Starship Troopers – Fanteria dello spazio: recensione

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Dopo aver indelebilmente segnato il panorama fantascientifico a cavallo fra gli anni ’80 e i ’90 con RoboCop e Atto di forza, il regista olandese Paul Verhoeven colpisce nuovamente nel segno nel 1997 con Starship Troopers – Fanteria dello spazio, riuscendo a unire il puro e sano intrattenimento a una sottile e pungente critica alla società americana.

Starship Troopers – Fanteria dello spazio è basato sull’omonimo romanzo dello scrittore di culto Robert A. Heinlein ed è il capostipite di una franchise che al momento è composto da quattro film, una serie televisiva e due videogame. I protagonisti della pellicola sono Casper Van Dien, la futura Bond Girl Denise Richards e Dina Meyer, affiancati da altri volti celebri del cinema e della TV come Neil Patrick Harris (How I Met Your Mother), Dean Norris (Breaking Bad), Amy Smart, Jake Busey e Michael Ironside.
Starship Troopers - Fanteria dello spazio

Ci troviamo nel XXIII secolo, in cui i terrestri stanno inesorabilmente colonizzando lo spazio. In questa società di chiara matrice militare, il popolo viene continuamente esortato ad arruolarsi attraverso una becera propaganda televisiva e delle disumane scelte politiche, che di fatto privano chi sceglie di non combattere di molti diritti. Uno dei corpi principali dell’esercito è la Fanteria Mobile, che durante una missione incrocia i temibili Aracnidi, esseri alieni dalle fattezze di giganteschi ragni ma dai comportamenti più simili a quelli dei robot. Gli Aracnidi reagiscono agli attacchi umani lanciando un asteroide sulla Terra, che spazza via l’intera area di Buenos Aires.

Fra le vittime del disastro ci sono i genitori di Johnny Rico (Casper Van Dien), un giovane che ha deciso di arruolarsi per seguire la sua splendida ragazza Carmen Ibañez (Denise Richards). I due finiscono però comunque in differenti corpi: Carmen in aeronautica, Johnny in Fanteria Mobile insieme a Dizzy Flores (Dina Meyer), da sempre attratta dal ragazzo. Il conflitto fra terrestri e Aracnidi si fa sempre più duro, e i protagonisti si ritrovano ben presto a lottare per la loro vita e per la sopravvivenza dell’umanità.

Starship Troopers – Fanteria dello spazio: un blockbuster che sotto la superficie fracassona e debordante cela una severa e profonda critica sociale

Starship Troopers - Fanteria dello spazio

In un panorama fantascientifico troppo spesso affossato da pellicole che costruiscono, o meglio, abbozzano una trama intorno a un mero sfoggio di azione ed effetti speciali, Paul Verhoeven si distingue per la sua abilità nel saper giocare con gli stereotipi e le debolezze del genere forgiando un prodotto fresco e molto più profondo di quanto potrebbe sembrare a una prima superficiale visione.

Esempio lampante di questo modo di fare cinema è proprio Starship Troopers – Fanteria dello spazio, impostato e realizzato come un blockbuster Sci-Fi (il budget per il film ammonta a più di 100 milioni di dollari dell’epoca) fracassone e debordante, ma anche fedele al tono distopico e iconoclasta del romanzo su cui è basato.

Starship Troopers – Fanteria dello spazio si muove con audacia e naturalezza fra diversi generi, unendo la tradizione del cinema fantascientifico a elementi più tipici dei film di guerra (gli istruttori della Fanteria Mobile non sono così lontani dall’iconico sergente Hartman di Full Metal Jacket) o addirittura dei teen movie, come il quadrilatero amoroso che coinvolge i giovani protagonisti.

È proprio giocando sugli stereotipi e sugli eccessi che Verhoeven costruisce la fortuna del film. Dalla funzionale monoespressività degli interpreti principali (Casper Van Dien e Denise Richards su tutti) alla superficialità di molti dei dialoghi, passando per l’insistito sadismo con cui si cerca il conflitto armato, tutto in Starship Troopers – Fanteria dello spazio è costruito per mettere coprire costantemente di ridicolo i rigidi dettami del codice militaresco e per fare una cinica ironia sui meccanismi e sui raggiri mediatici che vengono inscenati per giustificare le più bieche operazioni belliche.

Starship Troopers – Fanteria dello spazio è anche una dura metafora sulla politica estera degli Stati Uniti

Non è difficile leggere nel sottotesto di Starship Troopers – Fanteria dello spazio una severa e profonda critica (confermata dallo stesso regista) all’atteggiamento in politica estera degli Stati Uniti, sempre più assuefatti dalla guerra e perciò alla costante ricerca di stimoli e giustificazioni che alimentino e legittimino le loro azioni aggressive e reazionarie. Con questa chiave di lettura, anche le sequenze più apparentemente leggere come le frasi a effetto, le esagerazioni nei combattimenti e la cieca fiducia con cui i protagonisti si buttano a capofitto in una guerra che si scopre sempre più artificiosa diventano una metafora di una società distruttiva e autodistruttiva, capace di circonvenire, irregimentare e sacrificare i propri figli in nome di biechi interessi economici e politici.

Dal punto di vista tecnico, inevitabile menzionare i pregevoli effetti speciali di Phil Tippett, incredibilmente realistici ancora oggi e giustamente candidati all’Oscar della categoria, poi andati al pigliatutto dell’edizione Titanic. Decisamente valide anche le evocative musiche di Basil Poledouris, perfette nel rendere il tono fintamente epico ed eroico del film. A gestire il tutto da abile direttore d’orchestra un ispiratissimo Paul Verhoeven, che riesce a trarre il meglio dai non particolarmente espressivi protagonisti e dagli eccellenti caratteristi che interpretano i personaggi secondari, come i già citati Neil Patrick Harris e Michael Ironside.

Con Starship Troopers – Fanteria dello spazio si sorride a denti stretti sui vizi e sulle debolezze del genere umano

Starship Troopers - Fanteria dello spazio

Se il compito della fantascienza è (anche) fare riflettere attraverso scenari futuribili sui vizi e sui difetti della società e sulle conseguenze a cui essi possono portare, Starship Troopers – Fanteria dello spazio adempie perfettamente al compito, mantenendo viva e costante l’attenzione dello spettatore e facendolo sorridere a denti sempre più stretti con una storia universale e altamente simbolica. Un film sottovalutato e poco compreso all’epoca dell’uscita, ma che è invece certamente da annoverare fra i migliori prodotti della fantascienza di fine millennio.

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