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All’apparenza ‘compilativo’ in un’operazione di ritorno al passato russo letto attraverso la lente del rapporto tra arte e potere, The Nose or the Conspiracy of Mavericks è, piuttosto, un film che riflette sul presente e sulla relazione che questo intrattiene con il caos scaturente dall’eccesso di segni, subiti e non più dominati.

Articolato in tre parti come un lungo sogno in tre capitoli in cui ciascuno trasfigura in modo formalmente differente lo stesso nucleo patogeno, il lungometraggio di Andrej Khrzhanovskij, cineasta moscovita ottantenne al culmine di una lunghissima carriera, mescola diversi stili di animazione e non nasconde artisti e processi creativi che sono alla base del processo produttivo culminante nel prodotto-film, ricorrendo a un pastiche in grado di configurare simultaneamente il significante e il significato del film.

The Nose or the Conspiracy of Mavericks: una pluralità di stili e di segni per una pluralità di messaggi

Si comincia con la rilettura in chiave metateatrale del Naso di Gogol’, racconto fantastico del 1836 che segue le avventure di un naso staccatosi dal volto del suo proprietario, disperato per l’impossibilità di continuare la sua scalata sociale con quel buco in faccia. Opera leggibile a più livelli, sia come riflessione disincantata sulla pretesa dell’artista di farsi creatore, di divenire il Creatore – e, quindi, sostituirsi narcisisticamente a Dio – sia come critica alle ambizioni sociali vacue sia come de-costruzione di ogni identificazione del soggetto con un parte anziché con la totalità inafferrabile dell’esperienza del reale, Il Naso venne tradotto in opera nel 1927 dal compositore Dmítrij Dmítrievič Šostakóvič, opera ostinatamente osteggiata dalla censura sovietica che ne richiese una riduzione e, anche dopo averla ottenuta, non revocò mai la propria sprezzante contrarietà, bollandola come decadente e borghese nella sua apparente adesione al Formalismo.

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The Nose or the Conspiracy of Mavericks: una riflessione sulla relazione tra caos e Potere

L’arte che segue leggi immanenti a se stessa e che rifiuta di appiattirsi al ruolo di funzione ‘ambientale’, al ruolo di esercizio significante al servizio di un significato (possibilmente politico) è motivo di conflitto nella Russia totalitaria di StalinThe Nose or the Conspiracy of Mavericks mostra, così, un caso di censura e poi lo ‘corregge’ parzialmente attraverso l’irruzione di un’utopia, anzi di un’ucronia, riscrivendo e ‘ammorbidendo’ la storia del rapporto tra Bulgakov e Stalin.

Lo scrittore, perseguitato a partire del 1925 dopo aver scritto Cuore di cane, satira contro l’homo novus sovietico, nel 1930 aveva inviato una lettera disperata ai più alti funzionari di partito per denunciare l’impossibilità di pubblicare i suoi scritti a causa proprio dell’ostilità del regime e per chiedere loro di poter espatriare. Stalin non glielo permise e, anzi, lo riabilitò, ma soltanto per ragioni di propaganda, per l’esigenza di rettificare l’immagine di un governo ostile agli artisti e agli intellettuali non allineati. Nel film, l’opportunismo politico viene, in parte, riletto alla luce di una maggiore apertura al confronto.

Infine, lo stesso Stalin ricompare seduto a teatro accanto ai suoi sodali di Partito: insieme assistono proprio al Naso di Šostakóvič, ciascuno disorientato di fronte al guazzabuglio di sofisticazioni formali non finalizzate alla leggibilità dell’opera, ma all’attivazione di una catena di segni ‘a-significanti’, sorretti da null’altro se non il gusto della creazione artistica, la sua generazione disinteressata, il suo rifiuto di farsi strumento d’educazione e indottrinamento, di trasmissione di valori o informazioni, di un qualche dettato ‘padronale’.

Un’opera matura, concettualmente e formalmente complessa, di un animatore ottantenne

Appare evidente, allora, che The Nose or the Conspiracy of Mavericks non è un film che possa esaurirsi nel suo citazionismo, ma che quel citazionismo, come forma di inanellamento di dati storici e segni espressivi, è esso stesso mezzo e componente della meditazione ‘formalista’ allestita da Khrzhanovskij, un invito a ripensare i rapporti tra il Potere – nelle sue varie incarnazioni, passate e presenti – e ciò che non comprende, sul suo modo peculiare di ridurre l’incomprensibile a comprensibile, epurando la complessità e la caoticità di ogni esperienza di realtà e pretendendo di ricondurre quella complessità e quella caoticità a forme esteticamente e concettualmente semplificate, nell’illusione di escludere il non-senso sia dal campo percettivo sia dall’analisi intellettuale, di riassorbirlo tutto in significati (e significanti) tanto apparentemente risolutori quanto posticci.

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