” ferito dalla vita, capace di emozionarsi alla vista di uno scoiattolo ma di diventare, inconsapevolmente, il peggiore degli incubi per un’innocente ragazza in una notte buia e tempestosa.

Elio Germano – Talento, studio, cura dei personaggi

Elio Germano, cinematographe.it

A dispetto dei ruoli che più lo aggradano, impegnati, ricercati, travagliati, Germano sa essere anche intensamente “leggero” consegnando dei ritratti sempre veritieri e convincenti: come in L’ultima ruota del carro (2013) di Giovanni Veronesi nel quale interpreta Ernesto, amatissimo “autista del cinema italiano”. Un uomo qualunque con una vita normale, fatta di difficoltà ma anche di gioie quotidiane, incontri speciali, tante sfighe e un grande amore, attraverso la quale si racconta un pezzo di storia italiana. In questa commedia brillante e divertente Elio Germano ha la stessa scanzonatezza e verità che si percepivano nelle grandi commedie dell’epoca d’oro del cinema italiano, quelle di Ettore Scola, Mario Monicelli e Vittorio De Sica. Non a caso nel film di Veronesi Germano rievoca, non si sa quanto inconsapevolmente, nell’aspetto e negli atteggiamenti Nino Manfredi che quattro anni dopo interpreterà nel film tv su Rai 1 In arte Nino diretto da Luca Manfredi. Qui si misura con una prova ardua: riportare in vita uno degli attori più amati dal pubblico, uno di quei monumenti italiani che le persone faticano a dimenticare e verso il quale c’è una grande “protezione”. Germano riesce nel compito: la mimica facciale, l’andatura, il sorriso beffardo sono gli stessi di Manfredi, del quale Germano cattura lo spirito senza farne una semplice imitazione.

Elio Germano: un attore che non è mai “vittima” di film o personaggi sbagliati

Elio Germano, cinematographe.it

Che sia un avvocato dal passato oscuro, un aspirante attore tormentato da fantasmi, un senzatetto coatto con figlio a carico o San Francesco, Elio Germano possiede i suoi personaggi senza mai essere fuori parte, senza mai diventare “vittima” di un film sbagliato o semplicemente non fortunato, senza mai deludere. Una carriera fulgida frutto di una cura continua per il suo lavoro, di uno studio profondo e meticoloso anche del ruolo più piccolo. Non stupiscono quindi i successi che l’attore riesce a ottenere, riconoscimenti dovuti a un interprete così generoso e unico che ha ancora tanto da raccontarci e da farci vivere.

Berlinale 2020 – Favolacce: recensione del film con Elio Germano

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