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Thierry de Peretti è un amante di Pier Paolo Pasolini. Il collegamento ipertestuale, perciò, è facile da cogliere. Perché è Una vita violenta il titolo della sua opera seconda, passata alla Settimana della Critica del Festival di Cannes nel 2017 e pronta ora alla distribuzione in sala, ma che con la storia del protagonista pasoliniano Tommaso Puzzilli ha ben poco a che fare, men che meno con la sua trasposizione cinematografica del 1962 girata dal compare e consulente Sergio Citti. I giovani, però, ci sono: fulcro di un filone dell’intellettuale e regista italiano, che de Peretti riprende e inquadra nel peggior momento, di passaggio e confusionario, del nazionalismo corso per l’indipendenza della Corsica.

Fatti reali sullo sfondo di una politica agitata e mai pulita, che nella vita come nel film mischia alla convinzione di una causa onesta e significativa tutto lo sporco di una comunità corrotta, radicalizzata nel crimine e che deve fare i conti con il binomio costante tra disobbedienza sociale e illegalità. Tratti che Una vita violenta tenta di rappresentare sotto i suoi spigolosi aspetti, restituendo soltanto in parte, e per la maggior parte del tempo sporcamente, le agitazioni di un movimento e ciò che hanno innescato.

Una vita violenta – Nazionalismo e generazione nel film di Thierry de Perettiuna vita violenta cinematographe

Alla notizia della morte del suo amico Christophe (Henri-Noël Tabary), Stéphane (Jean Michelangeli) decide di recarsi comunque al suo funerale, incurante del pericolo che tale scelta può scatenare. Nascosto, infatti, in un appartamento di Parigi, chi ha ucciso il suo amico e compagno d’armi è pronto a fare lo stesso con il ragazzo, che nonostante la paura sceglie di onorare la lotta affrontata insieme per la liberazione della Corsica e la sua ricerca di indipendenza. Una decisione che fa scattare l’inizio di ciò che è stata la sua vita fin proprio quel momento, riattraversando l’arresto, l’esperienza in prigione e ciò che lo ha condotto fino al movimento nazionalista.

È l’unità che fa di un’idea comune una vera e propria causa. La condivisione di un interesse svincolato dall’opinione pubblica, che si cementa nelle credenze di un gruppo di individui e ne ribolle le convinzioni e la rabbia. Quella che ha mosso tantissimi giovani e li ha condotti alla morte, che Una vita violenta racconta e ne descrive la parabola discendente, pur sottolineandone ripetutamente la fiducia nei valori perseguiti. E se di organicità parla la pellicola di Thierry de Peretti, se è su quel senso di condivisione che costruisce le relazioni dei suoi personaggi, è nella messa in atto filmica che il regista ne dimentica la dinamica, in un circolo ristretto che rimane confinato ai quattro angoli dello schermo e non raggiunge quel senso comunitario che avrebbe dovuto rendere partecipe della lotta anche il suo pubblico.

Una vita violenta – Quando il pubblico non fa parte dell’ideauna vita violenta cinematographe

Chiuso, dunque, su se stesso, il film abbraccia un’idealizzazione politica che, però, non è mai bilanciata da altrettanta ispirazione di idealizzazione estetica, che possa così elevare l’opera a qualcosa di più di un semplice passaggio di situazioni e conseguenze, e che si elevi nelle proprie scelte di ripresa e messinscena. Discorsi nazionalisti e istituzionali, macchiati dal cancro della criminalità organizzata, che sembrano fatti più per un’interazione unilaterale tra i personaggi escludendo la partecipazione del pubblico, che rimane piuttosto estraneo al coinvolgimento del protagonista e dei suoi alleati, e non trova motivi per rimanere catturato da una storia che tende, inoltre, a diventare sempre più distante e farraginosa.

Il fuoco di una questione che ha infiammato una nazione e che viene spenta nella pellicola del regista de Peretti, una generazione allo sbando, di cui è stata riproposta la confusione anche nella realizzazione del film a loro dedicato.

Una vita violenta, prodotto da Les films velvet, Stanley White e Arte France Cinéma, sarà nelle sale dal 23 maggio, distribuito da Kitchenfilm.

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