The Get Down: recensione della serie tv di Baz Luhrmann su Netflix

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Immaginate graffiti, musica pop e poesia, immaginateli mixati alla perfezione, mentre viaggiano sulle strade polverose del Bronx, lungo i treni dipinti da artisti clandestini o sulle piste da ballo sfavillanti di luci e corpi e avrete The Get Down, la serie tv disponibile su Netflix dal 12 agosto, firmata Baz Luhrmann.

Dopo aver lasciato correre la fantasia lungo le praterie sconfinate del cinema, dell’opera lirica e del teatro, stavolta l’eclettico regista australiano si concede al piccolo schermo con lo charme accattivante e quella spunta di kitsch raffinato che lo contraddistingue.
Sulla falsa riga di capolavori entrati meritatamente nel panorama cinematografico contemporaneo – quali Moulin Rouge! e Il Grande Gatsby The Get Down si fa strada tra gli anfratti del respiro lasciando in sospeso l’anima tra lo stupore e il ricordo, innescando versi che esplodono come mine dentro il cuore, per poi disseminarlo di arte talvolta frivola, popolare, scontata, ma essenzialmente vera.

the get downLa serie in sei episodi, di cui Luhrmann è il regista ed executive producer, si avvale della sceneggiatura della premio Oscar Catherine Martin, dello scrittore Stephen Adly Guirgis (Premio Pulitzer per The Motherf***er With The Hat), dello storico dell’hip-hop e scrittore Nelson George e dei tre pioneri dell’hip-hop – Grandmaster Flash, DJ Kool Herc e Afrika Bambaataa – per raccontare i sogni di un gruppo di teenager innamorati della musica e dell’arte.

Il protagonista è il talentuoso e timido Ezekiel “Books” Figuero, interpretato da Justice Smith. Paroliere in erba e pianista presso la chiesa di quartiere, Ezekiel prova un sentimento d’amore smisurato e non ricambiato per Mylene (Herizen Guardiola), figlia del pastore Ramon Cruz (Giancarlo Esposito) e aspirante cantante della disco music.

Le poesie del ragazzo attraversano la serie fin dal primo fotogramma; come un vasetto di inchiostro rovesciato sulla carta da lettera le sue parole sgorgano fugaci, incontrollate, strattonate talvolta dalla timidezza, per poi sprigionare adagio tutta la verve di una storia che non può, non deve e non vuole rimanere chiusa nella gabbia del cuore.

Puoi anche uccidermi ma non mi sconfiggerai perché io ho l’amore

Sulla tela appena tratteggiata del rapporto di profonda amicizia e stima tra Ezekiel e Mylene appaiono l’autore dei psichedelici graffiti, Marcus “Dizzee” Kipling (Jaden Smith), Ra-Ra Kipling (Skylan Brooks) e Boo-Boo (T.J. Brown Jr.): resto di un’affiatata banda di amici uniti dal desiderio di diventare qualcuno, di sostenersi l’un l’altro e di stare alla larga dalle grinfie di un quartiere difficile quale è il Bronx degli anni ’70, anche se Luhrmann sa rappresentarlo con giocosa maestria.

Ciò che tiene in piedi la trama di The Get Down è nientepopodimeno che un sogno ed esattamente il sogno di Mylene: ragazzina dalla faccia d’angelo, il fisico mozzafiato e la voce di Donna Summer, ostacolata dal padre che reputa profana la musica contemporanea. Ma lei non si arrende e, sgattaiolata fuori dalla sua stanza, si reca in una delle discoteche meno raccomandabili della città, Les Inferno, per incontrare Dj Malibu e consegnargli la sua cassetta.

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Peccato che il boss Cadillac (Yahya Abdul-Mateen II) rivolga le sue attenzioni proprio alla docile donzella, aprendo le danze sotto tutti i punti di vista a colpi di musica punk, disco e hip hop e a colpi d’ira, rivalità e pistole. Il momento pulp di The Get Down sa farsi apprezzare con glamour e ritmo! 

Nella serie targata Netflix ogni cosa va per il verso giusto.

Le musiche sono tasselli pop incastrati alla perfezione e le scene sulle quali scivolano sanno deliziare lo spirito con audace ironia, come l’arrivo in pompa magna di Malibu sulle note di Daddy Cool o il ballo romanticamente spietato sulla musica di Far far way.

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Baz Luhrmann sa farci viaggiare tra le strade di New York, nei quartieri più vivi degli anni ’70, nella miseria che si taglia a fette e nella mancanza di prospettive; sa alternare la luminosità sfavillante e definita degli ambienti di lusso con l’opacità delle macerie, la fugacità dei treni lanciati sui binari con la modestia accatastata delle case; l’odore d’incenso che si spegne sotto i dettami del nuovo che avanza e, in quelle ore nascoste del giorno e della notte, spinge i sogni sempre più su.
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The Get Down è puro entusiasmo. È un inno a vivere la vita senza paura.

Lo stesso entusiasmo travolgente che il regista inserisce in tutte le sue opere e il coraggio di osare anche semplicemente accostando Guerre Stellari a Bruce Lee o inserendo le immagini pellicolari accanto alle modernissime e digitali rappresentazioni a colori. Luhrmann sa davvero provocare piacere viscerale per la mente, sa edificare sbalzi temporali senza i fastidi del fuso orario – rallenty, flash back e sbalzi in avanti e ancora scene di tenero amore ad altre di assoluta violenza.

Un’opera sentita, che mette in mostra con verace e vorace bellezza tutto ciò che il pubblico vorrebbe ricevere dalla visione di una serie sulla musica pop. The Get Down è follia leggiadra e contagiosa.

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