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RomaFF12 – The Place: recensione del film di Paolo Genovese

The Place è un film di Paolo Genovese, presentato alla Festa del Cinema di Roma, interpretato da un ampio cast tra cui Marco Giallini e Valerio Mastandrea.

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The Place è un film diretto da Paolo Genovese, presentato come film di chiusura della  Festa del Cinema di Roma, interpretato da Marco Giallini, Alessandro Borghi, Valerio Mastandrea, Silvio Muccino, Alba Rohrwacher, Vittoria Puccini, Sabrina Ferilli, Rocco Papaleo e Vinicio Marchioni.

The Place è un adattamento della serie tv statunitense The Booth at the End, che gravita attorno alla vita di otto persone. Queste persone sono legate dallo stesso destino: chiedono tutte ad un uomo misterioso di poter esaudire un proprio desiderio. Quest’uomo, a patto di realizzare le loro richieste, chiede in cambio di svolgere dei compiti disdicevoli che sconvolgeranno inesorabilmente le sorti dei protagonisti.

 The Place

The Place è un non luogo, un teatro in cui si uniscono destini e vite differenti, una realtà escatologica che mostra la sottile linea che unisce desiderio e libero arbitrio, destino e istinto primitivo. The Place non segue le vite dei personaggi ma segue unicamente quest’uomo, diviso tra il mefistofelico e il divino, di cui non si comprende mai cosa celi sotto le sue sembianze.

Le scene sono tutte realizzate all’interno di un ristorante, in cui ogni giorno l’uomo riceve le visite di persone che desiderano ardentemente ottenere qualcosa da lui, che sanno che lui è l’unico che possa aiutarli. Ogni personaggio ha un proprio sogno o bisogno da esaudire, dal guarire il figlio o il marito da una malattia, chi vuole diventare più bella, o più ricca o ritrovare la fede in Dio. Desideri che corrispondono ad un patto, un patto che li porterà a dover scegliere tra la loro ambizione e commettere atti efferati, tra cui stupri, omicidi e rapine.

 The Place

Il progresso drammatico incede nel momenti in cui questi personaggi tornano da lui descrivendo i loro stati d’animo, i cosiddetti dettagli che l’uomo chiede esplicitamente, trasformando i loro discorsi in una seduta psicanalitica. I dettagli, i pensieri dell’essere umano sono quelli che a lui interessano realmente, non la decisione finale ed è interessante notare come egli tenda sempre a specificare che chiunque può scegliere se portare avanti il patto o no.

Ad un uomo, interpretato da Vinicio Marchioni, il cui figlio è malato di cancro in fase terminale, il patto prevede che per salvarlo lui debba uccidere una bambina, una bimba qualsiasi. Un uomo cieco, interpretato da Alessandro Borghi, vuole ritornare a vedere, ma per ottenere ciò deve stuprare una donna. Tutti i personaggi sono messi alle strette, ma nessuno è obbligato, hanno sempre una scelta.

 The Place

Quanto si può spingere l’essere umano pur di ottenere ciò che vuole? Ecco cosa mostra il film di Paolo Genovese, i limiti che compongono il libero arbitrio, il desiderio, e mostra come il diavolo, Dio, sono tutti insiti nell’uomo. Sono le scelte che compie l’uomo a poterlo rendere un demonio, mentre spesso questi simboli, queste entità le si cercano al di fuori dell’essere umano; anche nel film tutti guardano lui, interpretato da un eccellente Valerio Mastandrea, ma in realtà il potere è tutto nelle mani degli uomini.

Paolo Genovese realizza un film corale, la cui forza è tutta nelle parole e nelle interpretazioni dei protagonisti, da Marco Giallini a Alba Rohrwacher, un cast strabiliante di attori italiani che partecipano ad un film che rilegge in chiave quasi teatrale, la serie tv statunitense The Booth at the End, che racchiude in un unico luogo i destini, le vite e la complessità degli uomini.

 The Place

The Place colpisce nel segno nonostante tenda a restare imprigionato in una narrazione a tratti ridondante e si perda in alcuni momenti che anticipano il finale, una pellicola che si lascia comunque seguire con grande tensione e suspense, mostrando come il cinema italiano riesca a sorprende con slanci ambiziosi.

The Place è un film edificante, sorprendente che si esprime rapportandosi con una claustrofobia visiva e una sceneggiatura brillante, in cui Paolo Genovese dimostra come a volte sacrificare gli spazi e la regia in favore di una scrittura solida, che è centrale all’interno della narrazione, è decisamente una strada virtuosa da seguire.

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