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Ci sono film che per prendere vita hanno dovuto affrontare una lavorazione lunga e travagliata, come nel caso di Super Me, il fantasy cinese diretto da Zhang Chong, rilasciato lo scorso 8 maggio su Netflix. La pellicola in questione, infatti, era già stata messa in cantiere cinque anni or sono, per poi bloccarsi ai nastri di partenza delle riprese in seguito al dietrofront dei fratelli Russo. Per motivi ad oggi ancora sconosciuti la coppia statunitense decise di ritirarsi da questo progetto così come da altre ambiziose produzioni made in China. Il ché ha provocato un brusco stop, che ha tenuto fermo il tutto sino al 2019, anno in cui una cordata di società asiatiche ha rilevato il progetto, consentendo all’opera seconda di Chong di completare il percorso produttivo e fare le prime apparizioni pubbliche ai festival di Sitges e Parigi. Ora a due anni da quelle anteprime, con l’ulteriore sosta forzata dettata dalle note cronache pandemiche alle spalle, il film ha finalmente raggiunto le sale cinematografiche nazionali e il pubblico internazionale grazie all’acquisizione dei diritti da parte del colosso dello streaming a stelle e strisce.

Super Me: i continui stop and go ai quali è stata sottoposta la pellicola in fase di produzione ha influenzato negativamente l’esito

Super Me cinematographe.it

Proprio l’approdo sulla piattaforma ci ha permesso di verificare con i nostri occhi la veridicità dei commenti poco lusinghieri provenienti da oltreoceano in merito all’operato di Chong. Probabilmente i continui stop and go ai quali è stata sottoposta la pellicola ha influenzato negativamente l’esito di un progetto che sulla carta poteva dare molte soddisfazioni. Ma il risultato dice suo malgrado esattamente il contrario, con l’autore e noi tutti che ci ritroviamo a piangere sul latte versato di ciò che sarebbe potuto essere e invece non è stato. Super Me, infatti, crolla sotto il peso delle ambizioni del progetto e di coloro che lo hanno concepito. Lo sforzo produttivo, il largo utilizzo di VFX e la presenza dell’attore taiwanese Darren Wang, volto noto dello star system asiatico, non sono bastati a solidificare le fondamenta di un’architettura audiovisiva che ha dimostrato di avere crepe insanabili, soprattutto dal punto di vista narrativo. Il tallone d’Achille sta dunque alla radice e determina una reazione a catena che trascina il film nelle sabbie mobile della mediocrità, quelle nelle quali sprofondano i vorrei ma non posso.

Super Me: l’ascesa, la rovinosa caduta e il tentativo di redenzione di un anti-eroe

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Ripensandoci l’idea di confrontarsi con un personaggio come quello interpretato da Wang, per mostrare l’ascesa, la rovinosa caduta e il tentativo di redenzione di un anti-eroe, poteva in qualche modo consegnare alla platea una parabola dalle dinamiche coinvolgenti. Il tutto per dare forma e sostanza a una morale sull’avidità e la sete di denaro, successo e potere, che punta chiaramente il dito sul percorso di auto-distruzione di un uomo il cui dono rappresenta anche una condanna. Niente di originale per carità. A parabole simili nei cine-comics e nei super-hero movie di ieri e di oggi abbiamo assistito innumerevoli volte, ciononostante c’è sempre qualche spunto drammaturgico in grado di coinvolgere attivamente il fruitore. Cosa che qui al contrario non si verifica, rilegando lo spettatore a una posizione passiva dal primo all’ultimo fotogramma utile.

Super Me: l’impatto visivo di alcune scene d’azione sono solo fumo gettato negli occhi per distrarre colui che guarda dalle indubbie mancanze del film

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Eppure nel Dna del protagonista, uno sceneggiatore squattrinato di nome Sang Yu che scopre di avere la redditizia capacità di materializzare i tesori che sogna, aveva un non so ché di potenzialmente forte e tutte le carte in regola per generare un film in grado di generare un mix di sostanza, qualità e spettacolo. Un mix che chiama in causa persino Inception e la compenetrazione tra il sogno e la realtà. Ingredienti, questi, che in Super Me si perdono strada facendo per via di una scrittura fragile, affetta da soluzioni telefonate e prive di guizzi. Per non parlare della love story che vede una vecchia fiamma tornare ad ardere, che sembra letteralmente appiccicata nella timeline per provare invano a scatenare qualche emozione. E anche qui nulla di fatto. Nemmeno la confezione arriva in soccorso, con l’impatto visivo di alcune scene d’azione come scontro a fuoco con il demone nel museo o il corpo a coro nel caveau della banca, che sono solo fumo gettato negli occhi per distrarre colui che guarda dalle indubbie mancanze del film.