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Il 2013 è stato uno degli anni d’oro di Dwayne Johnson: cinque film (nel biennio 2011-2012, tanto per fare un confronto, ne aveva girati solo due), da G.I. Joe a Fast & Furious 6, dalle collaborazioni “autoriali” con Dito Montiel (Empire State) a quelle più muscolari con Michael Bay (Pain & Gain), per smarcarsi definitivamente dalla carriera precedente da wrestler e dall’ingombrante nome d’arte The Rock. Un’impresa non facile, vista anche la stazza del personaggio, ma costruita con pazienza, attenzione e abnegazione. Dwayne può essere eroe di film d’azione e figurina auto-parodica, seguendo le orme di Stallone e Schwarzenegger.
Ma il Nostro può anche essere semplicemente attore, in grado di tenere sulle proprie spalle il peso del racconto non in virtù della potenza dei suoi cazzotti e neanche delle sue faccette stupite. O, perlomeno, ci può provare. Da questo punto di vista, Snitch – L’infiltrato (diretto dall’ex stuntman Ric Roman Waugh) è un tentativo più che apprezzabile: l’azione arriva dopo un’ora di narrazione tesa, complessa e soprattutto verosimile, senza eccessivi voli pindarici che renderebbero il prodotto grottesco se non addirittura ridicolo.

Snitch – L’infiltrato: nel nome del padre

Snitch - L'infiltrato, Cinematographe.itSnitch – L’infiltrato fa riferimento ad una storia vera, con un intento anche sorprendentemente polemico e sociale. Perché, come ci informa la didascalia che precede i titoli di coda, “la condanna media per il primo reato non violento inerente la droga è ora più pesante delle sentenze per stupro, molestie ai minori, rapine in banca e omicidio colposo”. In pratica, gli Stati Uniti prevedono pene molto pesanti nei confronti di chi viene colto in flagrante, anche se si tratta della prima volta. Ed è ciò che accade al 19enne Jason, beccato dalla DEA con una busta piena di ecstasy non sua, conservata per fare – con estrema riluttanza – un favore a un amico.

La prospettiva è il carcere, per un periodo che può andare dai 10 ai 30 anni. Ed è a questo punto che entra in gioco suo padre John, placido proprietario di una compagnia di costruzioni. Ci potremmo lecitamente aspettare una spietata vendetta privata (ma contro chi?), e invece ci ritroviamo con un essere umano disposto a qualunque cosa pur di salvare il figlio. Persino a infiltrarsi in una grossa organizzazione criminale dedita al traffico di stupefacenti, per incastare il boss e collaborare quindi con la giustizia. Giustizia che, va da sé, si comporta come peggio non potrebbe, ovvero mettendo a rischio l’incolumità sua e della sua famiglia.

Snitch – L’infiltrato: il supereroe della normalità

Snitch - L'infiltrato, Cinematographe.itJohn rappresenta sì, dunque, un supereroe, ma della normalità, finalmente vicino più alla quotidianità che alla fantasia: è una persona dubbiosa, fallibile e spesso incapace di leggere la situazione che gli si para davanti. E per quanto osservare queste caratteristiche su Dwayne Johnson possa minare la credibilità di Snitch – L’infiltrato (si fa davvero fatica ad accettare che possa restare vittima di un pestaggio in un vicolo, senza colpo ferire), non si può negare che la sua performance drammatica sia solida e attendibile, forse anche perché coadiuvata da un manipolo di attori – Susan Sarandon, Barry Pepper, Jon Bernthal – in ottima forma.

Si resta dalle parti dell’action, ed è importante sottolinearlo, ma con alcune curiose e inaspettate variazioni che portano al thriller giudiziario e al dramma a tutto tondo. Per questo, quando nell’ultima mezz’ora si cede biecamente all’inseguimento autostradale “veloce & furioso”, non si resta poi neanche così delusi: in un universo parallelo Snitch – L’infiltrato avrebbe potuto pigiare in tutto e per tutto sull’acceleratore dell’assurdità (un po’ come accade in Skyscraper, per restare in ambito familista), diventando l’ennesima copia di una copia. Mentre invece regia e sceneggiatura optano per un’ibridazione senza dubbio imperfetta, ma efficace, coraggiosa e utile – si spera – per il futuro del genere.

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