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Divertente commedia fantascientifica per eccellenza prodotta dalla Disney, Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi, uscito nel 1989 e diretto da Joe Johnston, rientra di diritto nella cerchia dei classici Disney che si riguardano con infinito piacere, soprattutto se a scoprirlo o rivederlo sono coloro che dagli anni ’90 in poi hanno potuto assistere all’evoluzione magica della tecnologia digitale. Spunto per una serie televisiva che ne ha preso ispirazione e andata in onda tra il 1997 e il 2000, e per un seguito nel 1997, ha confermato nel tempo di essere una pellicola d’appeal per la critica e per il pubblico. E in questo periodo si parla a riguardo anche di reboot.

tesoro mi si sono ristretti i ragazzi Cinematographe.it

Wayne Szalinski (Rick Moranis) è uno scienziato ed inventore sgangherato che sta per presentare al mondo la sua più grande creazione: una macchina capace di rimpicciolire oggetti ed esseri umani, l’immaginazione e il sogno di ogni mente geniale. Peccato però che la macchina ancora sembri non voler rispondere ai comandi: la conferenza di presentazione infatti si rivela un vero fiasco, ma non sarà mai insormontabile quanto la situazione che troverà una volta tornato a casa. I suoi figli sono misteriosamente scomparsi, insieme a quelli dei vicini, e di loro non vi è nessuna traccia o indizio, se non il suo divano rimpicciolito. La macchina ha funzionato quindi, ma al momento e con i soggetti sbagliati. In un misto di gioia e timore, comincia la ricerca minuziosa dei ragazzi che si sono…ristretti.

Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi: un’avventura tra fantascienza, umorismo e divertimento

Ci sono pellicole che essendo specchio di tendenze e gusti di un determinato cinema ancorato ad un certo periodo, possono non reggere al trascorrere del tempo, ma non è il caso di Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi che anzi può essere perfino immersivo e stimolante – dato l’imperante revival – per rituffarsi in quegli “effetti speciali” che oggi sono poca roba, ma che quando il film uscì con i primi esperimenti anche della realtà tridimensionale, rappresentavano un viaggio a bocca aperta, dinanzi alle possibilità espressive del cinema e a quelle tecnologiche dell’animazione digitale.

Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi oltre a divertire lo spettatore, ieri come oggi, lo lusinga, lo delizia e lo riporta indietro nel tempo, a quel cinema che desiderava raccontare di un presente alla ricerca spasmodica del futuro con umorismo, avvalendosi dei ritmi dell’avventura. La regia indugia spesso sui primi piani, quasi volesse farci sentire esattamente quello che stanno provando i ragazzi, persi tra fascino, paura e meraviglia, nel vivere in maniera gigante e sproporzionata quel mondo a loro in genere familiare – la casa, il quartiere – ma che improvvisamente diventa il loro primo ostacolo perché gli impedisce di tornare alla normalità e di rendersi visibili a chi può salvarli.

Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi è una storia semplice raccontata sotto la lente dell’assurdo

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Il successo del film però non è da ricercarsi solo nel rispecchiare una tendenza del tempo, guardandolo da una prospettiva passata, né nel rievocare un tempo trascorso, da una prospettiva presente, ma è in ciò che lo rende un classico: una storia semplice, con personaggi anche un po’ stereotipati se vogliamo, ma raccontata in maniera chiara, essenziale e divertente.

Spesso la grande difficoltà sta proprio nel riproporre o riscrivere con originalità storie già note, rischiando disperatamente di essere creativi e quindi strafare: in Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi questo effetto è assente, come anche quello di scrivere qualcosa che si prestasse necessariamente al servizio dell’effetto scenico da realizzare. La sceneggiatura di Ed Naha e di Tom Shulman, reduce dal successo de L’attimo fuggente, si rivela quindi molto efficace perché punta sulla presentazioni di situazioni grottesche e dal forte impatto sullo spettatore, ma nei ritmi andanti della commedia, risolte da personaggi che se necessario si presentano anche nella loro veste sopra le righe. Ecco perché la recitazione in alcuni punti, soprattutto quella della coppia Szalinski ci appare più teatrale.

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Ogni situazione e la sua rappresentazione, soprattutto quando i ragazzi rimpiccioliti devono sopravvivere alla grandezza del mondo circostante è sempre credibile e mai esagerata. La fotografia di Hiro Narita gioca molto infatti su questa sospensione tra la realtà e l’irrealtà, alternando dei toni più freddi all’inizio che vanno poi nel saturo quando ci si deve necessariamente immergere, cambiando prospettiva, in quel mondo di dimensioni piccine, più ostico a loro di quanto mai potessero immaginare da dietro un microscopio.

A ciò si aggiunge una certa economia nel raccontare la vicenda con divertimento, evitando ogni tipo di lungaggine forzata che avrebbe rischiato di annoiare lo spettatore, che sa perfettamente come andrà a finire la vicenda, ma nel tacito patto della fantasia, si lascia guidare dalla naturalezza degli eventi sotto la lente dell’assurdo, accompagnata epicamente dalla musica di un maestro e un nome ben noto al cinema come James Horner.

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