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Diretto da Ángel Gómez Hernández, Voces è un horror di produzione spagnola, aggiunto al catalogo Netflix dal 27 novembre 2020. Il film, interpretato da Rodolfo Sancho e Ana Fernández (tra gli altri), unisce diversi elementi ricorrenti del genere, giocando in parte su un capitolo particolare della storia spagnola, e in parte sulla suggestione della psicofonia. Il tutto è costruito (in maniera un po’ pretestuosa) con un susseguirsi anche eccessivo di jumpscare, che urlano al genere horror senza cogliere l’occasione di raccontare una storia complessa, approfondita, raffinata o – perlomeno – originale.

Voces: la casa infestata come punto di partenza

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La storia inizia e finisce in un villino isolato nella campagna spagnola. In questo edificio che un tempo dev’essere stato sontuoso, ma che ora è poco più che fatiscente, una famiglia composta da padre (Daniel-Rodolfo Sancho), madre (Sara-Belén Fabra) e figlio (Eric-Lucas Blas) si trasferisce per restaurarlo e poi rivenderlo. Nelle pareti brulicano mosche, come se il palazzo stesso fosse un corpo organico in decomposizione e – elemento ancora più inquietante – delle voci si insinuano tra i walkie talkie del piccolo Eric, suggerendo messaggi di morte.
Qual è lo scopo di queste voci, quanto sono realmente pericolose e – soprattutto – quale è la loro origine è materia prima del film, e i suoi sviluppi e colpi di scena ne costituiscono uno dei pochi elementi di interesse.
Per il resto, Voces pare una rivisitazione di un tema più che battuto: quello della casa infestata da oscure presenze, di antichi dolori che persistono nelle mura e tormentano i nuovi inquilini. Sicuramente è possibile tornare su temi già visti e farne arte nuova e vitale, ma questo non è il caso di Voces che piuttosto organizza male degli elementi potenzialmente interessanti.

Una trama pretestuosa e ripetitiva

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Per far sì che un horror sia efficace, che riesca realmente a terrorizzare lo spettatore, bisogna che anche l’elemento soprannaturale sia calato in un contesto coerente e credibile. Questa lezione non è stata di certo appresa da Santiago Díaz, sceneggiatore di Voces, che ha piuttosto messo insieme una serie di personaggi e di azioni che si avvicendano con poca credibilità. La sospensione dell’incredulità è dunque compromessa alacremente da tutta una serie di elementi che lo spettatore non tarderà a riconoscere. Per compensare una mancata scrittura accurata, innovativa, personale (là dove sembra un compendio di derivazioni filmiche precedenti e migliori), Santiago Díaz mette in fila una sequela quasi matematica di jumpscare, che tornano e ritornano con un ritmo che può sembrare voluto, ma che di fatto regala solo una facile via di fuga alla noia.
Anche la questione della psicofonia, qui usata dai personaggi di Germàn (Ramón Barea) e Ruth (Ana Fernández) per risalire al villain, è trattata con una certa superficialità, andando ad aggiungere un elemento che di per sé reggerebbe un’intera indagine dell’orrore al resto del “già visto”.

Voces: tanto rumore per nulla

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Un elemento costituente del film, che si aggiunge al tema psicofonico, è la radice storica dell’orrore che colpisce le vite dei protagonisti. Voces in questo caso fa quello che altri film di genere si impegnano a fare da alcuni anni, ovvero quello di radicare la storia nel contesto culturale in cui è ambientata, evitando di raccontare storie che potrebbero verifcarsi anche altrove. In questo caso, la peculiarità caratterizzante del film è l’elemento dell’Inquisizione Spagnola, che ha macchiato di sangue e (vero) terrore gran parte della storia del Paese.
Come ci insegna tutta la letteratura dei fantasmi e delle case infestate, un grande dolore resta aggrappato agli oggetti, forte dell’attrazione gravitazionale del rancore. Anche questo elemento è ripreso da Voces, ma neanche in questo caso il film di Hernández aggiunge nulla di significativo a quanto si è già detto sul tema.
Insomma, si tratta di un horror che mal gestisce gli elementi forti del genere, e svilisce con un po’ di superficialità i potenziali punti di forza, dati da suggestioni e contenuti storici. Inoltre, nella scena post-credits suggerisce una serialità, un rimandare a un possibile sequel i destini dei due protagonisti, dimostrando di aver appreso l’appeal Blumhouse dei grandi franchise horror. Tuttavia, non ci sono le premesse perché questo dovrebbe interessare al pubblico, che può godere di un’offerta spesso qualitativamente più elevata.