bullet head, cinematographe.it

Bullet head è un film del 2017 diretto da Paul Solet, con protagonisti Adrien Brody, John Malkovich, Antonio Banderas e Rory Culkin. Il film, disponibile su Netflix, racconta la storia di tre criminali che – dopo un colpo andato male – si rifugiano in un magazzino e ne restano intrappolati. In quel magazzino, l’ultimo dei loro problemi sarà proprio la polizia alle loro calcagna, perché minacciati da un cane assassino, di razza dogo canario, utilizzato come combattente nelle lotte clandestine tra cani che si tengono in quello stesso luogo ogni notte.

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Il film ruota intorno a questa eterna lotta tra cani e uomini, paragonando i due animali, che di solito vengono considerati migliori amici e che qui si ritrovano a tastare anche il territorio dell’inimicizia. Davvero l’uomo si prende sempre cura del cane? Davvero il cane è riconoscente all’uomo per quello che fa per lui? Mentre i due criminali della pellicola – interpretati da Adrien Brody e John Malkovich – fuggono da un cane indotto a essere violento e assassino, ripercorrono le loro storie e i loro incontri con gli animali a quattro zampe, che hanno reso in un modo o nell’altro le loro vite migliori.

Bullet head: il finale del film (attenzione, SPOILER!)

Verso la fine del film, è Antonio Banderas – che interpreta l’organizzatore delle lotte clandestine tra cani – mentre tenta di uccidere l’ultimo criminale sopravvissuto, racconta la sua esperienza con i cani. Il super criminale racconta di quando era piccolo, di come i suoi genitori dovessero vedersela con un cane che costantemente rovinasse il loro giardino. Nonostante le continue lamentele al padrone dell’animale, quest’ultimo continuava a entrare nella loro abitazione e rovinare ciò che avevano di più caro. Così, con la freddezza che solo un criminale può avere, il personaggio di Antonio Banderas racconta – anche con un mezzo sorriso – come abbia infine ucciso, non il cane bensì il suo padrone, perché i cani non sono capaci di capire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, per loro un’azione ripetuta nel tempo – che sia giusta o no – diventa un’abitudine e sta all’uomo addestrarli e far capire come bisogna comportarsi. Come? Con la violenza! La stessa violenza che utilizza Antonio Banderas nei confronti del criminale interpretato da Brody.

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L’ultima scena, con il racconto finale di Banderas e una pallottola conficcata nel fianco di Brody, si svolge nel ring dove ogni sera avvengono le lotte clandestine tra quei cani che – se fossero cresciuti diversamente – non sarebbero stati così violenti e dediti alla morte. I tre personaggi finali sono per l’appunto i due uomini e il cane che ha terrorizzato gli spettatori per tutta la durata del film e che entra in scena negli ultimi minuti di pellicola per difendere l’uomo a cui ha dato la caccia per più di un’ora e mezza e uccidere invece l’altro uomo, quello che lo ha accolto quando era solo un cucciolo, che lo ha ingannato e che lo ha addestrato per essere un violento assassino.

Uccidere il suo padrone è stato per l’animale un gesto di sfogo, una piccola rivoluzione verso chi lo ha reso così, verso chi non gli ha permesso di vivere la sua vita da cani come voleva, considerandolo ma come un essere che deve far emergere i suoi istinti e che deve sopravvivere in lotta. Ma in lotta per cosa? Per un puro piacere perverso umano, per qualcosa che non giova a nessuno, se non alle tasche di quanti assistevano e scommettevano durante le lotte clandestine.

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Con quel suo stesso gesto, il cane chiede anche scusa al criminale di Adrien Brody, che si è trovato sotto il suo mirino accidentalmente, ma che nonostante ciò, nel momento in cui il cane è stato in difficoltà, non ha esistato a porgergli il suo aiuto. Il cane – quale animale estremamente intelligente – ha capito che al mondo non sono tutti uguali, ma che ci sono persone buone e persone cattive e nonostante gli sbagli che uno commette, bisogna capire cosa c’è nell’animo di una persona e darle un’altra possibilità, prenderla con sé e permetterle di rendersi migliore. Così come due pezzi di un puzzle che si incastrano perfettamente, anche il criminale ha capito la stessa cosa e il suo “sei un bravo ragazzo”, riferito al cane dopo il suo ultimo assassinio, riassume perfettamente tutta la storia del film: non siamo sempre noi a decidere di essere cattivi, molto spesso sono anche le circostanze a renderci ciò che siamo e a farci creare una corazza avvelenata che ci induce a distruggere tutto ciò che tocchiamo, per pura difesa. Deve arrivare solo la persona o l’animale giusto che ci faccia capire che in realtà noi siamo molto di più di quello che mostriamo, basta solo abbassare le difese e rivelarci migliori.

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