Il Buco: la filosofia del cibo tra sprechi e identificazione

Il Buco, horror distopico spagnolo distribuito su Netflix, mette in tavola una critica sociale dove al centro ci sono le classi sociali e il cibo!

“La panna cotta è il messaggio”, una frase che è entrata di diritto nelle citazioni collegate ai film visti su Netflix. La battuta in questione appartiene a Il Buco, film horror di nazionalità spagnola (film d’esordio di Galder Gaztelu-Urritia) che ha suscitato le curiosità anche dei meno addicted al genere. In questo horror connotato da una forte denuncia sociale e delle sfumature drammatiche, si parla molto di cibo. Il cibo è simbolo di tantissime cose, dell’opulenza e delle contraddizioni dell’epoca moderna, della lotta per il diritto alla dignità e alla sopravvivenza. Sarà l’egoismo a prevalere o si riuscirà ad organizzare una società equa, in cui tutti hanno diritto ad un pasto?

Per chi non lo sapesse Il Buco è ambientato in un futuro distopico, in cui gli esseri umani, chi in modo consensuale chi come conseguenza a crimini commessi, vengono rinchiusi in una prigione speciale. Sviluppata come una torre altissima e costruita sotto terra, la fossa come la chiamano i detenuti, accoglie un numero indefinito di prigionieri lungo la torre: ogni piano della struttura ha una cella in cui vivono due detenuti, mentre al centro della struttura c’è un buco all’interno del quale ogni giorno, una sola volta in 24H, si muove una piattaforma con sopra del cibo preparata da chef di alta cucina. Partendo dal primo piano della torre la piattaforma scende piano per piano e si ferma solo due minuti. L’interrogativo è, quelli dei piani alti mangeranno quel che gli basta pensando anche a chi vive in fondo alla torre, oppure mangeranno più di quello che necessitano e gli ultimi moriranno di fame?

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Cibo e sopravvivenza secondo Galder Gaztelu-Urritia

Il Buco Cinematographe.it

Sappiamo bene che tipo di valore associato alla vita abbia acquistato il cibo ancor di più in tempi di Coronavirus. È ovvio che la sopravvivenza è collegata a enormi dispense di cibo e le corse ai supermercati ne sono la prova lampante. Il cibo ne Il Buco viene rappresentato come dicotomia tra paradiso e inferno: da un lato l’impeccabile cucina, dall’altro gli sporchi detenuti che si avventano sul cibo, strappandolo, divorandolo con le mani, contaminandolo. Questo horror che nella simbologia stratificata fa ripensare molto alla nostra collettività e alla divisione in classi sociali come un’altissima torre, apre uno scenario ancor più vasto: la voglia di denunciare come valori quale unione, solidarietà, compassione e carità siano ormai perduti verso un individualismo sfrenato. Il cibo infondo è sempre stato un collante anche per le famiglie… forse si dovrebbe ripartire da questa riflessione per ritrovare la voglia di aiutarsi l’un l’altro.

Il Cannibalismo è l’estremo del discorso

La cosa più raccapricciante de Il Buco è che il binomio cibo\sopravvivenza arriva all’estremo, proponendo come cibo stesso la carne umana. Quando non c’è cibo e in cella si è in due, si può arrivare anche ad applicare la legge del più forte e del più furbo. In questo senso, pensando al protagonista che è costretto a cibarsi del suo compagno di cella anche se controvoglia, ma con il solo obiettivo di restare in vita, il cibo rappresenta una metafora del “mangiare noi stessi”, all’impoverimento dei valori della società moderna e dell’estrema conseguenza della guerra tra poveri a cui può portare l’estremizzazione di una società verticale. Dall’altro, pensando al secondo atto di cannibalismo che si trova a realizzare Goreng, il punto di vista di tutto il film, ovvero accettare il suicidio di una donna che si è tolta la vita solo per permettergli di sopravvivere e compiere la rivoluzione, il cibo diventa sacrificio, adesione alla lotta, condivisione di valori fino alla morte. In fondo si tratta di un film di genere horror e anche se la regia non è così sfacciata nel mostrare le scene più cruente, il titolo Netflix è vietato ai minori di 18 anni.

Cibo, abbondanza e alta cucina in Il Buco

Siamo ormai assuefatti a programmi di cucina dove si curano i piatti come se fossero delle vere e proprie opere d’arte. Senza parlare del fatto che in tanti critichino che l’alta cucina usi solo materie prime costose e di cui non si usa nemmeno tutto. Non è un caso che la cucina de Il Buco assomigli a quelle che vediamo in programmi tv come Masterchef, dove l’alta cucina sembra essere quello a cui tutti aspiriamo, ma che forse non riuscirebbe a saziare nessuno. Non è assolutamente una polemica nuova, ma in questo horror si cerca proprio di far riflettere su quanto l’epoca moderna, del benessere diffuso, abbia dato accesso smodato (a chi può permetterselo ovviamente) a tavole imbandite solo per classi elitarie, che possono permetterselo, escludendo completamente dai giochi le classi più deboli, che si accontenterebbero anche di un semplice pezzo di pane. In questo senso Il Buco è una critica feroce agli sprechi e ai consumi, spingendo gli spettatori a riflettere su quanto a volte anche i più attenti possano diventati schizzinosi di fronte a ciò che prima di tutto deve nutrire e poi appagare il palato.

Il Buco: come il cibo identifica le persone

Eppure il cibo ci identifica: il gusto e l’associazione che la mente fa con i piatti che assaggiamo è qualcosa di incredibile. Quante volte ci si affeziona ad una preparazione solo perché ricorda un bel momento? Ne Il Buco, il cibo che viene appoggiato sulla piattaforma, in realtà corrisponde alle scelte che hanno fatto i detenuti quando hanno compilato il questionario che l’amministrazione gli sottopone prima di accedere alla prigione. Ad ogni detenuto viene chiesto qual è il proprio piatto preferito, che sia la rappresentazione del libero arbitrio in una società che impone modelli a volte invisibili? Eppure quella peculiarità, quell’identificazione in un piatto, in questo caso la panna cotta, diventa un messaggio. Cibo e identità possono correre di pari passo: egoismo e particolarità versus collettività e unione, élite versus ultimi della scala sociale. Un equilibrio utopistico difficile da raggiungere.

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