Viviane: recensione

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Amore e possesso: un confine labile. Ma cosa accade se questi due sentimenti si confondono fino a compenetrarsi?
Viviane potrebbe essere la giusta risposta a questa domanda e il condizionale non è una scelta di classe, bensì una necessità, visto che la protagonista della pellicola di Ronit e Shlomi Elkabetz è solo una delle tante donne israeliane costrette a sottostare alla volontà dei loro mariti.

Processo e denuncia si coagulano nella condizione di questa signora cinquantenne, intenzionata ad ottenere il divorzio a tutti i costi e ad averlo per vie legali. Una cosa semplice? Forse in Italia dopo gli anni ’70 (legge Fortuna Baslini), ma non oggi in Israele, in cui le donne perdono il diritto alla libertà nel momento stesso in cui pronunciano il loro “si” sotto il baldacchino nuziale.
Le leggi vetuste dettate dalla religione e manovrate dai rabbini sono un’astrusa gabbia che suscita rabbia e dolore.

Viviane è sottoposta a un perenne processo, non solo perché tutte le scene si svolgono all’interno di un tribunale, ma anche e soprattutto perché tutti vanno in un modo o nell’altro contro di lei. In questa battaglia è praticamente sola, anche quando chiama in soccorso amici e parenti, questi o finiscono per dire inevitabilmente cose errate o parlano dei loro problemi, decentralizzando lo scopo principale della loro chiamata in causa, eppure fornendo un interessante spaccato della società odierna.

Una scena del film Viviane
Una scena tratta dal film Viviane

Tutta la pellicola rimarca la sottomissione femminile, cosicché persino la telecamera introduce Viviane inquadrandola dalla prospettiva del marito.
Agli occhi di Elisha: insignificanti, vuoti e venati di cattiveria, si contrappongono quelli complessi, profondi, pretenziosi, carichi di determinazione e paura di Viviane.
Basta solo portare rispetto e poi puoi fare ciò che vuoi, dice la vicina, ma Viviane è testarda, vuole andare fino in fondo e respirare la sua libertà. Il costo da pagare è elevatissimo: 5 anni sprecati dietro a un processo continuamente rinviato, per poi comunque giungere a patti col marito, che pretende fedeltà anche dopo la separazione.

Una metamorfosi incompiuta, che la lascia a metà tra il bruco e la farfalla. Un cambiamento che si riflette nell’abbigliamento – nelle prime scene appare quasi trasandata, poi di botto si vede con abiti sgargianti, ma la vera scossa è quando inizia a toccarsi i capelli, che nella cultura ebraica rappresentano la forma di seduzione più scandalosa – e nella mimica facciale – splendida la scena in cui il suo sorriso tentenna, come un passerotto che spicca il suo primo volo.
Una pellicola che fa riflettere sull’importanza della libertà e sul valore dell’amore. Un film in cui ogni lingua – ebraico, arabo e francese – è un nido di emozioni e significati ingarbugliati e che forse vogliono rimanere tali.

Viviane, in uscita il 27 novembre 2014, passerà inosservato nelle sale cinematografiche e non perché siamo una massa di ignoranti, ma perché siamo insensibili e foderati di omertà che è, tra tutte, la peggiore forma di ignoranza.

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