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Presentato al Toronto International Film Festival e, in Italia, al Torino Film Festival, The Lodge è il secondo lungometraggio firmato dalla coppia di registi Veronika Franz e Severin Fiala. Come nel precedente Goodnight Mommy, The Lodge si inquadra nel genere thriller-horror psicologico, creando atmosfere angoscianti in un contesto credibile e avulso dall’elemento sovrannaturale. Con The Lodge i due registi (aiutati nella scrittura dallo scozzese Sergio Casci) mettono su un lavoro coerente con le regole del genere e, pur abusando talvolta dei suoi cliché, ottengono un prodotto leggermente al di sopra della media. Punti di forza del film: l’interpretazione e la fotografia, che sigillano un prodotto discontinuo con un solido apparato tecnico, rendendo la visione nel complesso convincente.

The Lodge: vivere nell’incubo

the lodge, cinematographe

Aiden (Jaeden Martell) e Mia (Lia McHugh) sono i figli di una coppia separata, composta da Richard (Richard Armitage) e Laura (Alicia Silverstone). Sin dalle prime scene, è chiaro che la rottura della coppia è avvenuta in maniera dolorosa e che a farne le spese sono soprattutto Laura e i ragazzi. Quando Richard annuncia all’ex moglie del suo imminente matrimonio con Grace (Riley Keough), Laura – infatti – decide di togliersi la vita.

Ricostruire un nucleo familiare dopo questa tragedia è pressoché impossibile, ma Richard non si dà vinto: organizza le vacanze di Natale in una baita in montagna, circondata solo da gelo e neve. Qui avverrà il tanto atteso incontro tra la nuova fidanzata e i figli, piuttosto reticenti a stringere amicizia. Quello che rende Grace tanto speciale è, in realtà, il suo passato: unica superstite di un suicidio di massa comandato dal padre, a capo di una setta religiosa di matrice cristiana, la ragazza deve tenere a bada i propri incubi sedandosi costantemente con dei farmaci.

Lo scenario della villa isolata, resa inaccessibile da una bufera di neve, è un elemento ricorrente della cinematografia di genere e il luogo ideale per innescare il meccanismo psicotico. Quello che succederà tra Grace e i ragazzi, una volta allontanato Richard, ricalca esattamente le escalation di follia di molti horror rispondendo alla domanda: come diventa l’essere umano quando è privato degli appigli sociali e torna allo stato brado nell’isolamento? A questo tema, i registi Veronika Franz e Severin Fiala uniscono altrettanto tipico dell’integralismo cristiano come ricettacolo di violenza, creando un mix interessante ma che meritava un approfondimento maggiore.

Il tema della religione in The Lodge

the lodge cinematographe.it

L’elemento religioso è onnipresente nel corso del film. Gli autori hanno avuto l’idea di disseminare presenze legate alla fede cristiana nella vita e negli ambienti di ogni personaggio; i due ragazzini, è evidente dalla gestualità, sono cresciuti da una madre praticante, che ha – infatti – riempito di simboli religiosi tutta la casa di montagna. In particolare, è opprimente la presenza di un quadro della Madonna (una riproduzione de L’Annunciata di Palermo di Antonello da Messina) che perseguita la giovane matrigna, Grace.

Viceversa, Grace cerca di emanciparsi da quell’immaginario e di lasciarsi alle spalle il grave trauma legato all’integralismo, che l’ha vista protagonista di un inquietante fatto di cronaca. Il background della storia, spiegato in una scena all’inizio del film, è una strage di fedeli – ispirata probabilmente al suicidio di massa di Jonestown – di cui Grace da ragazzina è stata l’unica superstite. L’osservarla in quel contesto e guardarla mentre ispeziona le salme con freddezza getta immediatamente una luce sinistra sul personaggio che sarà, da quel momento, guardato da Aiden e Mia (e dallo spettatore) con sospetto.

L’intero svolgimento della storia è un duello tra due (e poi tre) modi di concepire la fede: tra la credenza bigotta e il suo rifiuto, fino al più estremo integralismo che sfocia nella follia. Grace, Aiden e Mia sono carnefici e vittime, al confine tra un’eterodirezione delle proprie azioni in nome di Dio e l’espressione più crudele e volontaria dell’istinto umano.

L’estetica di Veronika Franz e Severin Fiala

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La scelta del cast, così come lo stile registico e la resa fotografica del paesaggio e degli interni indicano una cura autoriale da parte dei due registi, che rende il prodotto molto elegante e visivamente sempre interessante. In diverse occasioni, infatti, il direttore della fotografia Thimios Bakatakis (che ha firmato anche gli ottimi The Lobster e Il sacrificio del cervo sacro) ha regalato inquadrature di notevole bellezza, sia negli sconfinati ambienti innevati che circondano e bloccano la casa in cui avviene l’azione, sia nella casa stessa e – soprattutto – nell’ambiente mentale in cui si svolgono gli incubi della protagonista. I registi, dal canto loro, giocano molto sullo zoom all’indietro partendo da un dettaglio (come quello, ossessivo, della bambola di Mia) per descrivere gradualmente il contesto, che spesso rivela evoluzioni drammatiche. In alcuni momenti questo espediente sarà decisamente efficace per entrare in sintonia con la mente compromessa della protagonista.

La scelta del cast, non composto da superstar ma da attori mediamente noti e molto preparati, permette di reggere una sceneggiatura difficile (poco credibile la scelta del padre di lasciare i due figli in balia della compagna psicolabile in una baita isolata dalla tempesta) senza risultare sopra le righe. Una nota di merito va alla protagonista Riley Keough che riesce con poche sfumature espressive a passare da un ruolo negativo a quello di vittima. Altrettanto bravi i due ragazzi e, soprattutto, Jaeden Martell – visto in It e in Knives Out.

The Lodge, distribuito da Eagle Pictures, è in sala a partire dal 16 gennaio.

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