Era il 1995 e un giovane Edgar Wright dirigeva il suo primo film, A Fistful of Fingers. Sgangherato, sciatto, al limite del proponibile. Un western ispirato al più radicato Sergio Leone, in una rivisitazione moderna degna di una giovane mente ancora da studente, che voleva intraprendere i primi passi nel mondo del cinema. Passarono nove anni – e una serie tv nel mezzo – prima che si intravedesse veramente l’enorme potenziale di una delle creatività più estrose del cinema di genere mondiale. Con L’alba dei morti dementi, Wright seminò i primi semi di quella che sarebbe stata la sua poetica: la più grande dose di divertimento mixata al più grande amore per la cultura nerd/pop.

In pieno stile postcontemporaneo, l’autore britannico ha reso l’ammirazione per i cult della storia del cinema pane quotidiano con cui infarcire i suoi film, in un miscuglio iperattivo di citazioni e innovazione che, nella loro mescolanza, hanno permesso a Wright di distinguersi dalla massa. E nel pastiche il regista trova il proprio superpotere, quello che i suoi protagonisti hanno, ogni volta, in ogni stramba declinazione. Dall’uccidere gli zombie all’arrestare i cattivi, fino alla guida spericolata eppure precisa al millimetro. E con i non morti del 2004, che tanto piacquero a papà George A. Romero, Edgar Wright mostrò la mano minuziosa che dalla sceneggiatura passava alla macchina da presa, irriverente nella scrittura tanto quanto nella parte visiva. Frenetica, frizzante, mai immobile. Che con la canzone Don’t Stop Me Now dei Queen ha ideato la miglior coreografia ammazza zombie della storia.

Dal videoclip agli Oscar 2018, passando per il cuore dei film di Edgar Wright: il montaggioEdgar wright cinematographe

Una potenza visuale rafforzata dalla controparte musicale, fondamentale e diventata evidente nel suo ultimo film, Baby Driver, ma da sempre affine allo spirito ritmico di Wright e alla sua cinematografia. L’utilizzo di un tappeto sonoro predominante fa dei film dell’autore un’esperienza di cui ridere con ogni senso, dalla vista all’audito, in una combinazione che si aderisce al millimetro ad ogni singola sequenza. Un lavoro sul suono che reclama la propria importanza nell’esperienza cinema, cucito con un’attenzione al pari di quella osservata sulla colonna sonora e sulle hit di riferimento. Elementi che si impongono come imprescindibili nella carriera del cineasta che, non a caso, non può rimanere indifferente all’ambiente del videoclip (dall’indie britannico dei The Bluetones con After Hours, al rock alternativo di Charlotte Hatherley con Summer e Bastardo, fino alla più recente Gust of Wind della star del pop funk Pharrell Williams).

Missaggio sonoro e montaggio che portarono Edgar Wright agli Oscar 2018 con Baby Driver, film che, pur commercializzando leggermente l’unicità dell’autore in favore di un sistema hollywoodiano più industrializzato, gli ha permesso di aprirsi ad un pubblico ancora più ampio e disposto ad assecondare l’adrenalina dei suoi racconti filmici. Perché è impossibile rimanere impassibili di fronte alla dinamicità delle costruzioni sceniche di Edgar Wright. Uno smodato istinto alla velocità, che con l’assemblaggio dei vari quadri fanno del montaggio, sopra a tutto il resto, la componente più importante e irresistibile della sua filmografia. Nella precisione connotativa, formale e emotiva del terzo linguaggio cinematografico, i film di Wright trovano la loro forma di espressione più originale, vero marchio di fabbrica del regista britannico e ciò che permette al suo cinema di colpire come una saetta.

Fumetti, cinema, videogiochi, musica: l’immenso universo del regista britannicoEdgar wright cinematographe

Riutilizzo all’ennesima potenza. Film, libri, cultura pop e animo nerd. Condensati nelle collaborazioni decennali, nello spalleggiarsi con Simon Pegg e Nick Frost, epici nella Trilogia del Cornetto, e nella passione che ha permesso a Edgar Wright di plasmare un universo fuori di testa quasi quanto quello del suo Scott Pilgrim vs The World. Vero rimaneggiamento di genere quello con il protagonista Michael Cera, che integra le caratteristiche del fumetto al cinema, spingendo il piede sull’acceleratore della surrealtà. Un cinecomic prima che il cinecomic diventasse canon, il fumetto che compenetra il videogioco e diventa un’avventura tra le più folli della cinematografia del Duemila.

Nonostante gli inconvenienti del mestiere – quella sceneggiatura di Ant-Man che ancora lo perseguita – Edgar Wright si conferma un autore che non teme di osare perché seguace di un credo: amare quello che si fa, fare quello che si ama, e farlo nonostante una setta di cittadini all’apparenza innocui voglia ucciderti e la fine del mondo ti attenda proprio dietro l’angolo. Quello di Wright è il cinema energico della contemporaneità, la vitalità di un cineasta instancabile che rende irrefrenabile la sua gioia di nutrirsi e sfornare cinema.

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