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Ogni uomo ha un viaggio da compiere, un bisogno intrinseco di andare avanti che lo porta inevitabilmente a tornare indietro, verso casa, verso i propri affetti; anche se tornare vuol dire troppo spesso finire. Con Ulysses: A Dark Odyssey Federico Alotto parafrasa un’opera immortale qual è l’Odissea omerica, ma lo fa strizzando l’occhio a James Joyce!

Se già nel 1922 lo scrittore irlandese aveva preso spunto da Omero per mettere su carta la crisi dell’uomo moderno e raccontare la società e i rapporti personali, nel 2018 il regista torinese guarda altrettanto indietro e, prendendo slancio da quelle che sono rispettivamente il caposaldo storico e culturale della cultura classica occidentale e il baluardo del romanzo moderno (almeno in parte!) si catapulta in un thriller psicologico che dell’Odissea così come la conosciamo e possiamo immaginarla non ha che lo scheletro fondante. Se ci si aspetta una cornice classica e un rimando sfacciato alle opere che tutti più o meno conosciamo allora Ulysses: A Dark Odyssey vi spiazzerà, poiché di quell’aura omerica il film di Alotto possiede apparentemente solo i nomi.

Ulysses: A Dark Odyssey – l’Odissea nel futuro di Federico Alotto tra droga, corruzione e delinquenza

La storia è ambientata infatti in un futuro distopico in cui Torino si presta alla sua evoluzione in Taurus City: una città in cui imperversano droga e corruzione, dominata da Michael Ocean (Danny Glover). L’ambientazione che si srotola ai nostri occhi è quasi psichedelica, desertica, disturbante: una città le cui bellezze artistiche si sono piegate al progresso, adeguandosi (come molti degli esseri viventi) alle nuove regole del gioco; ogni quartiere o palazzo incarna un micro/macro luogo in cui il protagonista riesce a rintracciare un pezzetto della sua vita passata e ognuno di questi mondi è abitato da esseri differenti, a loro modo strani e interessanti.
Ulisse, che nel corso del film viene più spesso chiamato Uli o Johnny Ferro – mentre lui stesso dice di consueto di chiamarsi Nessuno – è un combattente, un ex militare che torna a casa dopo 7 anni; non sa cosa è successo in questo lasso di tempo, non riesce a ricordarlo, ma sa che deve tornare dalla sua Penelope (Anamaria Marinca), la donna che gli aveva supplicato di non partire e che adesso si trova accerchiata dall’aristocrazia del futuro. I “proci”, in questo caso, sono meno del previsto, ma anche nel film di Alotto non fanno altro che sottolineare alla donna il lungo tempo passato, intimandola a dimenticare.

Ulysses: A Dark Odyssey – il destino dell’eroe contemporaneo tra sogni e realtà

Ulysses: A Dark Odyssey Cinematographe.it

In Ulysses: A Dark Odyssey l’Odissea del protagonista è nettamente futuristica e nella sua rappresentazione è supportata da personaggi e scene che migrano dai toni circensi alle sfumature splatter – basti pensare al transessuale Hermes (Mario Acampa) o al kebabbaro Pòpov (Stewart Arnold) – facendo poi incursione nei tunnel del genere poliziesco e conducendoci altresì nel confine in cui albergano sogni e realtà.
Ulisse infatti ha bisogno di ricordare chi era e cosa è successo e il suo amuleto in carne e ossa in questo suo viaggio è Niko (Drew Kenney), il suo fedele compagno d’armi.

A sostenere la storia uno stile grafico che richiama quasi i toni dei videogame e una regia che sa spaziare, accelerando nei momenti cruciali per conferire maggiore enfasi ai ricordi. A questo si aggiunge una colonna sonora che sa tratteggiare in maniera sublime ogni momento affrontato dal nostro eroe, tratteggiando la paura, l’ansia, il coraggio.
Non va dimenticata, infine, la mirabile interpretazione di ogni attore, dalla seducente Kaly (Charlotte Kirk) ad Alcyde (Udo Kier) passando per il “Dio dei venti” Aeo (Giovanni Mancaruso), Cici (Sigal Diamant), Jessica Polsky, ma a stupire più di tutti è di certo la cantante Skin, che debutta sul grande schermo nel ruolo dell’oracolo, The Seer: una veggente che, in questo caso, prevede il futuro in maniera moderna, tramite un’iniezione!

Tirando le somme Ulysses – A dark Odyssey, la cui sceneggiatura è stata scritta dallo stesso Federico Alotto insieme al protagonista Andrea Zirio e a James Coyne (Sherlock Holmes III, Tekken, Treasure Island, Vikingdom), è un’opera prima che merita di essere vista e che ha il pregio di essere capita anche fuori dai confini italiani, non solo perché affonda le radici in una delle opere classiche più note al mondo, ma anche perché tratta di argomenti universali e la stessa città di Torino, seppur riconoscibile, sa palesarsi agli occhi degli spettatori come il dipinto di una qualsiasi città in un mondo che sta sempre più andando a rotoli. Intrigante, inoltre, il finale, che sa richiamare l’idea di una circolarità e di quel bisogno intimo di tornare là dove tutto è iniziato, là dove un tempo ci si sentiva e si era davvero a casa.

Il film è al cinema dal 14 giugno, distribuito e prodotto da Adrama con il sostegno di FCTP Film Commission Torino Piemonte.

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