Storia di mia moglie: recensione del film con Léa Seydoux

In sala dal 14 aprile, Storia di mia moglie è un melò troppo lungo e dispersivo, incapace di andare in profondità per parlare al suo pubblico.

Dopo l’orso d’Oro conquistato al Festival di Berlino 2017, la regista ungherese Ildikó Enyedi affronta la letteratura del Novecento. La sfida era adattare Storia di mia moglie (Adelphi), scritto nel 1942 dal connazionale Milàn Füst. Il film è stato presentato in anteprima a Cannes 74 e arriva nei cinema italiani dal 14 aprile 2022 grazie a Altre Storie. Purtroppo, la promessa di un epico melò mitteleuropeo naufraga tra applausi incerti. Dalla visione di Storia di mia moglie si esce infatti confusi. Il comparto tecnico è impeccabile, merito di una regia assennata e una fotografia da vero instant classic (seppur in debito con altro cinema), ma lascia il passo a una drammaturgia irrisolta.

Per Enyedi è il primo film in lingua inglese. Una coproduzione ambiziosa e ad ampio respiro, di certo adiuvata da un cast che vede spiccare i nomi di Louis Garrel e Léa Seydoux. Protagonisti del progetto sono Inforg-M&M Film, Palosanto Films Srl, Arte France, Pyramide Productions, Komplizen Film e Rai Cinema. L’Italia presenzia anche davanti alla cinepresa, con la partecipazione di Sergio Rubini e Jasmine Trinca in un piccolo cameo. Ma non è il cast a inficiare la riuscita del film. Tra le ragioni, una lunghezza eccessiva (180 minuti) che non trova sostegno dalla storia narrata.

Storia di mia moglie, ma sguardo da marito

storia di mia moglie cannes

Le 400 pagine di Milàn Füst diventano 180 lunghissimi minuti. La storia segue le vicende amorose (sempre meno romantiche) di un’anomala coppia dell’Europa anni ’20. Il capitano Storr (Gijs Naber) è un olandese di mezza età che soffre ma non sa perché. Nasce una sfida: la prima donna che passa da quella porta diventerà mia sposa. Entra Léa Seydoux, la giovane Lizzy; passo felpato, accento francese, destino segnato (o forse no).

Delle mogli dei marinai conosciamo l’ineguagliabile malinconia. Quello è un lavoro “che spezza i cuori delle donne”. Ma Storia di mia moglie si concentra sul sospettoso capitano, grande come un orso ma fragilissimo. Il titolo originale del romanzo dice molto sul film: “The reminiscences of Captain Storr”. La dolcezza incerta e ingenua dell’uomo si trasforma in una pericolosa ossessione. Uno sguardo da voyeur in cortocircuito che rifiuta il proprio ruolo di lupo di mare e inizia a pedinare, interrogare, dubitare. È sua moglie, ma non si fida. A tal punto che il mare diventa una parentesi squisitamente onirica, sempre più lontano. La prima notte di nozze avevano giocato a strip poker: il capitano era rimasto nudo, lei no. Allo stesso modo Ildikó Enyedi incolla l’obiettivo alle pagine di Füst per raccontare la spoliazione di un uomo che giunge alla follia. Non ne resta nulla, se non l’ambiguità un po’ meschina.

Forgive my intrusion, but please be my wife

Un film di mezzo: bello da vedere ma un po’ vuoto

storia di mia moglie Léa Seydoux

Storia di mia moglie non è un racconto di coppia. Léa Seydoux interpreta, molto bene, il riflesso di un’esitazione continua. Più che personaggio, fantasma. Non sappiamo nulla del suo passato e la studiamo da veri voyeur: per forme. Come siede, come parla, come fuma (soprattutto). E la sua storia? Ininfluente. Queste sono le “reminiscenze del Capitano Storr”. In quest’ossessione fallimentare Enyedi cerca il solco di Paul Thomas Anderson, un po’ Il Filo Nascosto un po’ Il Petroliere. Non è l’assenza di Daniel Day Lewis a rendere Storia di mia moglie particolarmente lontano dai suoi riferimenti – Gijs Naber fa il suo dovere – ma la sensazione che il film sia incompiuto. Tre ore scorrono gravi perché nonostante la pretenziosa divisione in capitoli, il film non si muove. Cerca la verticalità – la stessa dei cetacei dormienti che aprono il film, ma anche la stessa di un corpo che affoga in mare – ma non trova mai la profondità giusta per intercettare lo spettatore.

Storia di mia moglie è un adagio mondano con picchi di tensione sempre gestiti e controllati. Il capitano risponde a un gesto di sfida spaccando piatti e sedie. Ildikó Enyedi tiene a bada il volume, riporta il suono sott’acqua, spazio a cui quell’uomo sembra volere appartenere. Un controsenso significativo: un capitano di nave dovrebbe agognare la superficie, non le profondità marine. “Mi riveli un segreto Capitano, come fanno le navi a non affondare?” le chiede sorniona una delle numerose donne che fanno capolino in questa storia, sempre tratteggiate di grazia e controllo da pieni roar twenties.

La derivazione letteraria è inequivocabile e scomoda per un film che finiamo per leggere e non seguire. La regia della Enyedi cinge montaggio, fotografia e musiche in un insieme sospeso che cerca (e trova) il cinema, ma lo perde in una verbosità inconcludente entro cui finiamo per abituarci alla cura estetica ma mai all’esitazione di personaggi con cui non comunichiamo. Sono protagonisti inagibili (attraversati conducono a vicoli ciechi) di un film che è bello da vedere, ma un po’ superfluo. Il melò funziona, ma la sensualità ricercata tentenna, pesa sulle spalle della Seydoux, e dice poco sul rapporto tra potere, sesso, dubbio, solitudine. Ci sono tutti questi ingredienti, ma restano sul tavolo e in tre ore non sorprendono mai per i possibili crocevia in cui si sarebbero potuti incontrare. Restiamo in attesa, e dopo 180 minuti il film è ancora lì: galleggia come canna da bambù, bella e vuota.

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