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Soledad Rosas (Vera Spinetta) è una ventitreenne argentina dall’esistenza un po’ tormentata e incerta, soprattutto a causa di un rapporto burrascoso con la famiglia, che per aiutarla decide di regalarle un viaggio in Italia, più precisamente a Torino, dove arriva nel 1997.
In cerca di una sistemazione assieme all’amica Silvia Gramático, trova rifugio presso la Federazione Anarchica Italiana ed in particolare presso l’Asilo Occupato dagli squatters, dove in poco tempo trova quella comunità aperta e tollerante che aveva sempre cercato.
Qui Soledad si legherà al tormentato ma viscerale Edoardo “Baleno” Massari (Giulio Maria Corso), ma anche a Silvano (Marco Cocci), Lisa (Eleonora Giovanardi), Duca (Fausto Cabra)… insomma a tutti gli altri componenti di quel gruppo strano, raffazzonato, quest’armata Brancaleone di ribelli anti-sistema e anti-tutto, sempre in bilico tra illegalità e solidarietà universale.

Così Soledad e Baleno, assieme ai compagni, cominciano a lottare contro la realizzazione della TAV in Val di Susa e il 4 marzo 1998 vengono arrestati con l’accusa di ecoterrorismo e sottoposti al trattamento di isolamento carcerario. A ciò seguirono una serie di arresti e indagini tra i più sconclusionati e maldestri di quegli anni ’90.
Al dramma di Soledad e della sua famiglia la regista Agustina Macri ha tratto un film intelligente, cupo, intimo e disperato sulla tragica vicenda di una delle figure più importanti nella storia recente dei gruppi antagonisti del nostro paese. Nel cast vi sono anche Marco Leonardi, Francesco De Vito e Giorgio Colangeli.

Soledad: un film intelligente, intimo e cupo

Soledad è sicuramente uno dei film più onesti, realistici e ben fatti che si siano mai visti sulla realtà dei giovani anti-sistema, sul percorso personale che portò (e continua a portare) innumerevoli ragazzi a scegliere una strada al di fuori di quelle regole, leggi e costrizioni esistenziali che anche nel terzo millennio di oggi appaiono soffocanti e assurde.
Augustina Macri dirige con mano sapiente e decisa un racconto perfetto nel mostrare la metamorfosi di Soledad, la sua natura ad un tempo timida e determinata, insicura e quasi ferale nell’inseguire un’esistenza diversa da quella borghese e monotona che la famiglia e la madrepatria le stavano imponendo.
Il tutto sublimato dall’ottima fotografia di Daniel Ortega e dal montaggio di Natalie Cristiani, capaci di creare di fronte allo spettatore un mondo buio, diroccato, spettrale, quasi post-apocalittico, dove l’esterno non esiste, esistono solo le stanze, i corridoi, i mobili e le pareti che già di per sé raccontano un mondo. Il mondo dei morti.

La natura, quando presente, è ostile, una gabbia non dissimile da quella in cui i protagonisti vengono rinchiusi; protagonisti che sono mostrati senza venire edulcorati anzi, più volte Soledad ne sottolinea immaturità, ipocrisia, in un certo senso la mancanza di coraggio nel seguire fino in fondo la loro scelta antiborghese e antigerarchica.
In alcuni momenti il film cede all’esagerazione, all’andare sopra le righe, ma in questo è perfettamente coerente con i protagonisti, con il loro mondo e il loro modo di vedere le cose.
Dall’altra parte si erge uno Stato che non è poi molto dissimile dallo “Stato” che abbiamo avuto modo di conoscere in Sulla Mia Pelle all’ultimo Festival di Venezia: lassista, reazionario, totalmente lasciato in balia ad una sorta di cortocircuito morale che rende le forze di Polizia una task-force strenuamente nemica dei piccoli cani sciolti, dei piccoli miserabili, ma che non conosce alcun tipo di pietas umana se non nei piccoli gesti di qualche anima gentile in divisa.

Soledad: un film che cattura e colpisce allo stomaco lo spettatore

Soledad Cinematographe.it

La sceneggiatura di Paolo Logli e Agustina Macrì, rende il tutto perfettamente equilibrato, dando ad ognuno dei personaggi la giusta caratterizzazione, il giusto posto in un labirinto allucinante e malinconico di sogni infranti, di legami spezzati.
Su tutto e tutti domina la straordinaria prova di Vera Spinetta, capace di giocare con gli sguardi e la fisicità di una Soledad che cambia, si trasfigura, non è né un’eroina né un’antieroina, semplicemente una ragazza come tante, che scelse di andare oltre le convenzioni, le paure e le regole.
Intensa, determinata nel suo non sapere cosa volere ma volerlo ora e subito, Spinetta si mostra capace di alternare registri e toni assolutamente opposti tra di loro, compensando d’altro canto una performance di Giulia Maria Corso sovente troppo esagerata, innaturale, quasi da melodramma.

Anche il personaggio di Marco Leonardi, un ispettore sadico e impietoso, stona con un contesto così naturalista, così impregnato di realismo e dove il male, la sofferenza, funziona fino a quando non ha un vero volto, una vera voce, ma si maschera dietro le sbarre, le aule, le celle, la tenebra.
Ma si tratta di piccoli difetti, assolutamente perdonabili di fronte alla grande potenza espressiva e all’abilità con cui Soledad sa catturare, crescere, cambiare, colpire allo stomaco lo spettatore e disegnare un quadro raggelante di un paese dove, tanto per cambiare, la repressione dei diversi, dei non allineati, prevale sulla giustizia, sulla capacità di andare oltre un classismo e una violenza dei forti contro i deboli.

Prodotto sa Alfredo Federico, Rodrigo H. Vila, Fernando Sulichin, Guillermo Rossi, Soledad è una produzione italo argentina targata Cinema 7 Films e 39Films.

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