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In Traffik – In trappola – pellicola del 2018 scritta e diretta da Deon Taylor,  disponibile ora nel catalogo Netflix – dopo vicissitudini varie, sentimentali e professionali, due fidanzati decidono di trascorrere del tempo lontano dalla città per provare a rilassarsi e dare una scossa a una relazione che fa fatica a ingranare.  Una coppia di amici offre loro la possibilità di trascorrere un paio di giorni in una vill di lusso, isolata tra la natura incontaminata delle montagne del nord della California. Tutto sembra andare a meraviglia sino a quando finiscono nel mirino di una pericolosa banda di criminali pronta a tutto pur di proteggere i loro loschi segreti e attività illegali. Ed ecco qui che ci risiamo, con un romantico weekend che si tramuta nel più classico dei weekend di paura, tutt’altro che tranquillo come recita la pellicola di John Boorman del 1972.

Traffik: una coppia di fidanzati nel più classico dei weekend di paura

Prende così il via l’ennesima lotta per la sopravvivenza di una coppia che si trova nel posto giusto al momento sbagliato, con tutta la trafila che ne consegue per provare a riportare la pelle sana e salva a casa. Insomma una sorta di Vacancy che al posto del motel a mezza stella sperduto nel mezzo del nulla, ha invece come cornice un paesaggio mozzafiato e una residenza da mille e una notte con tutti i comfort, piscina compresa. È lì che Brea (Paula Patton) e John (Omar Epps), lei giornalista e lui meccanico, protagonisti di Traffik – In trappola dovranno vedersela con i cattivoni di turno.

Traffik: un action-crime dalla scrittura debole e dall’azione ridotta ai minimi storici

Traffik cinematographe.it

Già il titolo, con l’aggiunta della “k” per non creare fraintendimenti rispetto al film di Steven Soderbergh del 2000, suggerisce allo spettatore che dietro l’ostilità del gruppetto di sadici che danno la caccia alla coppia ci sono redditizi affari illeciti.  Del resto come ci rammenta il colluso sceriffo locale, la parola “traffico” ha sempre un’accezione negativa e in questo caso non si tratta di quello stradale o dello spaccio di sostanze stupefacenti, bensì della tratta di donne sequestrate da avviare nel mercato della prostituzione. Materiale narrativo e drammatugico, quello proposto dal cineasta americano, che altro non è che una risicata pezza d’appoggio per portare sullo schermo un action-crime dalla scrittura pigra e debole, nella quale la linea mistery è un mero accessorio per tentare – invano – di coinvolgere il fruitore.

Traffik: un esempio di cinema di genere e d’intrattenimento a buon mercato di serie B

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Peccato che il tutto risulti prevedibile nelle dinamiche e ancora di più nel flebile sviluppo dei personaggi, votati come al solito al sacrificio sull’altare di un cinema di genere e d’intrattenimento a buon mercato di serie B, futile più che utile. Nemmeno la regia e le accelerazioni di ritmo date dal montaggio, quando l’azione inizia a scorrere nelle vene della timeline, riescono a dare quelle botte di adrenalina alla visione. Se poi nemmeno la componente drammatica, data dal piaga dello sfruttamento della prostituzione, riesca a dare un minimo di spessore alla trama, allora Traffik è destinato per quanto ci riguarda a finire nel dimenticatoio. Taylor non tratta il fenomeno come un argomento principale e rilevante, ma più banalmente come pretesto per vicende di altra natura e scopo, alla pari del thriller con Liam Neeson, Io vi troverò, in cui un padre disperato cerca di salvare la figlia da una gang che rapisce ragazze per costringerle a prostituirsi. Se l’intenzione è vedere qualcosa di più consistente in materia, forse sarebbe il caso di andare a recuperare un’opera come Human Trafficking – Le schiave del sesso.

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