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Paco Plaza, col suo Verónica, ci immette nel cunicolo delle possessioni demoniache spogliandole però dell’alone ecclesiastico e spettacolare per mettere a nudo i frutti di una solitudine adolescenziale forzata, sommata alla pressione delle responsabilità e al coagularsi di una mancanza affettiva.

Il regista di [REC] torna alla carica con un horror soprannaturale ispirato a una storia vera. Lo scenario in cui si muove la protagonista Verónica, interpretata da una convincente Sandra Escacena, è la Madrid degli anni ’90: una città che perde importanza, in effetti, poiché tutta l’azione si concentra tra le pareti di una scuola cattolica e quelle di una casa come tante. A mettere tristezza allo spettatore è di certo la situazione che vive la protagonista, rimasta orfana di padre e costretta a prendersi cura dei fratelli minori per sopperire alla mancanza della madre (Ana Torrent), obbligata a lavorare per mantenere la famiglia. Una situazione che la conduce a fare una seduta spiritica insieme a due compagne di classe, invocando lo spirito del padre per mezzo di una tavola Ouija.

Verónica, l’horror spagnolo di Paco Plaza tratto da una storia vera, si rivela una bella scoperta

veronica film horror cinematographe

A differenza di film dello stesso genere, in cui la seduta dirotta spesso e volentieri verso catastrofi e manifestazioni fisiche irruente, in Veronica la tensione è inizialmente inesistente, salvo poi incamminarsi in un crescendo di emozioni e piccoli simboli che coadiuvano lo spettatore alla visione del peggio. Paco Plaza usa diversi espedienti orrorifici senza approfondirne nessuno in particolare; nel suo film abbiamo la presenza delle suore e della credenza cattolica (ma stavolta Dio non può fare nulla, nessun prete può salvare la peccatrice, che invece se vuole uscire da questa situazione deve capire da sola come fare); monitorati dalla presenza dell’eclissi solare e quindi dalla predominanza dell’oscurità sulla luce, vengono menzionati i rituali delle antiche popolazioni e ancora l’ormai famigerata tavola Ouija, eppure niente di tutto ciò ha contorni definiti: Verónica ha fatto una cosa che non doveva e per fare in modo che i suoi cari non vengano coinvolti sarà disposta a tutto, persino a sacrificare se stessa.

Un horror che inizia come un gioco per poi divincolarsi nella psiche della ragazza e instaurare in essa un disturbo mentale che cresce a dismisura ma tacitamente, quasi con discrezione. Il male è, in Verónica, un essere strisciante e oscuro che angoscia l’anima e che appare ancora più tenebroso se messo a contatto con la solitudine stagnante di un’adolescente che sta semplicemente chiedendo aiuto alle amiche, alla madre e infine alla scuola, senza ricevere da nessuno di loro una dritta concreta che l’aiuti a riparare ai suoi errori. Il regista e sceneggiatore Paco Plaza mette così in scena, per mezzo di una regia pulita e una fotografia dai colori a tratti sgargianti, una storia di spiriti maligni e persone indifferenti, in cui si insinua velatamente l’idea del doppio. Essa traspare innanzitutto nel duplice ruolo di Verònica di ragazza oppressa dai doveri di donna – emblematica a tal proposito la scena in cui la richiesta di essere adulta combacia all’apparizione del sangue mestruale – ma anche dall’apparizione di un’altra sé (la sequenza in cui, camminando, scorge se stessa di spalle, andare dalla parte opposta) e ancora dalla doppia essenza dello spirito il quale, se in un primo momento acquisisce le sembianze del padre, in una seconda battuta appare amorfo e senza volto, per poi infine infiltrarsi in ogni cosa.

Verónica: l’idea del doppio e del male come essenza intrinseca all’essere umano

Verónica rende sicuramente bene l’idea del male come di un’essenza che vive in noi e con noi, come un essere da estrapolare e col quale convivere. Lo spirito rappresentato nel film altro non è che un parassita dell’anima e la sua indole trasuda interamente solo alla fine scatenandosi non tanto nelle manifestazioni esterne quanto in quelle interiori, conducendo con consapevolezza e rassegnazione la ragazza alla scelta più tragica di tutte.
A irrorare la pellicola di malinconia una colonna sonora (opera del compositore Chuky Namanera) che sa tenerci sulle spine quando occorre, cullandoci nella maggior parte dei casi con le canzoni della rock band spagnola Héroes Del Silencio, che la bella Verònica ascolta spesso portandosi le cuffie alle orecchie ed estraniandosi dal resto del mondo. Le sue gesta ripercorrono a tratti il senso della musica, come nel caso del brano Maldito Duende che si inerpica nella narrazione di un incontro misterioso con un elfo che invita a sognare; l’autore esprime nel brano il senso di solitudine che prova, la voglia di fuggire via e il non pentirsi di ciò che è successo.

Allucinazioni e realtà si confondono meravigliosamente in Verónica 

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Verònica ci tiene in bilico tra la ragione e il sogno, in labirinti claustrofobici in cui non mancano allucinazioni e sangue, in cui si tarda a comprendere la differenza tra ciò che è voluto o casualmente accaduto, in cui non mancano inserti di cannibalismo per conferire una lieve sfumatura splatter al prodotto finale. Un’escandescenza del dolore umano che Plaza sa rappresentare senza ricorrere a effetti speciali, preferendo raffigurazioni più raffinate e “vecchio stile” che di certo non ci fanno perdere neanche una briciola di suspense e introspezione del personaggio in questione.

Per concludere, Verònica è un horror da non perdere, specialmente se siete estimatori del genere. Nel cast, oltre alla bravissima Sandra Escacena, anche Ángela Fabián, Bruna González, Claudia Placer e Iván Chavero. Il film è disponibile su Netlix dal 25 febbraio.