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Time, brano iconico dei Pink Floyd dall’album Dark Side of the Moon del 1973, descrive il tempo perfettamente, regalando delle frasi di altissimo livello: “E poi un giorno scopri che ti sei lasciato dietro dieci anni. Nessuno ti ha detto quando correre, hai perso lo sparo di partenza”. Non si sfugge all’implacabilità dell’età, alle rughe, alla nostalgia, ai ricordi che pesano come macigni e si perde il punto di inizio, senza vedere la fine, persi in quel ticchettio asettico, quasi sadico.

Time, documentario di Garrett Bradley del 2020, presentato in anteprima al Sundance Film Festival dove ha vinto la Miglior Regia tra i documentari e poi, successivamente, proiettato anche alla 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, sembra aver fatto propria la frase sopracitata, configurando una riflessione sul tempo commovente e straordinaria, accompagnata da una critica profonda ed educata al sistema carcerario americano. In occasione della disponibilità gratuita del lungometraggio per una settimana, a partire dallo scorso 12 aprile, sia su Amazon Prime Video (senza abbonamento) e YouTube, abbiamo recensito il titolo per voi.

Time: l’impronta indelebile del bianco e nero

Time 1

L’opera porta su schermo la storia vera di Sibil Fox Richardson che ha combattuto per 21 anni per una pena estremamente severa affibbiata a suo marito Robert, colpevole insieme a lei di aver rapinato una banca nel 1999. Se la donna, accettando il patteggiamento per 12 anni, è riuscita ad uscire dopo circa tre anni e mezzo, il consorte è stato condannato a 60 anni di reclusione. Con ben 6 figli alle spalle, la protagonista si è trovata di fronte ad una vita dura e ricca di difficoltà, permeata di ostacoli, con l’assenza perenne del suo coniuge.

Time si avvale di due strumenti registici in parallelo che lavorano intersecandosi: da un lato, i filmati del passato, atti a descrivere i duri momenti iniziali senza Robert (che tra l’altro appare solamente in due sequenze); e le scene future, girate appunto in preparazione del film, dove si tirano le somme di questi anni passati senza l’uomo, con un vuoto incolmabile riempito metaforicamente da una sagoma di cartone. Entrambe le soluzioni usano una fotografia in bianco e nero.

Tale scelta è perfetta: oltre a dare un’impressionante e ansiogena continuità a livello cronologico (questo filtro appiattisce tutto il tempo allo stesso modo con la stessa estetica), contribuisce a rendere la storia rappresentata universale, proiettando le vicende dei protagonisti in una dimensione quasi mitica, astratta, allo scopo di idealizzare le disavventure di Sibil, rendendole un punto fermo nella lotta contro le ingiustizie carcerarie (e non solo).

Una via che comunque tiene in conto delle effettive responsabilità ed errori della coppia, ma che, per forza di cose, inserisce il tutto in una raffigurazione rarefatta e circoscritta, dal grande impatto emotivo e registicamente impeccabile, costruendo una narrazione motivazionale e ispirazionale grandiosa, dal dolce e commovente lieto fine che funziona egregiamente nella sua funzione parabolica e metaforica.

Time: tra critica e riflessione

Time 2

Ciò va a creare un connubio particolare in cui una riflessione posata e poetica viene accostata ad una poderosa e calibrata critica al sistema legislativo statunitense. Se all’apparenza i due lati di Time sembrano inconciliabili, mano a mano che il racconto avanza ci si rende conto che la volontà di Garrett Bradley è proprio quella di bilanciare critica e riflessione.

Se l’impianto accusatorio si avverte maggiormente nei dialoghi dei vari personaggi, la parte legata all’idealizzazione si esprime nel migliore dei modi con le semplici immagini, senza dover per forza ricorrere al testo. Ovviamente, il tempo non è solo una cifra stilistica prettamente pratica con gli sbalzi dal passato al futuro, ma ha anche una funzione metaforica importante che si mostra al meglio nell’arco finale.

Senza rivelare troppo, avviene un ricongiungimento che riesce a fare da ponte tra l’inizio e la conclusione della storia, con un fine non solo di chiusura narrativa, ma anche allo scopo di mostrare come il tempo, seppur inframezzato da attimi lontani, è collegato in maniera sopraffina e che ogni azione non è fine a sé stessa ma ha una determinata conseguenza, anche se non si può avvertire in principio.

Passando invece al comparto tecnico ed estetico, c’è poco da dire. Time riesce contemporaneamente ad essere lineare e stratificato sia nelle immagini che nell’uso della macchina da presa. Nella sua semplicità, infatti, cattura in maniera evocativa tutti gli instanti di assenza, dolore, sconfitta e li incanala in un risultato di gran pregio, senza nessuna complessità, ma giocando sui silenzi, sull’emozione nuda e diretta, senza troppi formalismi.

Spostandoci invece sui protagonisti, Sibil Fox Richardson e la sua famiglia, nonostante non stiano recitando una parte, sono dei “personaggi” perfetti all’interno della storia perché la loro straziante esistenza è stata portata alla luce con il giusto spirito narrativo e registico, con una mano un po’ indulgente nell’ottica idealistica, ma che ha saputo concentrarsi su di loro in maniera impeccabile, anche perché loro, alla fine, sono il reale motore delle vicende.

Time è un documentario sorprendente che trova il suo senso di esistere nell’esplicazione di un concetto astratto, il quale ha fondamento nella storia vera di Sibil Fox Richardson. In appena un’ora e venti di girato, tra salti temporali, critiche e riflessioni, Garrett Bradley porta alla luce un fatto drammatico dandogli una connotazione quasi fiabesca, senza disdegnare una critica efficace, ma mai retorica, sul sistema legislativo americano. Il tutto è narrato delicatamente, con poesia e tatto, arrivando ad un lieto fine che fa però parecchio riflettere.