Brian De Palma, il secondo, quello che arriva sempre dopo. Se uno volesse rinvenire nell’infanzia le tracce di un destino soggettivo, nel caso del regista di Newark avrebbe sufficiente materiale per suffragare la sua teoria: secondogenito, nato a pochi anni di distanza da Bruce, Brian fin da piccolo rivaleggiò con il fratello maggiore, emulandone le passioni, prima scientifiche e poi, in un secondo tempo, rivoltesi ad ambiti intellettuali ed artistici. Nonostante i successi e l’indiscutibile brillantezza, non riuscì mai a spuntarla e per i genitori, agiati e distanti, Bruce fu sempre il ‘genietto’ di casa, il primo per nascita e qualità. La condizione di chi insegue lo abbandona neanche quando, agli inizi degli anni Settanta, De Palma comincia a lavorare per gli studios. Solo un decennio prima era un giovane cineasta di belle speranze che viveva a New York e girava documentari ispirandosi alla lezione godardiana. Poi il cambio di rotta, l’incontro-scontro con le logiche, i linguaggi e le pretese dell’industria hollywoodiana.

Lo sguardo di De Palma come presa su una realtà che sfugge

Le due sorelle (Sisters) è un film di Brian De Palma nel 1972

Nel 1972 gira Le due sorelle e la critica fa subito notare che si tratta di un film alla maniera di Hitchcock, a metà tra Psyco e La finestra sul cortile, punti di riferimento ineludibili per comprenderne l’ispirazione e la realizzazione. Certo, i tratti di continuità sono evidenti, ma appare altrettanto chiaro che De Palma, che allora aveva già altri sei lungometraggi all’attivo, vuole portare alle estreme conseguenze, concettuali ed estetiche, la riflessione sull’atto del guardare come forma di controllo su una realtà che sfugge, il voyeurismo come compulsione di fronte all’indecifrabilità dell’esperienza di vita e ai suoi aspetti più sconvenienti.

E, dunque, sì, è vero che il cinema di De Palma, l’eterno secondo, è una festa di citazioni, influenze, debiti più o meno manifesti (Hitchcock, ma anche Lang, Murnau, Wilder) e che talvolta si allinea a percorsi narrativi e intrecci già sperimentati, ma è altrettanto vero che nessuno più di lui ha esaltato, nella prassi registica, l’identificazione tra lo sguardo di chi domina il mezzo filmico, tra il suo voyeurismo ‘necessario’, e lo sguardo di un uomo sull’altro, dell’uomo sul suo simile, il voyeurismo malato proprio di una società di individui che si spiano a vicenda per evitare di fare conti con se stessi.

Il ritorno della pulsione rimossa in un cinema di sesso e sangue

Vestito per uccidere (Dressed to Kill) è un film del 1980 scritto e diretto da Brian De Palma

Le contraddizioni pulsanti all’interno del cinema di De Palma vanno questa direzione di profonda dissociazione: da una parte, il virtuosismo registico scrive matericamente nella pellicola le ossessioni e le deviazioni che non si vorrebbero vedere, i nodi difficilmente districabili tra desiderio e paura (del sesso, soprattutto, ma anche del sangue, del disordine, della violenza); dall’altra questa scrittura denuncia attraverso la sua amplificazione e assunzione soggettiva la difficoltà americana a integrare nella coscienza le pulsioni incontrollabili, rigettate e, per questo, vissute come aliene e spaventose. Le critiche di omo-transfobia e misoginia con cui fu accolto Vestito per uccidere, suo film del 1980, dimostrano come una certa parte della società statunitense, sebbene apparentemente in difesa dei principi dell’inclusione, facesse al tempo ancora fatica a riconoscere ed accettare come componenti anche proprie le sue storture più disturbanti.

In quel film, storia dell’assassinio di una madre di famiglia sessualmente insoddisfatta da parte di un maniaco che è solito uccidere vestito da donna, si rivela compiutamente la padronanza registica e le eccezionali soluzioni tecnico-stilistiche che sempre sarebbero state riconosciute al cinema di De Palma, di per sé esperienza immersiva e totalizzante, tra piani-sequenza, slow motion, inquadrature di lunga durata e dall’alto, movimenti di camera di sbalorditiva efficacia. Il suo sguardo prismatico penetra e ammanta tutto ciò su cui si posa per guardare tra le pieghe di ciò che non si vuole vedere e per costringere lo spettatore a guardare insieme a lui quel che spesso non vuole vedere soprattutto all’interno di se stesso e del proprio ambiente più prossimo. Non a caso, e qui la biografia ci soccorre, quando era adolescente, Brian De Palma organizzò pedinamenti e sofisticate operazioni di spionaggio per cogliere il padre in flagranza di adulterio, dopo che sua madre aveva tentato il suicidio proprio a causa del sospetto di essere tradita dal marito.

La famiglia americana, luogo dell’orrore e del sacrificio mortifero

Carrie – Lo sguardo di Satana (Carrie) è un film del 1976 diretto da Brian De Palma, tratto dal romanzo ‘Carrie’ di Stephen King.

La famiglia americana è, del resto, luogo di orrori per eccellenza, come emerge anche in Carrie – Lo sguardo di Satana (1976), fortunato adattamento di un romanzo di Stephen King, in cui l’omonima protagonista, una ragazzina insicura oggetto di crudeli beffe da parte delle compagne, deve fare i conti non solo con l’aridità emotiva delle sue coetanee ma soprattutto con il fanatismo religioso della madre, incarnazione di un’America puritana e repressa che, a furia di rimozione, finisce per sacrificare i propri figli sull’altare di fantasmi da lei stessa generati.

Anche nei suoi gangster movies più noti, come Scarface (1983), scritto da Oliver Stone, o Carlito’s Way (1993), è in fondo l’America ad essere dissezionata nel sangue – ricorrente, sovraesposto, guizzante, cromaticamente valorizzato – con il bisturi più affilato: l’ossessione per il denaro e per il potere conduce i suoi anti-eroi, creatori dal nulla di imperi tanto voluminosi quanto fragili, verso l’autodistruzione. Brian De Palma si è dimostrato, così, alla prova dei fatti, non solo un maestro del cinema di genere o un virtuoso della regia, ma anche un satirista intelligente, ‘scotitore’ delle coscienze addormentate degli Americani.