il vincente

Il tavolo da poker, si sa, affascina almeno quanto una bella donna e del buon whisky; affascina a tal punto da essere il fulcro di molte pellicole in cui scaltrezza e fortuna rappresentano una combo perfetta e Il vincente, opera prima di Luca Magri, entra in punta di piedi nel panorama di quelle opere capaci di affascinare, ma anche e soprattutto di educare.

Girato a Parma con un budget irrisorio, in un bianco e nero in grado di evocare il giusto sapore dello stile retrò, Il vincente semina angoscia e atmosfera da ambienti poco raccomandabili, servendosi di lunghi sguardi di camera che accarezzano affannati gli interlocutori, attraversano il limbo delle loro intenzioni e la loro invincibilità, pronta a vacillare come un castello di carte al soffiare del vento.

La pellicola, di cui Magri è regista, sceneggiatore e attore protagonista, parla di Antonio: il classico figlio di papà che all’impresa familiare preferisce il professionismo del gioco d’azzardo, aspirando a fare il broker. Il rapporto col padre si manifesta esclusivamente attraverso la cornetta del telefono e sempre in modo tempestoso.
Costretto ad andare in terapia contro la sua volontà, Antonio si dimostra consapevole dei ruschi della ludopatia, ma la cosa sembra non spaventarlo. Lui sostiene infatti di avere talento nel gioco e quindi di sfruttarlo per guadagnarsi da vivere.

Gioco: talento o solo fortuna?

il vincente film

La sua latente follia si manifesta nell’incontro con la bella e apparentemente enigmatica Dalia (Maria Celeste Sellitto), una gallerista di origini romane dapprima intenzionata a non stringere rapporti col protagonista ma che alla fine cede al suo gioco, ammaliata dalla forte natura caleidoscopica dei suoi occhi e dalle sue idilliache considerazioni. Alla fine anche Dalia finirà nella ragnatela del gioco e più esattamente nel rovinoso circolo delle slot-machines che, come spiega il film stesso: fanno vincere soldi per stimolare la gente a giocare, ma il giorno dopo ne fanno perdere il doppio.

Giri sbagliati, incantevoli luoghi e sogni infranti come bicchieri di cristallo determinano rapidamente le fondamenta di una crisi di coppia, di nervi e personale che, se da una parte fa crollare la labile favola costruita nel giro di pochi istanti, dall’altra ci regala un’immagine finalmente devastante della realtà ludica: una strada da non intraprendere, in cui vincere è sempre un’illusione.

Il cinema di Luca Magri è fatto di citazioni, momenti di stasi, azioni lasciate in sospeso e un’assenza del colore che ha la molteplice valenza di rievocare il passato, eliminare gli errori (che un budget così basso magari potrebbe portare) e sottolineare quanto la dipendenza possa condurre a una vita grigia e sempre uguale a se stessa: mettere monetine, schiacciare pulsanti, fumare, adirarsi, piangere, prosciugare denaro e mandare sul baratro la propria vita.

Il bello di Antonio è che lui è Il vincente e lo sa, ma sa anche fermarsi, rendersi conto che quella imboccata non è la strada giusta.

il vincente film

Dal punto di vista recitativo Magri emerge in confronto agli altri personaggi e si lascia pedinare e criticare senza riserve in un abbraccio intimo intramezzato tra commiserazione e adulazione. Il resto del cast regala una performance a tratti ingessata. Non dispiace, infine, la voce fuori campo adoperata per i dialoghi tra Antonio e Dalia, in grado di sospendere i personaggi in un contesto ovattato da night club.

Privo di un finale vero e proprio o perlomeno ambiguo, a Il vincente – nelle sale italiane dall’1 settembre – va il merito di aver affrontato la delicata piaga della ludopatia (o gioco d’azzardo patologico) con la giusta crudeltà che merita.

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