Scritto insieme a Chiara Barzini, autrice e sceneggiatrice esperta di adolescenza e sradicamento (i due temi principali del suo romanzo autobiografico Terremoto), Magari, film d’esordio di Ginevra Elkann, terzogenita di Alain e Margherita Agnelli, s’iscrive al filone della coming-of-age story. Romanzo filmico di formazione su tre fratelli deraciné che passano le vacanze di Natale con il padre scrittore (italiano) prima di trasferirsi in Canada con la madre francese (e il suo nuovo detestabile marito), è un’opera prima più intima che intimista: una cronaca famigliare che, nonostante l’evidente matrice autobiografica – su cui molti si sono soffermati ma che, proprio per il fatto di essere cristallina, si protegge da ogni tentativo esterno di vivisezione scandalistica -, sorprende per la grazia con cui universalizza la sorgente personale traghettando e perpetuando attraverso il cinema l’incanto dello sguardo infantile sulle cose, uno sguardo sofferente e beato insieme, sorretto da una fame d’amore che non si esaurisce ma rimpalla continuamente la sua domanda inevasa.

Magari: il debutto alla regia di Ginevra Elkann è un ritorno all’infanzia, tra autobiografia e universalità dello sguardo

Il favoloso mondo di Alma (Oro de Commarque), piccola protagonista di ‘Magari’

Se i fratelli D’Innocenzo, con il loro Favolacce, deducono l’infanzia, non la rivivono, Ginevra Elkann invece abbandona la posizione dell’adulto e non studia mai i suoi bambini, si mette dalla loro parte. Alma, il suo piccolo alter ego nonché io narrante, è lei stessa restituita sullo schermo all’infanzia, tornata bambina e non solo re-immaginata o ‘ricostruita’ bambina. Magari è un’interiezione che esprime il sogno, il desiderio ardente, forse condannato all’irrealizzabilità. Il magari della piccola Alma è il sospiro che anima la rappresentazione e poco importa che Alma sia una bambina privilegiata, figlia di ricchi divorziati divisi da un rancore silente e da una profonda incomunicabilità. A differenza del cinema, spesso accolto dagli stessi pregiudizi di classe, di un’autrice dal cognome altrettanto altisonante come Valeria Bruni Tedeschi, quello di Ginevra Elkann, debuttante totale (al termine della scuola di cinema ha realizzato un cortometraggio dal titolo Vado a Messa e poi nulla più), non è personale nel senso di ombelicale, me personale nel senso di sostenuto dall’esperienza e da un’intima urgenza che, però, non ripiega nell’oziosità egoriferita. Non è un cinema di nevrosi irrisolte, ma di ritorno al campo di battaglia di un’infanzia in cui gioie e malinconie si fronteggiano, è un cinema in cui nessuna ipotesi viene formulata sull’infanzia, ma molte sono le rivelazioni su di essa, le rievocazioni della sua magia. 

Storia di una famiglia ‘disfunzionale’, ma senza pretesa di dare risposte (o elaborare teorie) sulla disfunzionalità

Così, la storia di Alma e dei suoi due fratelli più grandi, Seb e Jean, non è più solo la storia di Alma-Ginevra, ma può diventare quella di ogni bambina. Scriveva Tolstoj che tutte le famiglie felici si somigliano, mentre ogni famiglia infelice lo è a modo suo, ma non aveva ragione perché famiglie del tutto felici non esistono come non esistono quelle del tutto infelici. Ciascuna famiglia, più felice o più infelice che sia, somiglia solo a se stessa e la felicità e l’infelicità sono un flusso che non si interrompe, un continuum che non si può segmentare. Perciò, solo rappresentando ciò che si conosce da vicino si può rappresentare ciò che vale per tutti. L’unica cosa che davvero esiste – ed è il plus di verità che Magari produce – è il bisogno di ogni figlio di sapere che i genitori si sono amati, di credersi nato nell’amore tra i suoi genitori anche se questo è svanito, irrimediabilmente fagocitato dal suo fallimento. La piccola Alma agisce come un’investigatrice e un’archeologa, raccoglie le tracce del passato amore dei suoi, cerca degli indizi che confermino che c’è stato e può tornare ad essere (magari!) e lo fa perché lei non ne è mai stata testimone. Di fronte alla lacuna di memoria, la bambina compensa con fantasticherie a volte confermate a volte sconfessate dall’evidenza, ma nessun fatto è a tal punto imperioso da non poter essere corretto e riadattato al desiderio dalla fantasia infantile. 

Magari e il confronto col cinema italiano e francese

Se, da una parte, Magari riprende un discorso, nel cinema italiano iniziato già tempo fa e nel tempo arricchito da infiniti contributi, sulle famiglie disfunzionali, ugualmente rinuncia a porre la questione in termini sociologici o pedagogici. La sua è, pur sempre, una dichiarazione d’amore, quella di una bambina ai genitori, anche se questi genitori sono distratti dalle loro ambizioni (soprattutto il padre, sceneggiatore donnaiolo e inconcludente), dalle loro infatuazioni (la madre è sempre innamorata di qualcuno o di qualcosa, dice Alma), da vie di fuga dalle responsabilità (nell’arte il padre; nella religione la madre), da bizzarrie comportamentali più o meno accentuate. Non importa nulla che i bambini che rivivono sulla scena siano appunto bambini ricchi, perché sono esattamente come tutti i bambini del mondo, esigenti nel richiedere attenzioni, affamati di una dedizione che i genitori, non per difetto d’amore nei loro confronti ma per eccesso di insicurezze ed urgenze personali, non sono in grado di dar loro. Magari può essere, in questo senso, accostato a film come Le meraviglie di Alice Rohrwacher, per come porta sulla scena i trasporti e le malinconie di infanzie consumate a confronto con personalità genitoriali non comuni, senza, però, quell’inclinazione al realismo magico, e, d’altra parte, molto riceve anche dal cinema francese, da Truffaut e da Louis Malle, nelle modalità di esplorazione dell’infanzia prive di affettazioni e di teorie precostituite, con una sobrietà espressiva che rifiuta tanto gli accenti più dolentemente lirici quanto quelli eccessivamente astrattivi. 

L’estetica del film è elegante quanto lo sono le interpretazioni dei suoi attori

Riccardo Scamarcio è Carlo, padre di Seb, Jean e Alma

Sia a livello di scrittura sia a livello di fotografia, Magari è un film misurato, elegante anche nel modo in cui fa dialogare l’estetica alta con numerose inserzioni di cultura pop (rappresentata dalla colonna sonora e dai costumi, che discendono direttamente dal crinale tra fine anni Ottanta e inizio Novanta). Il direttore della fotografia Vladan Radovic (recentemente ha lavorato anche con un’altra giovane e talentosa regista italiana, Laura Bispuri, anche lei straordinaria esploratrice di infanzia e femminilità) consegna allo spettatore una Sabaudia invernale e lunare di raro fascino, né metafisica né romantica, ma perfettamente in equilibrio tra rarefazione e corporeità. Allo stesso modo, alla qualità del film – a nostro dire notevole, pur negli inevitabili tentennamenti di regia e in imperfezioni che forse aggiungono più di quanto tolgono – concorrono le interpretazioni, tutte magistrali. 

Riccardo Scamarcio dà vita, con la naturalezza che contraddistingue i suoi registri interpretativi ma che qui raggiunge vertici di autenticità raramente visti nella sua carriera, a un personaggio pieno di entusiasmi e di slanci incostanti, padre affettuoso anche se poco presente, nobilitato dagli occhi innamorati di una figlia che da lui vorrebbe di più ma che, ciò nonostante, lo assolve e vi si identifica. Non è un caso se Ginevra Elkann assegna alla maschera cinematografica di suo padre reale, scrittore e giornalista, la professione di sceneggiatore, di un professionista (più aspirante che effettivo) del cinema. E non sarà neppure un caso se la regista assegna ai genitori del film il medesimo nome, al maschile e al femminile: Carlo lui e Charlotte lei. La madre, Charlotte, interpretata da Céline Sallette, perfettamente in grado di comunicare insieme tenerezza e distanza, è tanto (apparentemente) spirituale quanto l’ex marito Carlo è sensuale; tanto scrupolosa lei nel seguire regole e dettami religiosi quanto lui è ‘libertino’, edonista e permissivo. 

I tre figli restano, così, confusi da due immaginari antitetici, da due modi di vivere opposti, quasi antagonistici: l’elemento di unione è, dovrebbe essere – e, qui, di nuovo, c’è il magari della bambina –, l’amore erotico e famigliare, unica realtà possibile in cui il mistero dell’altro è integrato e non contrastato in quanto alieno a sé. I tre piccoli interpreti, tra cui spicca la sensibilità straordinaria dell’adorabile protagonista Oro de Commarque, nelle loro differenze – il maggiore, responsabilizzato all’eccesso, è rigido, il mediano buffo e bisognoso di cure, la terzogenita candida e sognante – restituiscono al lettore uno struggente senso di non-appartenenza, in parte riconducibile alla loro infanzia divisa tra Italia e Francia, in parte incistato nella dialettica tra schemi educativi inconciliabili. Anche Alba Rohrwacher, nella parte di Benedetta, co-sceneggiatrice e compagna di Carlo, non delude nella capacità, che, del resto, la distingue da sempre, di animare personaggi complessi, vibranti e sempre riscattati da un’umanità per nulla dovuta o scontata nelle sue espressioni. Pure Brett Gelman (di recente, lo abbiamo visto in Fleabag), nella parte di Bruce, amico americano di Carlo, sebbene in una parte minore, illumina il film con la sua esuberanza, incarnando agli occhi dei bambini quel senso di avventura che li riporta all’agognata casa del padre, all’universo bohémien in cui quell’uomo così amato, ma spesso inafferrabile, ha accettato di vivere senza di loro.

Chi è Ginevra Elkann e dove si può vedere il suo Magari. Il processo di produzione e distribuzione

Ginevra Elkann: il cinema italiano ha una nuova autrice

All’interno dell’iniziativa lanciata sui social network con hashthag #Ilcinemanonsiferma, la Rai mette a disposizione, a partire dal 21 maggio e per i sette giovedì successivi, sulla sua piattaforma streaming RaiPlay, otto film italiani, di cui quattro inediti. Il piano nasce per la volontà del servizio pubblico di offrire massima visibilità ad opere penalizzate dalla mancata uscita in sala a causa dell’obbligo di chiusura dei cinema seguito all’emergenza Covid. Ad inaugurare il progetto, così come aveva inaugurato il Festival di Locarno dello scorso anno prima di passare trionfalmente a Torino, è proprio Magari, opera prima di Ginevra Elkann.

Classe 1979, la Elkann debutta alla regia dopo un lungo apprendistato: assistente di Bernardo Bertolucci sul set de L’Assedio (1998) e assistente video di Anthony Minghella per Il talento di Mr. Ripley (1999), ha studiato cinema, ottenendo un master alla regia, presso la prestigiosa London Film School. Nonostante un percorso formativo di altissima qualità, il coraggio di buttarsi le è mancato fino all’anno scorso e, in ambito cinematografico, prima di passare alla regia, per molti anni si è dedicata soprattutto alla produzione e alla distribuzione con la sua Good Films: tra i film più importanti da lei prodotti, si ricordino Cloro di Lamberto Sanfelice e Mektoub, my Love di Kechiche; tra le sue distribuzioni, film di Lars von Trier, Xaver Dolan, Yorgos Lanthimos.

Magari è, invece, prodotto da Rai Cinema e Wildside, in co-produzione francese con Tribus P Film e Iconoclast; la distribuzione è di BIM Distribution per l’Italia e di Xenix Filmdistribution per la Svizzera. Dopo il successo pressoché unanime di critica e pubblico ai festival, il film sarebbe dovuto uscire lo scorso 20 marzo, ma la crisi sanitaria causata dal Coronavirus ne ha appunto reso impossibile la diffusione in sala.

Magari: il film che ci serviva per alleggerire la tradizione

Oggi, proprio grazie all’iniziativa della Rai, ha la possibilità di raggiungere tutte le case: quello che sembrava uno svantaggio si è rivelato un’occasione di arrivare a un pubblico vastissimo. E il film d’esordio di Ginevra Elkann (già al lavoro sull’opera seconda) merita senz’altro quest’opportunità in quanto dotato di una voce tanto garbata ma quanto autentica e personale, in grado di dire qualcosa di nuovo sul mondo dell’infanzia. Seppure si collochi con chiarezza all’interno di una tradizione italiana consolidata come quella della commedia famigliare dagli accenti agrodolci, Magari rinnova e alleggerisce lo sguardo sull’interiorità affollata e fantasiosa dei bambini, sull’indocilità dei loro desideri profondi. 

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