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Note hindi flessuose e monofoniche a scandire i sette capitoli di una migrazione geografica e individuale. Nell’ultimo film del regista e sceneggiatore Pushpendra Singh, la musica classica indiana alternata a canti dall’Iran, Asia, Uzbekistan, Tajikistan sorpassa i confini e accompagna la più grande transumanza del mondo, quella della piccolissima tribù Gujjar-Bakarwal, un popolo nomade di allevatori di mucche e bufali che ogni anno si sposta dalle pianure e dalle regioni collinari del Jammu per raggiungere l’alta valle del Kashmir, per poi fare ritorno in inverno. Girato internamente in dialetto gojri, la storia al centro del film The Shepherdess and The Seven Songs (presentato già alla Berlinale 2020 e ora in concorso al 30esimo FESCAAAL) attinge al repertorio di poesie e racconti della mistica indiana Lalleshwari vissuta nel XIV secolo, la cui eredità letteraria ancora oggi stimola riflessioni sull’oppressione dei popoli e i confini territoriali.

Riti di passaggio e di paesaggio

the shepherdess seven songs cinematographe.it

Cadenzato in sette canzoni popolari e folkloristiche su altrettanti temi che spaziano dal matrimonio al rimpianto, dalla giocosità fino alla consapevolezza, il grande spostamento al centro del film di Singh prende forma dall’unione fra l’enigmatica e affascinante Laila (Navjot Randhawa) e il giovane pastore Tanvir (Sadakkit Bijran), uscito vittorioso dal rito popolare che gli concede in sposa l’ammaliante protagonista. Stazionati dopo un lungo itinerario percorso a piedi tra le montagne rocciose e scoscese della ragione del Jammu e Kashmir, la tribù inizia a subire l’ostilità delle autorità di zona, in particolare quella della guardia forestale Mushtaq (Shahnawaz Bhat) e del suo capo ispettore, i quali metteranno entrambi gli occhi su Laila, insinuando una sorta di sfida in complicità per conquistarla.

Riluttante alle avances dei due e determinata a rispondere a un tentativo di violenza con il nerbo che la contraddistingue – e la rende così desiderabile – Laila gioca con il fascino che esercita sulla guardia più giovane, posponendo appuntamenti notturni dati in sordina e puntualmente svaniti. Ma in Laila quel fievole moto d’attrazione verso Mushtaq contiene anche, probabilmente, un po’ di verità e nella giovane comincia a destarsi un sogno proibito di amore extraconiugale.

Luce e natura: presenze fiabesche ma vivide

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Della grande tradizione di Bollywood, The Shepherdess and the Seven Songs sembra prelevare una delle multiple tematiche all’interno del genere asiatico: il grande melò romantico di triangoli amorosi e legami famigliari. Ma la misura del film, nel rifiutare il mix visivamente concitato e musicalmente frenetico, sta proprio nello svestire e liberare quel topos così sfruttato nelle grandi produzioni indiane e tramutarlo piuttosto, in un intimo e impalpabile racconto sul femminile; una parabola di liberazione e presa di coscienza della propria soggettività in contino dialogo con la natura. Inquadrata in tutta la sua vibrante e ampia presenza all’interno di quadri e montaggi dall’ampio respiro infatti, i toni cromatici e i riflessi lunari sulla foresta, i corsi d’acqua, gli animali, le coltivazioni e poi lassù le nuvole soffici come la lana appena tosata delle pecore da cui deriva la pregiata stoffa, emergono in un racconto fatato ma fortemente vivido e vitale.

The Shepherdess and the Seven Songs: cambiare pelle come i serpenti

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Protagonista tanto quanto gli umani che la abitano, in un riverbero celebrativo che ha del popolare, del mitologico e del leggendario, l’universo paesaggistico dialoga in voiceover con i pensieri di Laila, nel suo ideare perpetuo sul ciclo di nascita e morte come unici elementi immanenti e immutabili della vita stessa. Cambia pelle come i serpenti l’opera a tratti ironica e fiabesca di Singh, e lo fa in divenire accanto alla sua giovane eroina, costretta in un’unione fatta di doveri coniugali prima, poi finalmente libera, nuda e consapevole del proprio desiderio, in un finale metamorfosi-sogno dal sapore magico che la vede camminare sulla neve delle montagne del Kashmir e riconsegnarsi in verticale a quella natura accogliente e riconciliante.