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Noi esseri umani, dominatori di popoli, conquistatori di mondi e principi del cosmo, siamo creature dalla fragilità disarmante: il nostro fisico imponente e complesso ci inganna, promettendoci false speranze, ma al minimo squilibrio mentale, crolliamo come un castello di carte di carne ed ossa. Con l’età che avanza ci rendiamo conto, inesorabilmente, di essere destinati alla limitazione e diventiamo inevitabilmente un peso incrollabile per noi stessi, con la volontà di abbandonare dei panni che non sentiamo più nostri.

La paura che però sentiamo più vicina, specialmente quando siamo anziani, è di essere dimenticati e di dimenticare a nostra volta: d’altronde, l’uomo senza la memoria cos’è se non un involucro senziente ma privo di reattività mentale e psicologica? Il morbo di Alzheimer fa esattamente questo: uccide la mente, rende le persone vuote e sofferenti e le costringe ad un’esistenza dove manca la terra sotto i piedi continuamente, dove si perde la bussola e l’equilibrio in un piccolo istante. The Father – Nulla è come sembra, l’opera prima sul grande schermo di Florian Zeller (che ha firmato copione e regia), prende le nostre certezze, le stravolge, obbligandoci a vivere l’instabile vita dell’anziano Anthony (un Anthony Hopkins stratosferico), incastrata in un labirinto senza fine dato dalla sua atroce malattia.

The Father: una gabbia d’oro confusionaria, dove nulla è come sembra

The Father

The Father è destabilizzante per lo spettatore: dalla prima inquadratura in cui la figlia del protagonista, Anne (un’incredibile Oliva Colman), va a visitare il padre, avvertiamo un senso di stordimento, di confusione che ciclicamente si ripete durante tutto il lungometraggio ed è espressione del protagonista stesso. Zeller, infatti, ha scelto una via atipica per raccontare la malattia: se la strada più semplice era quella di mostrare l’Alzheimer in maniera asettica e distante, dal punto di vista dei personaggi intorno ad Anthony, l’autore ha invece voluto farci indossare gli ingombranti e scomodi panni dell’anziano uomo, affinché noi stessi provassimo la sua stessa sorte.

Ne consegue che sia la regia che la sceneggiatura giocano continuamente con lo spettatore, svelando sempre, a mano a mano, frammenti diversi della vita e dei ricordi del vecchio, che poi il pubblico incastra, come un puzzle, andando avanti con la narrazione. Le sequenze filmiche (praticamente tutti interni), sotto una patina lussuosa e dorata che ammicca l’occhio dell’audience, nascondono, con illusioni perfette, la verità. Le stanze cambiano di volta in volta, gli oggetti si spostano e anche gli stessi personaggi mutano identità perennemente.

In balìa di questo caos semantico e mnemonico, Anthony (o, per meglio dire, il fruitore) crede di vivere la normalità, quando la sua esistenza, in realtà, è ripetutamente messa alla prova. Non vi è cronologia né ordine temporale nella vicende della storia (è un caso secondo voi che il protagonista perde più volte l’orologio?) e i dialoghi stessi sono reiterati a più riprese, in un loop che non hai mai fine e del quale non si conosce nemmeno l’inizio. Il risultato è travolgente ed efficacissimo: in poche e semplici battute, perdiamo l’orientamento e, finché non giunge la parola fine, non sappiamo come uscirne.

La conclusione, tra l’altro, non è per nulla consolatoria e banale, ma riesce a liberarci dal gioco registico-narrativo di Florian Zeller, facendoci  finalmente respirare un po’ di sollievo, dopo l’affannosa corsa tra le sale disturbanti e disordinate della mente del protagonista. La forza prorompente e distruttiva di The Father risiede proprio in questa allucinatoria e confusionaria immedesimazione nel personaggio principale che, se da un lato (specialmente nelle prime battute), ci turba ossessivamente, dall’altro ci regala una prospettiva insolita ma totalizzante, facendoci toccare con mano emozioni tangibili e sincere, trascinandoci in una ipnotizzante commozione, che perdura anche dopo il termine del film.

Anthony Hopkins: verità o interpretazione?

The Father

The Father è interamente costruito su misura per il leggendario Anthony Hopkins che presta il volto all’anziano protagonista Anthony. Dire però che la regia e la sceneggiatura sono solo un contorno della sua mostruosa e indimenticabile interpretazione è poco veritiero se non offensivo (sulla performance dell’attore ci arriviamo a breve). Contrariamente a quanto, superficialmente, ci si potrebbe aspettare, l’opera è frutto di un sontuoso lavoro estetico e narrativo.

La macchina da presa, come già anticipato in precedenza, è esemplificativa della vorticosa e altalenante vista del protagonista: l’inganno è dietro l’angolo e, cullati dalla straordinaria ed intensa colonna sonora, siamo perfettamente caduti nella trappola della cinepresa. L’apparente e confortante comodità della dimora di Anthony, i cromatismi gentili e colorati, il raffinato gusto estetico vanno via via a deteriorarsi. Ed ecco che lunghe traversate della telecamera nelle stanze della casa rivelano oscurità e vuoto incolmabile, mentre la vastità degli spazi si chiude claustrofobicamente, rivelando realmente cosa c’è dietro l’illusione.

The Father – Nulla è come sembra: il film da Oscar è pura sinfonia

the father

Il copione, vincitore dell’Oscar come Miglior sceneggiatura non originale (The Father è l’adattamento dell’omonima pièce teatrale dello stesso Florian Zeller), è incredibilmente intenso, trovando il suo massimo splendore nell’incessante stordimento dello spettatore grazie al continuo trasformismo del registro linguistico ma anche alla riproposizione ciclica di parole e dialoghi, ripetuti allo scopo di sfinire mentalmente e psicologicamente il pubblico. Inutile dire che la caratterizzazione dei personaggi è magistrale, tratteggiando sempre e soltanto l’umanità e la sincerità più estrema, anche quando sono difficili da rintracciare.

Arriviamo finalmente all’esplosiva e poderosa interpretazione di Anthony Hopkins che gli è valsa (giustamente) la vittoria agli Oscar come Miglior attore protagonista. Per comprendere effettivamente quanta energia ha riposto nel suo personaggio, basta pensare che, agli occhi del pubblico, non è chiaro se dietro la sua performance ci sia della verità intrinseca. Ad un primo occhio potrebbe sembrare un caso che l’attore e il suo alter ego filmico abbiano in comune l’anno di nascita e il nome, ma questo, secondo il mio punto di vista, ci dice molto sulla sua spettacolare rappresentazione su schermo.

Il divo, con questa strabiliante interpretazione, non solo ci rende in prima persona partecipi di un male straziante (che viviamo, grazie alla sua potente e incredibile espressività) sulla nostra pelle, ma lascia ai posteri, nel miglior modo possibile, un testamento artistico dal valore straordinario. Hopkins, infatti, alla veneranda età di 84 anni, nonostante abbia ancora molto da raccontare, è arrivato al punto più alto della sua carriera. Nei suoi occhi non vediamo quindi solo una recita, ma la realtà nascosta dietro il personaggio, un uomo che inevitabilmente si avvicina alla fine, in tutta la sua fragilità commovente, che trasmette al tempo stesso anche una carica artistica indomita.

The Father è una sinfonia di forma e tecnica registica e narrativa, volte all’ingabbiamento dello spettatore in un delirio schizofrenico ammaliante ed opprimente al tempo stesso. Vivere attraverso i propri occhi e la propria mente la conturbante fragilità del protagonista, devastato dalla malattia di Alzheimer, è straniante, e lascia dentro il pubblico delle emozioni ambivalenti, intense e toccanti protratte fino all’ultima, delicata inquadratura. Accompagnato da questa raffinata intelaiatura cinematografica, Anthony Hopkins è guidato dall’esperienza e dalla sua scomoda anzianità, rendendo tridimensionale ed umano il personaggio, che parla all’attore dietro la maschera recitativa ed è sua massima espressione sul grande schermo, in tutta la sua sfavillante ed eclettica potenza scenica.

The Father – Nulla è come sembra è in uscita al cinema dal 20 maggio 2021 con BIM Distribuzione.