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Nel percorso di scoperta, riscoperta e valorizzazione del cinema e della serialità made in Asia, che non hanno circolato quanto avrebbero meritato oltre confine se non grazie a occasioni festivaliere e a sporadiche iniziative distributive legate a grandi successi internazionali ottenuti da autori e dalle rispettive opere, Netflix sta fornendo un notevole contributo alla causa. Il broadcaster a stelle e strisce ha da subito puntato forte sulle produzioni orientali per il grande e piccolo schermo, ospitando nel proprio catalogo opere provenienti dalle diverse realtà audiovisive presenti nel territorio. Tra queste fa piacere incontrare di tanto in tanto anche qualche progetto audiovisivo concepito in quel di Taiwan come ad esempio The Soul (Ji hun nella versione originale), l’ultima fatica dietro la macchina da presa di Wei-Hao Cheng.    

The Soul è un thriller dalla doppia identità

The Soul cinematographe.it

Con il suo quinto lungometraggio, rilasciato sulla piattaforma il 14 aprile, il regista taiwanese continua a percorrere le strade del cinema di genere, le stesse precedentemente battute con esiti altalenanti. Se da una parte le prove fornite nell’horror con i due capitoli di The Tag-Along non hanno dato i frutti sperati, dall’altra quelle nel crime-thriller si sono dimostrate di ben altra caratura. Il particolare Who Killed Cock Robin? ha messo chiaramente in evidenza le qualità tecniche e di scrittura di un autore meritevole di attenzioni, le medesime che è possibile rintracciare a quattro anni di distanza in The Soul.

Dimostrazione, questa, delle capacità di Cheng di districarsi nei  meccanismi drammaturgici del mistery attraverso dei plot che ne allargano efficacemente gli orizzonti con delle contaminazioni. Nel film in questione, così come in quello del 2017, è possibile rintracciare venature sovrannaturali che rimescolano il cromosoma chiave del dna drammaturgico e narrativo, donando a parte del racconto un volto di facciata rispetto a quello reale. Il ché spacca in due la timeline, giustificando di fatto i 130 minuti di una fruizione che metterà lo spettatore di turno al cospetto di un thriller dalla doppia identità. Identità che scorrendo simmetricamente troveranno il punto di intersezione solo in prossimità dell’epilogo, quando tutta la verità verrà a galla.

The Soul: una trama ramificata che scaraventa nei meandri intricati di un feroce delitto

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Ma prima che ciò accada sullo schermo prenderà forma e sostanza una trama ramificata presa in prestito dal bestseller Transfer Soul di Jiang Bo, del quale la pellicola in questione è un libero adattamento che scaraventa nei meandri intricati di un feroce delitto dietro il quale si nasconde un complesso giro di vite e uno spaventoso segreto. Il delitto è quello del facoltoso fondatore di una Corporation sul quale si trovano a investigare un procuratore gravemente malato e una detective. I due sono sentimentalmente legati quel tanto da rendere le indagini ancora più delicate da gestire. All’inizio tutto sembra condurre alla pista della stregoneria, per poi invertire la rotta e ritornare su quella canonica del crime con dinamiche annesse.

Dal punto di vista della scrittura non è dunque tutta farina del sacco di Cheng, ma il modo in cui lo stesso regista rimette mano alla matrice letteraria per renderla più cinematografica è sotto gli occhi di tutti. Come sotto gli occhi di tutti è anche la maturità stilistica della messa in quadro (vedi la scena della cattura nel bosco di Wang Tian-You) e la qualità della confezione dell’immagine, che fa qualche passo indietro solo quando l’autore ricorre a una  computer grafica che non sempre si dimostra all’altezza della situazione (la ricostruzione della villa dove si consuma il delitto ha degli evidenti limiti). Per il resto, la costruzione di atmosfere ansiogene, il crescendo di tensione e dei colpi di scena ben piazzati sono il frutto di tale processo, che trova delle spalle solide nel lavoro davanti e dietro la macchina da presa.

Al centro di The Soul c’è lo scontro tra l’etica e la morale

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Intense e potenti sono infatti le interpretazioni di gran parte degli attori chiamati in causa, a cominciare da Chen Chang e Janine Chun-Ning Chang, rispettivamente nei panni del procuratore e della poliziotta a capo delle indagini. Con e attraverso i loro personaggi lo script alimenta la seconda arteria principale del film, ossia quella che vede lo scontro tra l’etica e la morale, che in questo caso sono tutto tranne che sinonimi. Un conflitto umano, professionale e sentimentale che si sviluppa nell’arco delle due ore per esplodere quando la sfera privata della coppia entra in rotta di collisione con quella pubblica. Ed è da questa implosione che avviene in prossimità della cosiddetta Zona Cesarini che emergono gli aspetti più interessanti dell’intero racconto.