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Bell’esempio di cinema civile The Best is Yet to Come di Jing Wang, nella categoria Orizzonti della 77^ Mostra del Cinema di Venezia, di certo un film che parla di molte cose, e soprattutto apre uno squarcio non da niente sullo stile di vita e le problematiche del popolo cinese.
Ambientato ad inizio millennio, il film di Wang si ispira alla vicenda di Han Dong (White K), aspirante giornalista che con cocciutaggine e dedizione riesce ad entrare come stagista nella redazione in uno dei quotidiani più importanti di Pechino.
Talentuoso, astuto e determinato, in breve riesce a distinguersi per i pezzi e lo stile, finché non incappa in un caso di falsificazione degli esami del sangue per i malati di Epatite B, che all’epoca comportava (in Cina) venire sostanzialmente esclusi dalla società.
Wang si troverà di fronte ad un dilemma: stare dalla parte del sistema come giornalista o combatterlo in quanto essere umano?

The Best is Yet to Come è l’odissea di un idealista

The Best is Yet to Come è un film giornalistico ben fatto e ben scritto, dominato da un White K capace di rendere assolutamente credibile il protagonista, giovane e squattrinato ragazzo, perso dentro una Pechino che è alveare ributtante e degradato, dove pietà ed empatia sono assenti.
La Cina di inizio millennio, dove internet non era ancora arrivato con la sua forza dirompente, è una sorta di enorme piramide sociale, dove chi era stato contagiato dall’Epatite B, rispondeva a leggi di discriminazione vecchie di 25 anni.
Lungo forse qualche minuto di troppo, il film di Wang è però perfetto nella costruzione di un iter che è presa di coscienza, denuncia sociale, odissea di un idealista cocciuto ma sempre fedele a se stesso.
The Best is Yet to Come di base è un film che mostra l’immenso numero di falle nel sistema cinese, la totale mancanza di ogni forma di diritto, la scomparsa del singolo in quanto tale, soprattutto ci mostra l’illegalità come metodo di sopravvivenza dell’uomo.
La disobbedienza sappiamo tutti cosa voglia dire in Cina. E forse il regista ci offre (o almeno in alcuni momenti questa è l’impressione) una Cina anche troppo tollerante verso i ribelli ed i disobbedienti. Ma è un peccato veniale che gli si perdona facilmente.

Un film sul mestiere di informare

The Best is Yet to Come è però soprattutto una disamina su come si faccia giornalismo, su quanto sia importante nel mondo di oggi, anche per un giornalista, capire che la “giusta distanza” il “vuoto morale” vanno per gli avvocati, non per chi cerca la verità.
Tale dilemma, tale necessità di andare oltre le apparenze, oltre il mero scoop, in un’epoca in cui il giornalismo è sovente mera ricerca del likes, della visibilità, del clickbait e di vendere per sopravvivere, è sicuramente un messaggio tanto importante come ben sviluppato nel film.
Un film che non annoia nonostante le due ore di durata, e che ha nello sviluppo dei vari personaggi presente, la chiave per catturare l’attenzione di uno spettatore, che si scopre mano a mano soggetto a cambiamenti di opinione non indifferenti su di essi.
I “criminali” si rivelano poveri diavoli emarginati da una legge fuori da ogni normalità, i “giornalisti veri” o i grandi editori, piccoli sciacalli arrivisti, non poi tanto diversi da tutti coloro che, in questo labirinto fisico o morale, si approfittano dei più deboli o della loro posizione.

In fondo tutto il mondo è paese

Se bisogna trovare un qualche difetto a The Best is Yet to Come, forse è nel suo rinnegare uno stile asciutto, il suo essere cinema civile schietto e realista, per sposare in alcuni momenti una dimensione sentimentale, allegorica, fantasiosa nella metafora della stampa come arma a doppio taglio.
Ma è un difetto che non incide assolutamente nella valutazione finale di un’opera onesta, ben diretta e sorprendente nel suo sapere renderci così vicino un paese che ancora oggi, nonostante tutto, è ancora molto lontano, sconosciuto e misterioso.
A conti fatti, ci ricorda che tutto il mondo è paese, tutti i governi e le burocrazie hanno gli stessi problemi, e che l’informazione può e deve avere un ruolo di “cane da guardia”, ruolo che purtroppo oggi come oggi ha perso in favore di personalismi, sensazionalismi e un amore quasi fanatico per la notizia più che per la verità.
E dire che internet pareva il Santo Graal per chi voleva diventare il nuovo Giorgio Bocca o Roger Ebert…

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