Biografilm 2020 – Sqizo: recensione del film di Duccio Fabbri

Duccio Fabbri ha inseguito per anni Louis Wolfson, scrittore schizofrenico che ha ripudiato la lingua madre per scrivere in francese. A lui ha infine dedicato Sqizo, presentato nella sezione Biografilm Italia.

Duccio Fabbri ha pazientato per più di un lustro prima di poter essere ricevuto da Louis Wolfson nella sua modesta dimora a San Juan, Porto Rico. Con lui ha avuto per anni un rapporto epistolare che ha permesso ad entrambi di annusarsi e di prepararsi emotivamente all’incontro. Louis Wolfson è uno scrittore ebreo statunitense conosciuto pochissimo in Italia, ma celebre in Francia a seguito della pubblicazione, nel 1970, di un testo autobiografico  linguisticamente assai singolare, Le schizo et les langues, che allora si guadagnò l’interesse di intellettuali come Deleuze, Foucault, Lacan, la coppia Sartre-De Beauvoir. Nel 2003, dopo una vita di stenti, perlopiù passata in strada, ha vinto una cospicua somma di denaro alla lotteria elettronica portoricana, senza tuttavia modificare il suo tenore di vita. In seguito un investitore gli avrebbe sottratto i soldi, ragione per la quale Wolfson ora lotta per riaverli. Anche di questo reca traccia Sqizo, il documentario che Fabbri, alla sua prima prova da regista, ha dedicato alla figura di un autore ai margini, tanto derelitto quanto geniale.

Sqizo: ritratto di uno scrittore di genio ai margini della società

Sqizo cinematographe.it

Sqizo è l’opera prima di Duccio Fabbri, che nel cinema ha finora lavorato come attore e assistente alla regia

In quest’opera, che merita di essere vista anche solo per il servizio divulgativo che offre in un paese come il nostro che colpevolmente misconosce la vicenda e la statura di Wolfson, i momenti più interessanti sono quelli in cui, con l’aiuto di scrittori come Paul Auster e di alcuni studiosi di linguistica e letteratura, il regista prova a comprendere le ragioni che hanno condotto l’oggetto della sua attenzione documentaristica a rifiutare la lingua materna per adottare quella francese, utilizzata in modo sperimentale e spesso ibridata con altre lingue quali l’ebraico, il russo e il tedesco.

Abbandonato neonato dal padre e cresciuto dalla madre cantante e dal patrigno, presto diagnosticato come schizofrenico e per questo costretto a frequenti ricoveri psichiatrici a base di elettroshock, Louis Wolfson si è fin dalla tenera età mostrato ostile nei confronti dell’inglese proprio in quanto lingua materna, vale a dire lingua della madre: i gorgheggi e gli acuti di lei lo raggiungono come traiettorie sonore velenose, gravide di una tossicità da cui si vuole proteggere, foriere di un pericolo di divoramento. Per non essere ingoiato dalla madre, per differenziarsi e ‘de-fusionarsi’ da lei, Wolfson è costretto a ricorrere a un idioma altro: per farsi Altro da sé – ma soprattutto Altro da lei, la madre – deve tragicamente rifiutarne la lingua, soprattutto rifiutarne i suoni, quasi fossero cotiledoni prive di embrione. Solo nella letteratura, Wolfson riesce a trovare una voce che sia veramente sua, sottraendosi così all’imperio della madre e assegnando a quella voce un disegno, una finalità, una consistenza, un autentico significato attribuito propriamente, attribuito da un io singolare.

Sqizo si perde perché non restringe abbastanza l’oggetto della sua attenzione

Sqizo cinematographe.it

Louis Wolfson è nato nel Bronx nel 1931. Oggi vive a Porto Rico

È proprio l’arbitrarietà del segno linguistico – combiniamo insieme dei suoni e decidiamo che significano qualcosa ma il rapporto tra significante e significato è sempre arbitrario – a disturbarlo di più e a spingerlo a cercare di smontare e rimontare la lingua francese, cercando delle parole in grado di avvitare meglio la componente acustica di un lemma al suo contenuto comunicativo, il suono al senso. Il film sembra allora perdersi proprio nel momento in cui si discosta dalla puntualità della sua indagine più cogente – quella sul rapporto tra la psicosi e la lingua – per offrire un più convenzionale ritratto umano di Wolfson, oggi un anziano signore rattrappito e sdentato. Il regista avrebbe dovuto assecondare un assillo, non illanguidire la sua ricerca nel tentativo di rendere l’investigazione biografica compilativa.

Gli inserti di fiction con cui vengono ricostruiti brandelli di esperienza che trovano spazio nelle opere di Wolfson sono funzionali a chiarire alcuni snodi biografici essenziali – in particolare, quello relativo alla presa di coscienza, a seguito di un incontro con una prostituta, della sua incapacità di avere relazioni sessuali con donne che parlano inglese – e appaiono sempre controllati. Più didascalica la narrazione condotta dallo stesso Fabbri in voice-over, impostata in senso allocutorio. Il regista si rivolge allo scrittore in seconda persona forse per mimare quello che è un procedimento adottato dallo stesso Wolfson nelle sue opere, sempre in dialogo con un immaginato lettore. L’operazione risulta, però, scolastica e non del tutto giustificata.

Regia - 3
Fotografia - 3
Recitazione - 3
Sonoro - 3
Emozione - 3

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