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Secondo l’articolo 1A della Convenzione di Ginevra del 1951 il rifugiato è colui “che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra.” 

In oltre sessant’anni il mandato di Protezione Internazionale ispirato dai vari statuti della Convenzione è mutato costantemente alla ricerca della dimensione adatta al riconoscimento del maggior numero possibile di diritti per i suoi destinatari. Tra le altre cose, anche per cercare di combattere la tendenza generale a riassumere l’intero universo di una persona nel suo status di rifugiato. Di questo decide di occuparsi il catalano Claudio Zulian con il suo documentario We Were Not Born Refugees (No Nacimos Refugiados), presentato al Biografilm Festival di quest’anno. Un titolo già di per sé esplicativo, che indica chiaramente la direzione di un’opera dalle sembianze di un viaggio su misura alla volta del passato dei suoi protagonisti. Persone prima che rifugiati.

We Were Not Born Refugees: Un destino comune

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A Barcellona si incrociano le strade di Mahmoud, Boris, Iryna, Gabriel, George, Maysam, José Luis e Mohamed. Ognuno di loro ha avuto un trascorso diverso dall’altro, alcuni provengono da Paesi che non hanno mani avuto rapporti o che sono a centinaia di chilometri di distanza, eppure tutti hanno dovuto prendere la decisione di abbandonare la propria casa per fuggire dall’oppressione individuale, politica e, talvolta, da morte certa.

Nel ricucire le loro vite precedenti scopriamo degli individui con delle personalità forti, che talvolta hanno già lottato per la propria vita e per i propri ideali, riuscendo a raggiungere un’esistenza appagante, vuoi per motivi di carriera o per motivi personali, ed ora costretti a rinunciare improvvisamente ad ogni cosa. La loro sfida più grande è diventata reinventarsi e la loro vittoria è stata riuscire a farlo portando con sé il proprio bagaglio di esperienze.

Un messaggio all’Europa e a chi la governa, un Continente che di rifugiati è già composto e che nei rifugiati trova la sua ricchezza.

8 pillole

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Avvocati, infermieri, musicisti, interpreti, guardie di sicurezza, impiegati di call center, ex attori e poeti. Nel presentarci man mano tutti quanti gli 8 protagonisti di We Were Not Born Refugees, Zulian compone un ricco mosaico di vicende umane, permettendo allo spettatore di viaggiare per il mondo: dall’Africa all’Ucraina, arrivando in Argentina, in Siria e in Palestina, e di scoprire le varie criticità che di volta in volta hanno drammaticamente condizionato le vite degli abitanti dei vari Paesi.

Il suo occhio è delicato e preciso, gli basta poco per catturare i momenti quotidiani e quelli passanti salienti dei suoi protagonisti e dunque riesce a non trattenersi mai più del dovuto. La sua forza è la sua discrezione e soprattutto la saggezza nel ponderare ogni volta il raggio d’azione della sua indagine. Per il resto basta lasciarsi trasportare.

Le persone che vediamo sullo schermo sono al centro di vicende esistenziali così piene ed intense da riuscire da sole a riempirlo, l’unica cosa che serve è accompagnarle senza doparle oltremodo. Da qui la scelta di dividere il documentario in 8 pillole più che in 8 parti, slegate e legate tra loro per mille e più motivi. Uno scorrimento piacevole durante il quale è interessante notare come la regia sia il primo elemento a seguire la corrente, tendendo a variare da una storia all’altra, passando da lunghe inquadrature fisse a improvvise scene con camera a mano oppure da piani stretti prolungati a continui cambi di fuoco. Uno sguardo che si lascia ispirare dalla storia che sta osservando.

La vita precedente

We were not born refugees cinematographe.itC’è una luce particolare nelle persone protagoniste di We Were Not Born Refugees. La si comincia a notare quanto ci viene raccontata la loro storia, ma non risplende solo per questo.

Partendo dalla penombra dei primi minuti, conditi dalla recitazione di una poesia in siriano, facciamo la conoscenza del nostro primo ospite ed entriamo così in contatto con la narrazione del documentario, costantemente volta verso il passato dei personaggi, ricostruito con l’uso di vari escamotage, come immagini d’archivio, sequenze oniriche, foto, interviste o scene da altre pellicole, affiancanti a semplici racconti in prima persona. Eppure sono proprio questi ultimi, più di ogni cosa, a catturare l’attenzione. Perché soli in grado di creare un ponte con il tempo presente, in cui il miracolo della reinvenzione è già avvenuto, e trasmettere contemporaneamente  il modo in cui ci si è giunti.

La redenzione attraverso la creatività, l’affermazione della propria dignità, la lucida lotta per il cambiamento, l’autoanalisi quotidiana, il senso della famiglia e l’amore per il proprio compagno. Ma, soprattutto, la libertà di ricordare che la vita precedente c’è stata.