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Roma, anno 2017. Il giovane e abbastanza squattrinato aspirante regista Andrea Canaletti (Frank Matano) è intento a girare con scarsi risultati un suo documentario tra i ragazzini dai mille volti di un Roma estiva e torrida. Andrea senza accorgersene filma anche il ritorno su questa terra nientemeno di Benito Mussolini (Massimo Popolizio), che egli però scambia per un comico od un attore. Il giovane decide di farne il perno di un suo documentario itinerante per tutta l’Italia, che possa ridare slancio ad una carriera a dir poco fallimentare, che lo vede costantemente messo in disparte ed angariato dall’arrogante e supponente Dottor Leonardi (Gioele Dix), il vicedirettore dell’emittente televisiva comandata dall’ambiziosa e determinata Katia Bellini (Stefania Rocca). Tutti loro però dovranno fare i conti con un Mussolini che non ha perso nulla della sua ambizione, del suo carisma e capacità di convogliare in sé le pulsioni dell’uomo comune che ne fecero il dominatore dell’Italia per vent’anni, un Mussolini che ora non vede l’ora di poter gridare agli italiani: Sono Tornato!

Ispirato ad uno dei migliori film tedeschi degli ultimi anni, quel Lui è Tornato di David Wnedt che tanto bene è stato accolto in Germania e altrove, Sono Tornato è diretto con mano sicura da Luca Miniero, già regista di successi come Benvenuti al Sud, Benvenuti al Nord e Un Boss in Salotto. Miniero firma anche lo script di questa sua nuova, strana e tutt’altro che superficiale commedia assieme a Nicola Guaglianone; al montaggio è stata invece chiamata Valentina Mariani, alla fotografia Guido Michelotti, mentre le musiche sono curate da Pasquale Catalano.

Sono Tornato: un film complesso, sfaccettato, ironico e illuminante

Difficile descrivere questa nuova opera di Miniero se non partendo da un importante presupposto: non è una commedietta all’italiana, un semplice remake del film di Wnendt o una sorta di parodia senza senso. Sono Tornato rappresenta invece un film complesso, sfaccettato, ricco di ironia certo, ma sostanzialmente inquietante nel modo in cui ci illumina la realtà di un’Italia che da molti punti di vista appare incapace di lasciarsi alle spalle l’orrenda eredità di un Mussolini che rivive negli occhi ora ferini ora giocosi di un Popolizio carismatico e che non perde mai un colpo, e la cui caratterizzazione è basata non tanto sull’aspetto fisico, quanto sui modi, sulle idee, sulla parola. Egli dipinge un Mussolini ora spaesato, ora incredibilmente a suo agio, ma di cui riconosciamo quell’energia, quella mancanza di scrupoli e scaltrezza che lo portarono per vent’anni a potersi specchiare del suo potere dal balcone di Piazza Venezia.

Sono Tornato fonde in sé (come nell’omologo tedesco) sia la struttura del film classico che quella della candid camera, spiando, cercando e mostrando le reazioni di gente comune al passare tra di loro di un Mussolini redivivo ma che in realtà non se n’è mai andato dalla nostra cultura politica, dalle nostre strade, menti e che in quest’Italia disastrata, povera e scalcagnata a molti appare come un miraggio, un rimpianto. Ecco allora che Sono Tornato acquista un potenza ed una funzione per le quali poco conta che la sceneggiatura di Guaglianone e Miniero non sempre sia ben dosata o chiara, che i dialoghi e l’intensità non sempre convincano.

Sono Tornato: un’Italia che non cambia mai

Ciò che conta in Sono Tornato è lo sconfortante riconoscersi tali e quali nei decenni, nei secoli, sempre pronti a seguire il primo imbonitore o venditore di vasetti pronto a raccogliere la nostra rabbia, il nostro perenne lamentarci impigrito, il confermare la mancanza di senso dello Stato, che già Montanelli sintetizzò a suo tempo nella puerile formula da noi tanto amata ed abusata: “ci vorrebbe qualcuno che…”. È quindi qui il perché di questi saluti romani esibiti di fronte alla telecamera dai passanti? Il perché  di quest’orgia di selfie chieste da sorridenti ragazze e ragazzi, il perché di 50enni e 40enni a sorridere e inneggiare al fu Duce Fondatore dell’Impero?

Forse il perché è insito nello splendido e intenso monologo di Ariella Reggio, che fa della sua nonna Lea il personaggio più ricco di significati, con il suo essere apparentemente solo la povera nonna demente della civettuola, belloccia ed ignorante Francesca (un’ottima Eleonora Belcamino), mentre nasconde dentro di sé la verità. Una verità che è la memoria e il dolore di chi visse gli anni in cui le Leggi Razziali del Duce mandavano migliaia di ebrei italiani nei forni crematori, decine di migliaia di giovani male armati e mal guidati alla morte in Russia, Grecia od Africa, le libertà più fondamentali soppresse per garantire il potere ad un opportunista capace dopo anni di millantato militarismo di buttare nella mischia un paese povero, corrotto, impreparato e senza speranza. Ed infine di scappare travestito per sfuggire alla rabbia di un popolo ridotto alla fame e alla guerra civile.

La nonna Lea di Ariella Reggio: il personaggio più significativo del film su Mussolinisono tornato cinematographe

La chiave per il potere in questo paese, sembra dirci Sono Tornato, sta nell’ignoranza, nella menzogna puerile, nello sfruttare la volontà di riscatto dei mediocri, degli arrivisti, degli ignoranti e sognatori frustrati, come la Bellini di Stefania Rocca, lo stesso ingenuo Canaletti di un Matano convincente, o come la miriade di nostri connazionali imbelli, incolti, paurosi, ma sempre opportunisti dei nostri giorni. Sono gli stessi che qui di fronte a quello che pensano essere solo un imitatore del Duce, si perdono in fantasticherie su una “dittatura non troppo dittatura” o “sul far affogare gli stranieri nei barconi”, per poi rivendicare il non leggere giornali, il non andare a votare, il fregare il prossimo e lamentarsi di essere fregati a nostra volta. Sono Tornato ci mostra l’isolamento non di un Mussolini che ci mette meno di un amen nel capire che si, certo, i media e tante altre cose sono cambiate, ma noi siamo rimasti gli stessi fessi creduloni di 80 anni fa; l’isolamento che Miniero col suo film ci fa guardare è il nostro, di noi italiani, tutti chini su noi stessi, sul nostro Io, incapaci di dire noi, di dire Stato, di concepire qualcosa di diverso dal “ci vorrebbe qualcuno che…”.

Ed ecco allora che in una Roma moderna, contemporanea in tutto e per tutto, mai vicina all’epoca del ventennio, ritroviamo la fascistica solitudine dei virtuosi, dei migliori, come Nonna Lea o come l’autrice televisiva interpretata da Marta Bulgherini: schiacciate dal crasso sghignazzo e dalla volontà di demandare la propria vita al redivivo Duce di un’Italia, che non si è mai in realtà assunta la responsabilità del suo passato totalitario, mai ha ammesso il proprio errore come i tanto disprezzati “crucchi”. Il Mussolini di uno straordinario Massimo Popolizio è qui di fronte a noi quindi non nella sua forma reale, storica, ma nella forma in cui ancora oggi molti di noi lo ricordano e lo rimpiangono: addobbato non di una camicia nera ma di un razzismo da bar, una misoginia pecoreccia e allusiva, un furbizia scaltra da contrabbandiere di sogni e umori, di un’ambizione che il frustrato impaurito ed ignorante di oggi vuole nutrire nell’illusione di assecondare la propria.

Non aspettatevi quindi solo risate da questa commedia atipica, che certo molto deve all’originale tedesco, ma che vive genuina e vibrante di un’anima più complessa, meno innocua e sepolta. Il tutto però senza mai essere greve, senza perdere leggerezza e senza scadere nel patetico o nel ridicolo, affrontando tutto con passo leggero e forse, proprio per questo, in grado di farci riflettere sulla necessità di un’autocritica verso noi stessi, il popolo che anche è oggi preferisce essere plebe e sogna di tornare ad essere un docile gregge.