Aspettando il re Cinematographe.it
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Con la sua ormai canonica sapienza il due volte premio Oscar Tom Hanks indossa i panni dell’americano medio disilluso e sull’orlo di una crisi esistenziale in Aspettando il re, film del 2016 diretto da Tom Tykwer (Profumo – Storia di un assassino e co-regista di Cloud Atlas, accanto alle sorelle Wachowski) tratto dal romanzo di Dave Eggers, Ologramma per il re. Accanto a lui recitano Alexander Black, Sarita Choudhury e l’attrice danese Sidse Babett Knudesn (Inferno, Westworld – Dove tutto è concesso). La pellicola ha vinto il premio Lola al miglior suono e al miglior montaggio ed è stata presentata in esclusiva assoluta al Tribeca Film Festival del 2016.

Aspettando il re: la trama del film

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La vita di Alan Clay (Hanks) è ormai ad un passo dall’andare completamente in frantumi e non è che non sia già a buon punto. Alan è un uomo d’affari ormai in declino, esce da un matrimonio fallito in modo disastroso, ha perso la casa, la stima del padre, non sa come pagare gli studi della figlia, è consumato dal senso di colpa per aver chiuso uno stabilimento americano (facendo perdere il lavoro ad un grande numero di operai) ed averlo rimpiazzato con uno in Cina e, come se non bastasse, l’enorme ciste che ha sulla schiena non promette nulla di buono.

La sua unica possibilità di rivincita sembra essere quella di riuscire a vendere un sistema di teleconferenza via ologramma al re dell’Arabia Saudita. Alan parte dunque per la città di KMET per incontrare il sovrano, ma il soggiorno in Medio Oriente prenderà una piega del tutto inaspettata.

Aspettando il re: il finale

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Se Tom Hanks fa egregiamente la sua parte, tutta le situazione che gli ruota intorno, compreso l’insieme dei personaggi satelliti al suo, risulta confusa e poco credibile. Aspettando il re tiene al centro del suo impianto narrativo la crisi personale del protagonista, raccontata e interpretata in modo soddisfacente e approfondito, ma la decisione di inserirla in un contesto surreale e abbastanza sempliciotto finisce con l’allontanare ancora di più due parti che dovrebbero invece intrecciarsi per tutta la pellicola. Invece ogni qual volta Alan entra in contatto con il mondo interiore della dottoressa Zahra o del tassista Yousef, al massimo può scapparci una risata.

Il finale è il culmine di questo difetto strutturale: Alan e Zahra si innamorano, portando dei poco credibili (se presenti) momenti di affinità ad una conclusione talmente inaspettata da sembrare appartenere ad un altro film e spostando l’attenzione su un piano completamente diverso rispetto a quello della storia.

Alan ritrova se stesso e decide di rimanere e vivere in Arabia Saudita, trova il suo mondo dove non si sarebbe mai aspettato neanche di cercare e, nonostante la vendita non vada a buon fine, viene addirittura assunto dall’entourage che fa capo direttamente al re. Fin qui ci siamo, ma la decisione di giocare anche sull’abbattimento delle diversità tra il mondo americano e quello saudita proprio non ci stava. Non perché Alan e Zahra, con il loro (inverosimile) amore non possano essere il simbolo dell’abbattimento di ogni ostacolo culturale, ma perché per tutta la pellicola non viene costruito nulla in questo senso, a parte qualche situazione al limite della commedia americana più scontata.

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