Anna and the King: il significato del finale del film con Jodie Foster

Approfondiamo il significato del finale del film Anna and the King, una conclusione tenera e dolorosa, dove lo spettatore assiste all'ultimo ballo di una coppia mai nata.

1862. Due mondi a confronto: il Siam e l’Inghilterra. Due culture differenti che sembrano inconciliabili. Il re Mongkut e l’insegnante Anna, un rapporto all’inizio conflittuale poi addolcito dal sentimento reciproco. Un uomo, investito dei massimi poteri, e una donna, senza potere alcuno ma in grado di smuovere “la montagne”. È un film che gioca sulle contrapposizioni quello di Anthony Tennant, con Chow Yun Fat e Jodie Foster, Anna and the King (1999), che percorre la strada già tracciata da Anna e il re del Siam (1946) di John Cromwell con Irene Dunne e Rex Harrison e da Il re ed io (1956) di Walter Lang, con Yul Brinner e Deborah Kerr. Tutte queste pellicole prendono ispirazione dall’omonimo romanzo di Margaret Landon in cui si seguono le “avventure” dell’insegnante inglese Anna Leonowens (Jodie Foster), arrivata in Siam con il figlio Louis per educare i figli del re Mongkut (Chow Yun Fat). Lei porta con sé il suo modus vivendi occidentale che inevitabilmente si scontra con quello molto più rigido orientale. Il film si snoda tra questioni politiche e vicende amorose, tra la famiglia numerosa del sovrano e quella piccola e mancante (il marito di Anna è morto) della donna.

Anna and the King: Anna, un’insegnante che vuole parlare

Anna and the King Cinematographe.itIl personaggio di Jodie Foster arriva come un tornado in Siam, smuove i pilastri su cui poggia il reame di quell’uomo con tante mogli e tanti figli, abbatte certezze e rigidità grazie ad una forza d’animo incontenibile. Fin dal loro primo incontro Anna e il re sembrano due nemici che studiano l’uno le mosse dell’altra per parare i reciproci colpi. Sono talmente diversi che insieme si accendono come una miccia: lui non può accettare che una donna parli, esprima le sue opinioni, non si conformi alle regole di stato, lei vive come sa e può vivere, forte delle sue idee, di ciò che sa e desiderosa di scoprire un mondo a lei tanto distante. Dopo il primo scontro nasce in entrambi la voglia di capire e capirsi: Anna inizia a far parte di quel luogo, creerà con le sue lezioni gli uomini e le donne di domani, linguisticamente e culturalmente pronti a vivere in un contesto differente, e, come dice nel finale del film il figlio del re, “ha donato la sua luce al Siam”.

Anna non ha mai paura, e quando ce l’ha, si arma e prosegue per la sua strada, insegna ai figli del sovrano con dolce tenacia, come se ogni lettera di quell’alfabeto potesse aiutarli a diventare adulti consapevoli, dei buoni cittadini, e fa ciò con maggior cura nei confronti delle bambine consapevole che per esse la vita sarà ancora più complicata. Si prodiga per gli altri, non tace mai, combatte con le unghie e con i denti se necessario: tornano in mente le sue parole di vicinanza all’ultima arrivata nel gineceo del sovrano, la difesa durante il “processo” di quella giovane donna imprigionata perché non “conforme” alle leggi.

L’immagine non conturbante di Jodie Foster e del suo personaggio si contrappone ad un carattere e ad una tempra che rompono gli argini: durante la festa – famosa per il ballo simbolo di un legame sempre più consolidato tra i due, ripreso nel finale del film – a cui il re aveva invitato le maestranze inglesi Anna prorompe sullo schermo con e in tutta la sua bellezza, “lineare” e delicata. La donna si espone schierandosi contro il suo stesso paese in difesa del Siam, interrompendo il discorso tra uomini e lasciando tutti a bocca aperta. Re Mongkut ha ancora una volta la dimostrazione della forza e della coerenza di Anna; tutti i piccoli e grandi gesti, materiali (l’anello donato come ringraziamento) o meno, che si sono scambiati, tutte le manifestazioni di stima, rispetto, vicinanza che si sono donati reciprocamente condurranno al malinconico finale in cui i due, non più solo un’insegnate e un re, ma semplicemente e solamente una donna e un uomo, saranno costretti a separarsi con la consapevolezza che l’uno per l’altra saranno sempre il grande amore.

Anna and the King: un re che guarda al futuro

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L’empatia tra i due è possibile anche perché Mongkut è un sovrano lungimirante, che guarda al futuro, pronto a mettersi e a mettere in discussione ciò di cui fa parte. Fa continui e lenti passi indietro, abbatte barriere per instaurare un rapporto tra pari (concede alla donna di poterlo guardare negli occhi, di poter essere, parafrasando, non uguale ad un uomo ma uguale ad un re), cerca di svegliarla da quel torpore doloroso che la tiene “rinchiusa” da molti anni (da quando il marito è morto). Dopo la morte della piccola figlia lo strazio è talmente forte da farlo sprofondare in un abisso da cui si sveglia solo grazie alle parole di Anna che gli ricorda i suoi doveri di padre ma anche Anna si è allontanata dal mondo e il sovrano glielo fa notare riportandole alla memoria quell’anello che non ha voluto accettare per rispetto verso il coniuge morto.

L’uomo, venerato dal suo popolo come un dio, riesce a superare, grazie alla sua rettitudine, la minaccia di un colpo di Stato (finanziato dai britannici) da parte dei soldati birmani, e, grazie all’aiuto di Anna, salva i suoi figli e le sue varie moglie. L’uomo e la donna diventano così alleati in una lotta coraggiosa per risparmiare il Siam da nemici pericolosi pronti a distruggerlo. Chow Yun Fat dà al suo personaggio carisma e regalità, permeati da un profondo senso del dovere, della giustizia e da un profondo amore verso il suo popolo. Se Anna rappresenta una donna “moderna”, la stessa cosa vale per il re, rappresentazione quasi di un sovrano illuminato.

Anna and the King: un finale disperato ma pieno d’amore

Anna and the King Cinematographe.itIl finale del film è annunciato sin dall’inizio, sarebbe infatti stato impensabile immaginare che i due avrebbero potuto vivere felici e contenti come nelle migliori favole. L’intera pellicola si trascina, a tratti anche stancamente e lungamente, per arrivare al punto in cui i protagonisti si incontrano per salutarsi per l’ultima volta. Anna e il re si parlano e si dicono ciò che non avrebbero voluto né dire né sentirsi dire: la donna ha deciso di lasciare il Siam e di tornare in Inghilterra. Per loro sarebbe impossibile stare insieme: il luogo, il tempo, il loro ceto di provenienza non permettono ad una maestra e ad un monarca di amarsi.

Anche in questo caso, come lungo tutta l’opera, si gioca sulla differenza: il volto triste ma sereno del sovrano fa da specchio contrario a quello in lacrime e perso dell’istitutrice ma qui si celebra, forse fin troppo semplicemente e banalmente, la bellezza di tale differenza. Il loro ballo, uguale a quello fatto in precedenza, si eleva a nobile fusione di anime, sublimazione del principio, talmente scontato e didascalico da non doversi ripetere, secondo cui il sentimento rompe ogni barriera.

Anna and the King è una storia d’amore classica in cui momenti trascurabili si alternano a momenti di romanticismo classico sino ad arrivare ad un finale tenero e doloroso dove lo spettatore – che si rivede nel figlio, forse futuro sovrano – assiste all’ultimo ballo di una coppia mai nata.

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